venerdì 31 maggio 2019

Astenuto per forza. Straniero in patria

«Se non voti, ti fai del male. Se non voti, non cambia niente». Già, hai ragione Adriano Celentano. Chiedo scusa a te e a tutti. Sono colpevole: questa volta (anche questa volta...) non ho votato. E dunque non ho il diritto di lamentarmi. Anzi. È pure colpa mia se lascio agli altri il privilegio di decidere per me il governo, il partito di maggioranza, la rappresentanza italiana all’Europarlamento. Al limite la delega si fa per l’assemblea di condominio... Alle elezioni, no.
Ma ora che mi sono preso la colpa e ho chiesto scusa pure al Molleggiato (che quelle frasi, tra l’altro, le cantò in onore del Movimento 5 Stelle), forse è arrivato il momento di spiegare perché tanti elettori italiani al momento decisivo non si presentano alle urne. Astensionismo? Disaffezione? Anti-politica? No, non solo. È come quando si parla della gente che non lavora: ci sono i disoccupati, che il lavoro comunque lo cercano; poi gli scoraggiati, e la parola dice tutto; gli inattivi invece non hanno il lavoro e non lo cercano nemmeno. Ecco, con le elezioni è la stessa cosa: c’è chi potrebbe votare e non lo fa, ma c’è anche chi vorrebbe votare ma non può.
I motivi sono logistici e burocratici, non mancherebbe sicuramente la volontà.
Basta mantenere la residenza in Sicilia ma vivere a Bologna (ancora prima a Ravenna e Milano), per ritrovarsi escluso dalla possibilità di esprimere un sacrosanto diritto-dovere come quello del voto. Quando si tratta di elezioni, la categoria del ‘fuorisede’ non ha limiti d’età. Non esiste il voto elettronico, né posso votare in un collegio diverso da quello di residenza. Solo in caso di referendum nazionali, ma con procedure macchinose e paradossali, è stato possibile votare da fuorisede. Però ho dovuto accreditarmi come rappresentante di lista, per poter entrare in un seggio lontano da casa mia. Insomma, altro che segretezza del voto...
Il Movimento 5 Stelle, quello a cui Celentano dedicò l’inno anti astensionismo, ora valuta il voto elettronico. Le soluzioni, dunque, potrebbero esistere, oltre al cambio di residenza.
Non vorrei essere costretto a emigrare ulteriormente: i miei parenti nati in Venezuela possono votare per le nostre elezioni. Loro sono italiani all’estero, io non vorrei essere considerato straniero in patria.

[Il mio primo commento pubblicato sul Quotidiano Nazionale]

domenica 19 maggio 2019

«Sono Mister Web, risolvo problemi»

Non ha nemmeno 30 anni, fattura 3 milioni di euro l’anno, dieci persone lavorano per lui, e il suo nome è ormai un brand. All’anagrafe si chiama Salvatore Aranzulla, classe 1990, originario di Mirabella Imbàccari, paesino a qualche chilometro da Caltagirone, in Sicilia, ma per tutti è aranzulla.it, uno dei siti web più visitati d’Italia. Non è un informatico né un programmatore («Sono un imprenditore e un divulgatore», precisa anche rispondendo ai suoi detrattori), anzi il suo obiettivo è «fornire soluzioni semplici a problemi semplici» con la tecnologia. Un modello di successo nato per caso, quasi per una sfida.
Come ha fatto Salvatore Aranzulla a diventare il marchio Aranzulla?
«Tutta colpa di mio cugino Giuseppe… È stato uno dei primi ad avere un computer, nel 2000. Mi prendeva in giro: ‘Io ce l’ho e tu non ce l’avrai mai’. Arrivata l’estate, i miei genitori volevano comprare un condizionatore ma io, appena vidi un computer, lo abbracciai e piansi finché non si convinsero a comprarmelo».
Una passione fin da piccolo.
«In realtà né io né i miei genitori sapevamo davvero cosa fosse un pc. Avevo 10 anni, dopo i compiti cercavo da autodidatta di capire come usarlo e risolvere i problemi che riscontravo. D’altra parte non potevo confrontarmi con altre persone».
Praticamente il primo utente di Aranzulla è stato… Aranzulla.
«Sì! Poi anche gli amici comprarono il loro pc e quindi chiedevano a me consigli e soluzioni. Mi resi conto che facevano quasi sempre le stesse domande (tipo: ‘come far funzionare la stampante’). Da qui l’idea di dare risposte per iscritto. Diventai uno ‘spacciatore di soluzioni cartacee’».
La svolta digitale?
«Nel 2002 Internet mi aprì un mondo. A 12 anni creai un primo spazio dove caricavo le risposte che davo agli amici. Una soluzione amatoriale: il blog era online solo se il pc era collegato a Internet. Una volta scomparve addirittura nel nulla, la connessione costava tanto e arrivò una bolletta pari al triplo dello stipendio di papà… che mi staccò il cavo. Poi ripresi a collegarmi di nascosto quando i miei andavano a fare la spesa. Ormai avevo capito il meccanismo e il sito continuava a crescere».
Di che cifre parliamo?
«Nel 2008, ogni mese 300mila italiani visitavano il mio sito».
Fu lì che pensò di farlo diventare il suo lavoro?
«Ebbi l’intuizione di inserire i banner pubblicitari accanto agli articoli gratuiti. Con i primi ricavi mi spostai a Milano. Volevo capire come trasformare la mia passione in un’impresa».
Quindi non ha una formazione da informatico?
«No, ho studiato Economia aziendale e management alla Bocconi. L’affitto e la retta universitaria erano pagati con i guadagni del sito. Il mio metodo era (ed è) il ‘sistema dei titoli’: dalle ricerche online degli utenti si individua l’argomento su cui scrivere un articolo. E aranzulla.it ebbe un boom che continua oggi».
Tradotto in numeri?
«Oggi il sito ospita oltre 10mila articoli ed è visitato da 700mila italiani al giorno. Ma la filosofia è la stessa di quando avevo 12 anni: sono come l’amico che cerca di dare soluzioni semplici ai problemi».
E infatti ci mette il nome e la faccia. Però ormai Aranzulla è un’impresa, non più l’hobby di un ragazzino.
«Fatturiamo 3 milioni. Ho 10 collaboratori esterni, sulla parte editoriale e su quella tecnica».
Ci sono domande ricorrenti?
«In realtà cambiano spesso, per esempio in base all’età degli utenti. Le esigenze sono molto semplici: ‘come scaricare musica’, ‘come si installa un antivirus’, ‘come si configura Facebook sul cellulare’. E poi, fino a qualche anno fa il 90% delle risposte riguardava il pc; oggi invece sono quasi tutte relative ai telefonini».
Il successo attira però anche invidie e critiche. Sa di avere molti detrattori?
«Io sono un imprenditore e un divulgatore, non un informatico o un programmatore. È una questione di target: chi mi critica è un addetto ai lavori e non ha naturalmente bisogno dei miei consigli».
Come chi ha persino cancellato la voce ‘Salvatore Aranzulla’ dalla Wikipedia italiana?
«Forse è gente che non ha altro da fare: le discussioni online per decidere la mia esclusione sono molto più lunghe di tutti i libri che ho scritto io in dieci anni. A me non interessa, basterebbero anche solo due righe: ‘Salvatore Aranzulla è un imprenditore nato il 24 febbraio 1990, proprietario del sito aranzulla.it’».


La ‘censura’ di Wikipedia (ma solo in Italia)
Nel maggio del 2016, Aranzulla si è trovato al centro di una polemica su Internet. La comunità italiana di Wikipedia, dopo lunghe discussioni online, ha deciso di eliminare la voce ‘Salvatore Aranzulla’ dalla versione italiana dell’enciclopedia libera. Motivo del contendere: secondo i detrattori non è un divulgatore scientifico e, dunque, non soddisferebbe i cosiddetti ‘criteri di enciclopedicità’ richiesti da Wikipedia, una delle tre ragioni che possono portare alla cancellazione di una voce dalla piattaforma (le altre sono la forma di scrittura e il contenuto auto-celebrativo). 
La replica dell’esperto del web: «Sono rosiconi, non mi interessa. Sarebbe bastato scrivere che sono un imprenditore proprietario del sito aranzulla.it». Il paradosso è che invece esiste la voce a lui dedicata sulle versioni inglese, tedesca, lombarda e persino in latino dell’enciclopedia online.


venerdì 10 agosto 2018

Igp Igp hurrà

Il cioccolato di Modica conquista il marchio Igp. Sono scaduti infatti i tre mesi entro i quali i Paesi membri dell'Ue potevano opporsi alla decisione preliminare presa dalla Commissione a maggio. Il problema maggiore era in teoria il fatto che la materia prima, il cacao, non è prodotta localmente. Ma è stato premiato l'ingegno. E il primato non è da poco: si tratta del primo cioccolato a ottenere un riconoscimento del genere in tutta Europa. Dunque dall'autunno il prodotto simbolo della mia città, retaggio della dominazione spagnola nel XVI secolo e dello xocoatl azteco (Sciascia disse di averne mangiato uno simile ad Alicante), potrà fregiarsi dell'Indicazione geografica protetta. Può essere fatto solo a Modica, e solo secondo quegli antichi procedimenti: pasta di cacao amara, aromi naturali (vaniglia, cannella, peperoncino i tre grandi classici), lavorazione a freddo (35-40°), niente latte, zucchero che resta granuloso, nessun procedimento di concaggio, cioè i trattamenti per rendere liscio e omogeneo il cioccolato. Insomma, un prodotto che di industriale ha ben poco.
Una tradizione che era stata dimenticata per decenni e solo grazie all'intuito e alla passione di pochi è stato restituito alla storia e alla cultura di Modica e non solo. "Cantore del cioccolato e del territorio", recita per esempio la lapide al cimitero di Modica di Franco Ruta, l'uomo che con l'Antica Dolceria Bonajuto ha contribuito a questo rilancio e a far conoscere Modica decisamente fuori dai confini della fu Contea. Fino a quindici-venti anni fa erano davvero pochi i maestri cioccolatieri a Modica, ora invece è una pletora di improvvisati e di commercianti che mettono sul mercato prodotti semi-industriali, in alcuni casi smaccatamente non rispondenti al disciplinare dal momento che ricorrono al concaggio. Quindi, come sempre, un marchio come l'Igp ("cioccolato di Modica", non cioccolato modicano) non è il punto d'arrivo ma si spera che sia l'opportunità per selezionare davvero la qualità e la genuinità del prodotto.