venerdì 30 dicembre 2011

A qualcuno piace freddo

Nel 1994 i R.E.M. regalarono agli iscritti al fanclub il loro solito singolo natalizio. Un bel brano, strumentale, si intitolava Christmas in Tunisia. Non ho idea di cosa intendessero loro per “natale in Tunisia”, ma prima che qualcuno ipotizzi la location per il prossimo cinepanettone, ci ha pensato l’Anas, a suo modo. Non proprio Tunisia, comunque, ma come sempre “a sud di Tunisi”.
Le festività natalizie per chi vive a Ragusa e Modica (e in altre aree della provincia più meridionale d’Italia) sono state segnate da una vicenda paradossale che lascerà strascichi fino a qualche settimana prima di Pasqua.
Andiamo con ordine. Anzi, ordinanza. La numero 234 del 26 ottobre 2011, con cui l’Anas, ente proprietario e gestore delle strade statali, ha previsto quali siano i “tratti della viabilità Autostradale e Ordinaria dove è l’obbligo che i veicoli siano muniti ovvero abbiano a bordo mezzi antisdrucciolevoli (catene da neve) o pneumatici invernali idonei alla marcia su neve o su ghiaccio”. Ordinanza che naturalmente interessa tutta Italia, Sicilia compresa.
Tra Etna, Madonie, Nebrodi e qualche altra montagna, la neve non manca neppure nella soleggiata e terronissima Trinacria, per carità. Dove scarseggia è invece in provincia di Ragusa. Eppure l’Anas (nello specifico la sezione compartimentale di Catania) ha un’altra opinione e infatti ha inserito tra le strade interessate anche alcuni tratti di strade statali nel ragusano. Passi per la 194 e la 514 che toccano aree (pre)montane, ma l’obbligo di catene sulla 115 tra Modica e Ragusa ha lasciato tutti a bocca aperta.
A sud di Tunisi, nel senso di questo blog, ha provato a capirci qualcosa, soprattutto farsi spiegare perché dal 15 dicembre 2011 al 15 marzo 2012 (l’ordinanza in origine allungava dal 12 dicembre al 16 marzo) anche sulla 115, la “sud-occidentale sicula”, varranno regole finora applicate praticamente solo in montagna.
L’ufficio stampa – gentilissimo – dell’Anas ci ha detto che non potevano fare diversamente: è la legge che lo dice. La legge è il codice della strada, riformato nell’estate del 2010 (legge 120). A rigor di logica, non gli si potrebbe dar torto. Però la legge – nello specifico l’articolo 6 comma 4 lettera e) del codice modificato – sottolinea che gli enti proprietari e gestori delle strade hanno la facoltà, la possibilità di prevedere l’obbligo delle catene. Possono, non devono. L’Anas, come gli altri enti, non ha l’obbligo di obbligare.
Appena sono stati piazzati i cartelli sulla SS 115 si è scatenata la protesta di tanti: cittadini, amministratori, istituzioni, associazioni, politici. Tutti concordi sull’assurdità della prescrizione, anche gommisti e meccanici. Perché in provincia, tra l’altro, trovare catene da neve e pneumatici invernali è più o meno come cercare un gelato nel Sahara. E infatti in queste settimane sono fioccate le prime multe, non le nevicate. Multe da 80 a 318 euro. Con sanzione accessoria di tre punti in meno sulla patente.

lunedì 19 dicembre 2011

Totò non fa ridere

Io le facce dei carcerati le conosco. Ho visto gli occhi di chi ha commesso anche crimini orribili. Non giudico, non posso farlo, non è il mio mestiere. Giusto per chiarire, non ho avuto problemi a dire "hai sbagliato" (edulcoro la frase, ndr) in faccia anche a chi ha ammazzato un parente. Però mi sono sempre sforzato, quando lavoravo in carcere a Modica, di non avere pregiudizi e pensare che tutti lì dentro hanno una personalità – e una dignità – oltre i delitti, i reati o semplicemente gli errori che hanno commesso. Errori, sì, in alcuni casi erano solo errori. Un modo molto diffuso per non ammettere errori più o meno gravi si chiama "fatalità": la scusa buona per tutte le occasioni. "Non è colpa mia", "è capitato", eccetera eccetera.
Tutta questa premessa per parlare di Totò Cuffaro. Ripeto, anche se in versione ridotta, ho conosciuto la realtà del carcere. Ho visto quelle facce. Quando stamattina ho visto su La Stampa le foto di alcuni detenuti di Rebibbia in attesa del saluto e della solidarietà di papa Benedetto XVI in visita al carcere romano, non posso negare la strana reazione appena ho riconosciuto in un volto smagrito con gli occhiali il viso di un uomo che ha segnato per molti anni anche la mia vita. Non ci avevo pensato, ma Totò Cuffaro è recluso proprio a Rebibbia. E dunque eccolo lì, in mezzo agli altri detenuti dietro una transenna. Alcuni sorridono, lui no.
Volto smagrito, molti chili in meno rispetto all'uomo che festeggiava a cannoli una condanna per favoreggiamento. A quasi un anno dalla conferma in Cassazione dei 7 anni di carcere, Totò è cambiato. Soprattutto è la sua reazione, non tanto la trasformazione fisica, a stupire. Ammetto che, da elettore siciliano di sinistra e antimafia, Vasa Vasa l'ho spesso identificato come l'avversario per eccellenza, per non dire altro. Dopo l'arroganza dei festeggiamenti per un favoreggiamento semplice e non per mafia, non si aspettava nessuno che l'ex presidente della Regione Siciliana ed ex senatore Udc accettasse la condanna in Cassazione con quello che persino Rita Borsellino ha definito "atteggiamento serio e dignitoso". Sulla Stampa ne parlava stamattina Francesco La Licata, sottolineando proprio quello che in realtà solo in Italia sembra strano e inusuale. Un politico che accetta serenamente una condanna.
«Non è più il faccione rubicondo di un tempo, di quando – forte delle centinaia di migliaia di voti dei siciliani – distribuiva abbracci e baci e frequentava ora Palazzo dei Normanni (sede del primo Parlamento europeo ed oggi della presidenza della Regione Sicilia), ora le austere sale di Palazzo Madama. I capelli grigi tradiscono lo stress per la perdita del potere e così pure il viso smagrito, che Totò Cuffaro giustifica non con il rimpianto per le "leggerezze" riconosciute, ma piuttosto per la "vita sana" che conduce in carcere. [...]
Eppure fa un certo effetto scorgere Totò vasa-vasa tra la folla di detenuti in attesa di poter cogliere uno sguardo, una parola di conforto dal Papa venuto a lenire le loro sofferenze. Cuffaro ha già incassato i commenti sorpresi di tanti osservatori, addirittura sbalorditi per la scelta di un politico che ha dignitosamente accettato una sentenza, senza gridare al complotto o alla dittatura dei giudici. Un gesto normale, si potrebbe dire, se non venissimo da una lunga notte di confusione lungo la quale si è smarrito l'orientamento, la strada dei diritti e dei doveri. Ma quella faccia che fa capolino tra il carcere e il Papa trasmette qualcosa in più. Si è tentati di considerarla la foto che prova l’avvenuto allontanamento dalla stagione della logica capovolta e dell’arroganza del potere.
Un politico di successo che subisce lo stesso destino di un comune cittadino – dopo aver, anche parzialmente, preso atto dei propri errori e accettato le sanzioni – fa ancora "scandalo", ma, nello stesso tempo, trasmette la rassicurante sensazione che forse è possibile ripristinare il normale corso dei corretti rapporti tra governati e governanti. Anche magari rinunciando a qualche "frizzante" eccesso per una più sobria normalità»
Così scrive La Licata. Condivisibile. Ma, in fondo, da giornalista, mi faccio una domanda: dove sta la notizia? Cuffaro, come ogni altro detenuto e da buon cattolico, era lì ad aspettare il Papa. E in carcere non c'è finito non per sbaglio, non per caso. Solo che a differenza di molti altri "colleghi" (politici e/o detenuti) ha accettato la situazione. Tutto qui.
Aggiungo comunque una cosa, e mi permetto di correggerne un'altra. Aggiungo che il radiologo Totò Cuffaro sta studiando giurisprudenza in carcere e qualche tempo fa ha raccontato di un esame di diritto costituzionale andato particolarmente bene. Il professore non l'avrebbe riconosciuto (magro com'è...) e si è complimentato per la bella prova. Cuffaro commentò di aver maturato una certa esperienza per tutte le volte che aveva sollevato conflitti di attribuzione tra Stato e regione.
Correggo invece un'imprecisione, che non c'entra comunque con la sostanza: Palazzo dei Normanni è sede dell'Ars, non della presidenza della Regione. Quella è invece a Palazzo d'Orleans. In ogni caso, lontana da Rebibbia.
E lontani sono i tempi in cui Cuffaro incontrava il papa in ben altra (e Santa) sede.

giovedì 15 dicembre 2011

Cronaca nerissima

Iraq, Afghanistan, Pakistan, una manciata di nazioni africane e qualcun'altra dell'Asia centrale. Poi casi sparsi qua e là, in mezzo a guerre e rivolte varie. Per morire da giornalisti, pare che siano queste le credenziali, direi quasi le clausole necessarie e sufficienti. Così Ieri ho scoperto che esiste il Committee to Protect Journalists (Cpj), un'organizzazione internazionale che si propone di vigilare sui rischi che corrono i giornalisti veri in giro per il mondo. Dal 1992 il Cpj monitora i casi di cronisti e operatori dell'informazione uccisi. Ci tengono a precisare che nella loro metodologia «un aspetto importante della ricerca è determinare se il giornalista è morto nell'esercizio della sua professione». Traduco liberamente l'originale "work-related death". Morte connessa al lavoro.
Ora, nel rapporto del Cpj ci sono pure alcuni giornalisti italiani. Ci sono giustamente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni. Ce ne sono anche di meno noti, freelance ma non solo. Tutti morti in terre devastate da guerre e terrorismo: Iraq, Afghanistan, Somalia, Balcani. Cronisti uccisi proprio mentre svolgevano il loro lavoro, morti proprio perché giornalisti.
Ma qualcosa non mi quadra. Non è che per essere conteggiati si debba per forza morire all'estero, vittime di terroristi sanguinari o guerriglieri senza scrupoli? Io non so se il Comitato, attivo dal 1981, abbia mai monitorato i casi di giornalisti morti anche prima del '92. Perché altrimenti l'Italia avrebbe un discreto campionario di cronisti morti da offrire alle statistiche del Cpj. Ma in realtà c'è almeno un caso, successivo all'anno da cui inizia l'analisi, che avrebbero dovuto segnare nelle loro tabelle precise e dettagliate. Se sono stati conteggiati giornalisti uccisi da criminali e terroristi in Francia o Spagna, mi piacerebbe capire perché chi è stato ammazzato dalla mafia non "merita" di far parte di questa lista.

mercoledì 7 dicembre 2011

Limite a 70

Per una volta uno non legge il nome dell'Ars associato a brutte notizie.
Il parlamentino siciliano infatti ha approvato il disegno di legge sulla riduzione dei consiglieri regionali (che in Trinacria sono "deputati") da 90 a 70. La riduzione partirà dalla prossima legislatura e farà risparmiare 7 milioni di euro ogni anno.
La Sicilia è così «la prima Regione in Italia a ridurre liberamente e velocemente il numero dei parlamentari regionali», ha detto il presidente dell'Assemblea regionale siciliana, Francesco Cascio. Il governatore Raffaele Lombardo non è sembrato altrettanto entusiasta: «Avrei perseguito piuttosto l'obiettivo della riduzione delle indennità per i parlamentari, senza toccare il numero dei deputati, evitando così di avviare un iter complesso come quello di modifica dello Statuto (l'articolo 3, ndr)».
Eh sì, perché essendo lo Statuto siciliano una legge di rango costituzionale, ora il ddl appena approvato dall'Ars sarà trasmesso al parlamento nazionale per la doppia lettura di Camera e Senato. Prima della votazione, Cascio aveva negato, appellandosi al regolamento, la possibilità di procedere con voto segreto, come chiesto da alcuni deputati. Dunque voto palese: 59 sì, contrari solo il palermitano Giovanni Greco, eletto con il Pdl ma ora nel Terzo Polo con il gruppo di Alleati per la Sicilia (Aps), e l'ennese Paolo Colianni dell'Mpa. Astenuto, come da prassi, il presidente Cascio.
Un voto anche simbolico, l'hanno ammesso gli stessi deputati favorevoli. Come per esempio Giulia Adamo, capogruppo dell'Udc: «Abbiamo votato sì al taglio perché siamo convinti che sia più che opportuno dare un segnale all'esterno. Questo provvedimento non sanerà di certo l'economia dell'Isola o lo si può considerare la soluzione di tutti i mali». I finiani sono tra i più contenti: «È un voto contro chi difende la casta», dice il capogruppo Livio Marrocco, «la Sicilia in questo caso si pone all'avanguardia rispetto a tutto il resto dell'Italia».
Vedremo. Intanto in aula erano 62...

lunedì 5 dicembre 2011

Bamba e Ciccio

Uno dei piatti tipici della cucina palermitana è lo sfincione, una specie di pizza o focaccia con pomodoro, cipolla e formaggio. Buonissimo. Soprattutto quello venduto dagli ambulanti per strada, che sfrecciano sulla loro Lapa (si dice la Lapa, non l'Ape, per favore). Lo sfincione, si dice, è "scarsu r'uoghhio e chinu i pruvulazzu", scarso d'olio e pieno di polvere.
Ma non pensavo che il legame tra lo sfincione e la polvere potesse essere anche figurato. Lo sfincionello piccolo o grande che si vendeva in certe ville di Bagheria e dintorni, non era una pizza, né una focaccia, ma c'entra un altro tipo di farina.
I carabinieri di Bagheria, dove tra l'altro è tipico lo "sfincione bianco" (sic), hanno arrestato 14 persone coinvolte in uno spaccio di cocaina e hashish e che organizzavano feste a tema, diciamo così, in varie case private nella città palermitana del Liberty. La coca era in codice lo sfincionello grande, il fumo quello piccolo.
Il cibo di strada è caratterizzato dalla bontà e soprattutto dal prezzo molto abbordabile. Paghi poco e mangi bene. Anche gli sfincionelli dei coca party costavano poco. La crisi colpisce tutti i settori dell'economia e così pure la banda veniva a suo modo incontro ai consumatori, abbastanza giovani. Il marketing lo facevano davanti alle scuole o su Facebook: altro che pusher, questi erano più bravi dei venditori di aspirapolvere. Come fare per promuovere la merce? Semplice, offerte speciali. La prima dose era gratis. Cliente fidelizzato e concorrenza fatta fuori, dunque, e pure le tariffe erano state adeguate alla situazione economica poco felice. "Appena" 80 euro per un grammo di coca, 10 per una stecca di hashish. Alla fine sono stati segnalati circa 400 consumatori e sequestrati 350 grammi di polvere bianca e 3,5 chili di fumo. I pusher si ispiravano ai personaggi della serie tv di Romanzo criminale e si facevano chiamare con soprannomi in dialetto: c'erano "Baby Ciccio" (alias Antonino Castronovo), "Totò 'u miricanu", "Ranetta". Vincenzo Militello, uno dei coordinatori della banda, era conosciuto come "'U pacchiuni". I carabinieri invece erano i "lupi".
Grazie ai nomi trovati nelle rubriche dei giovani consumatori, i militari dell'Arma hanno ricostruito il sistema delle feste. Ne hanno monitorate sei, compreso un presunto addio al celibato, corredato di 100 grammi di coca. Sniff, sniff.

venerdì 2 dicembre 2011

Gioca con i fanti ma lascia stare i santi

Il Vaticano è contro la clonazione.
Ma mica solo quella umana. Immagino che dalle parti della Santa Sede diano un po' fastidio pure i siti Internet fasulli. Soprattutto se il sito clonato è proprio quello del Vaticano.
Un'organizzazione criminale, scoperta dalla polizia di Messina, utilizzava siti web clonati per scommesse clandestine. Tra i siti ce n'era appunto uno con una finta homepage della Città del Vaticano. Cioè, uno cercava magari spunti per una preghiera e invece si ritrovava pieno di donne. Nel senso del poker, eh.
La polizia ha arrestato 10 persone in diverse città italiane e altre tre sono ancora ricercate. Avrebbero creato siti apparentemente identici a quelli autorizzati dai Monopoli di Stato, per effettuare scommesse online e giocate in casinò virtuali. Sequestrati anche numerosi conti postali e bancari e otto società informatiche. Associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato e naturalmente evasione fiscale. Non c'è più religione, neanche nel gioco.
I siti erano tutti collegati a provider esteri. In Svizzera, Lussemburgo, Malta e Gran Bretagna. D'altra parte anche il finto sito del Vaticano ti porta in Paradiso. Fiscale.

mercoledì 30 novembre 2011

Nel cognome del padre

Informazione di servizio.
Le tariffe della Publikompass per le necrologie sul Giornale di Sicilia sono:
€3 per il testo;
€6 per adesioni e partecipazioni a lutto;
€17 per nome e cognome del defunto;
€17 per titoli accademici e/o apposizioni;
€17 per anniversario, ringraziamento, trigesimo;
€29,50 per croce o simbolo;
€6 per neretti o maiuscoli dentro testo.
Questo listino è la scusa per fare due conti su una cosa che si ripete puntualmente ogni 30 novembre da 13 anni. Un necrologio che si ripete dal 1998. Sul Giornale di Sicilia.
A scanso di equivoci, vengo da una terra che ci tiene molto e seriamente al rispetto per i morti. Per i bambini siciliani, almeno per quelli che erano bambini quando lo ero pure io, i regali li portano i Morti, veri protettori della famiglia, altro che Babbo Natale o la Befana.
Dunque il "culto" dei morti è una faccenda seria e portare rispetto ai defunti è un obbligo non solo morale. Parlando di Sicilia e di morti, è inevitabile che si finisca a parlare di mafia e ho già detto che i criminali ammazzati dal clan rivale o i morti delle faide non possono essere considerate vittime innocenti della mafia.
Ciò detto, tutti hanno il diritto di esprimere affetto e appunto rispetto per un proprio caro defunto. Anche la famiglia Messina Denaro ha questo diritto. Premesso che al superboss di Castelvetrano hanno dato la libertà di fare molte cose, perché non lasciargli anche quella di dettare due righe per il padre Francesco, morto nel 1998?
Sul necrologio del boss padre di boss però ci sarebbe qualcosa da dire comunque. Io ho scoperto questa cosa dal racconto di un collega bravissimo, Giacomo Di Girolamo, un giornalista conterraneo di Messina Denaro che, tra le altre cose, conduce ogni giorno su Rmc 101, la radio più ascoltata del trapanese, la trasmissione Dove sei, Matteo? Un indizio al giorno alla ricerca di Matteo Messina Denaro.
Si dice che il necrologio lo scriva il boss in persona. Negli anni è stato tutto un fiorire di citazioni, testi lunghi e poetici, passi biblici. Perché il 49enne Matteo, anzi "Alessio" (uno dei tanti soprannomi), l'Assoluto, Diabolik, a suo modo è uomo di cultura senza aver studiato, mafioso atipico che legge la Bibbia ma non è credente. E allora ecco nel 2003 eloquenti versetti evangelici: «Beati i perseguitati, perché di essi è il regno dei Cieli» (dal vangelo secondo Matteo - sic - 5,10). Nel 2005 è toccato addirittura alla letteratura più elevata, Lucrezio e il De Rerum Natura. E l'anno dopo torna la Bibbia, con un pezzo dell'Ecclesiaste direttamente in latino. Tradotto: «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, ma solo chi lo vuole davvero riesce a volare, e il tuo volo è stato il più sublime in eterno».
Troppo clamore, però. Quello che di solito passava sotto un silenzio neanche tanto casuale, comincia a suscitare qualche interesse e curiosità. Il pm Antonio Ingroia commentava che questo necrologio latineggiante è la conferma che i mafiosi non sono più «pecorai che stanno rinchiusi in tuguri tra ricotta e cicoria». E da quel momento le parole di cordoglio si sono fatte più sobrie. Fino al necrologio del 2010, replicato praticamente identico quest'anno (a pagina 31):


Matteo, la madre e le sorelle quest'anno l'hanno ricordato così. C'è il nome, qualche grassetto maiuscolo, le date: il minimo indispensabile. Una cinquantina di euro.

venerdì 25 novembre 2011

La via di Peppino

Per tanti anni quella strada non è mai esistita. Era solo un vicolo che si perdeva davanti a un'abitazione privata e nei residui incolti e abbandonati di quella campagna che c'era prima che nascesse prepotente e cementificato il quartiere Sorda, a Modica. Il vicolo era intitolato ad Attilio ed Emilio Bandiera, i fratelli patrioti del Risorgimento italiano. Quella stradina scendeva giù da via Risorgimento, appunto.
L'idea di prolungare il percorso di quel vicolo, e creare una bretella tra via Risorgimento e viale Alcide De Gasperi (all'incrocio con via San Giuliano), è più vecchia di me, credo. Non voglio mettermi qui a spiegare la viabilità caotica del quartiere più nuovo e residenziale della mia città, ma quella strada era considerata da tutti necessaria.
Ci si è arrivati soltanto nel 2008. Ricordo che fu aperta al traffico a metà maggio, a un mese dal voto amministrativo in città. Una delle ultime inaugurazioni del sindaco Piero Torchi che si era dimesso per tentare - inutilmente - fortuna alle elezioni regionali. La strada era tutt'altro che completa, gli impianti non erano ancora finiti. "Per un tubo!", disse Torchi tempo dopo: la sinistra criticava per un tubo, solo perché la strada era stata aperta anche se mancava la rete idrica...
Comunque la bretella ora è lì. Bretella: questo è il nome ufficioso con cui i modicani la conoscono, in fondo è la bretella di via Risorgimento. Da sabato 26 novembre il nome è un altro. Un bel nome. E il merito è tutto di un'iniziativa e proposta del movimento studentesco qualche anno fa. Iniziative per far sì che la via venisse intitolata a Peppino Impastato. Quella strada sarà d'ora in poi via Giuseppe, anzi Peppino, Impastato. L'amministrazione comunale guidata da Antonello Buscema ha accolto subito la proposta e la Prefettura di Ragusa ha dato l'autorizzazione. Quello che non è stato possibile a Villabate, dove si preferisce dedicare vie a nazisti (pur pentiti), è stato fatto a Modica.
Copio e incollo dal comunicato stampa:
«Dopo l'intitolazione a don Pino Puglisi di una via del centro storico della città di Modica, sabato 26 novembre sarà inaugurata via Giuseppe Impastato. L'idea di dedicare una via al giovane siciliano ucciso dalla mafia prese il via diversi anni addietro da un'iniziativa di alcuni giovani studenti che diedero vita anche ad una raccolta di firme. Il sindaco Antonello Buscema colse subito la bontà della proposta e avviò le pratiche burocratiche necessarie per l'intitolazione. Ottenuto il via libera da parte della Prefettura si è dato il via all’organizzazione dell’evento di inaugurazione. L'assessore [alla Cultura] Anna Sammito ha seguito quest'ultima fase promuovendo contatti con le scuole e con le personalità invitate ad intervenire. "La via di Peppino" è il titolo scelto per l'incontro che si terrà sabato 26 novembre alle ore 10, presso l'aula magna del Liceo Scientifico Galileo Galilei. Il saluto del Sindaco Buscema darà il via ai lavori che saranno moderati dal prof. Maurilio Assenza e che vedranno gli interventi del dott. Giovanbattista Tona, magistrato della Corte di Appello di Caltanissetta e del dott. Francesco Pulejo, procuratore della Repubblica di Modica. I relatori interagiranno con gli studenti sul tema della legalità e della lotta alle mafie a partire dall'esempio, dalla testimonianza e dalla grande eredità lasciata da Peppino Impastato. Ci sarà spazio anche per il teatro con l'attrice modicana Fatima Palazzolo, la quale interpreterà Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, in un monologo tratto da "La madre dei ragazzi" di Lucia Sardo. Alle 12 ci si trasferirà all'intersezione tra via Alcide De Gasperi e via San Giuliano per la cerimonia di intitolazione della via a Peppino Impastato»
Io purtroppo non potrò esserci. Ma mi fa piacere pensare che la prossima volta che mi affaccerò dal balcone della cucina a Modica, vedrò via Giuseppe, cioè Peppino, Impastato.

giovedì 24 novembre 2011

Nun chianciri ppì mia, Argentina

Ammettere che l'Italia sia diventata ormai terra di approdo per l'immigrazione sembra difficile per molti connazionali (non solo quelli che dicono di appartenere a un altro fantomatico popolo). La retorica in fondo è sempre quella della Grande Proletaria, della nazione povera i cui figli vanno a ripopolare il mondo, terra di emigrati, di lavoratori in uscita e non in entrata. Terra di emigrazione, non di immigrazione.
Sappiamo invece che i tempi sono cambiati, rispetto a quando i cognomi italiani andavano a riempire gli elenchi e gli almanacchi degli altri continenti, dall'Europa alle Americhe passando per l'Australia. Ora sono i cognomi non italiani a segnare la svolta demografica del nostro Paese. La polemica scaturita dal richiamo del Presidente della Repubblica Napolitano sulla cittadinanza ai figli degli immigrati ha reso ancora più attuale questo discorso.
Questo però non vuol dire che non ci sia tanta Italia, e con essa tanta, tantissima Sicilia, in giro per il mondo. Lasciando perdere le fughe dei cervelli, l'emigrazione di lusso. Il mondo è pieno di italiani, o meglio di discendenti di italiani.
foto di Angelo Gurrieri
Avrei dovuto scrivere questo post già alcuni giorni fa, ma aspettavo di ricevere una foto. Una foto che doveva mandarmi proprio un italiano all'estero. Mio cugino che attualmente si trova in Argentina. Ho ricevuto oggi quella foto. Angelo, mio cugino, me ne aveva parlato qualche settimana fa. A Santa Fe ha visto il volantino di una messa in siciliano. Una messa in siciliano, in Argentina. Non credo che si siano mai dette messe in dialetto neanche nel più isolato e tradizionalista paesino siciliano, e invece in Sudamerica... La messa, la prima di questo genere, è stata celebrata il 12 novembre a Rosario. Da un prete siciliano, di Sant'Agata di Militello (ME).
Rosario. Nome che evoca molta Sicilia. Se non altro perché è uno dei nomi maschili più diffusi nell'Isola! Ma Rosario e la Sicilia hanno decisamente un legame profondo. Penso ai parenti di mio padre che, prima di trasferirsi in Venezuela, erano passati proprio da qui. E ancora adesso sull'elenco telefonico di Rosario compaiono tre utenti che si chiamano Caccamo. Chissà se è solo un caso?
Ho spesso detto, più o meno scherzando, che l'Argentina è fatta di italiani e tedeschi. Non credo di sbagliarmi troppo. E tra gli italiani abbondano davvero i siciliani. Gente che magari non ha mai visitato l'Italia e la Sicilia ma continua a mantenere un legame genuino, sincero e incredibilmente emotivo con la loro terra d'origine. Ma questi sono soprattutto i figli di quella storica emigrazione. I nipoti, a dire il vero, sono molto più indifferenti. Le nuove generazioni hanno altri interessi.
Non so quanti siano i siciliani, di seconda o terza generazione in Argentina, ma sono sicuramente tanti. Sono infatti molte le associazioni di miei conterranei in quel Paese. Riunite insieme nella Fesisur (Federación de Entidades Sicilianas de Buenos Aires y Sur de la República Argentina) sono almeno una cinquantina. Molte portano il nome di paesini e cittadine della Trinacria, alcune sono dedicate a illustri siciliani. Una, semplicemente, alla "Sicilia Bedda". Una addirittura all'attore - vivente - Gilberto Idonea. Gli stessi nomi e cognomi dei presidenti di queste associazioni raccontano la storia, anzi le storie, della Sicilia: provenienti da ogni angolo, anche il più nascosto, dell'Isola, segno di una presenza capillare. E non è un caso che molte si chiamino "famiglie", perché il legame non è a livello di diplomazie. Si tratta semplicemente di affetti.

mercoledì 23 novembre 2011

Fuit Fiat

Oggi è l'ultimo giorno di produzione della Fiat di Termini Imerese. L'azienda del Lingotto l'aveva detto con larghissimo anticipo: entro la fine dell'anno quello stabilimento deve chiudere. D'altra parte, ormai conosciamo bene la strategia industriale di Sergio Marchionne. Meno Italia, più Stati Uniti.
Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, alla fine si è quasi rassegnato. Anche con gli investimenti che la Sicilia sta mettendo in campo, forse la Fiat sarebbe andata via lo stesso, è stato il suo commento amaro alla vigilia del blocco definitivo della produzione (l'ultima "creatura" è la Lancia Ypsilon).
E questa svolta avviene proprio a ridosso del cambio di governo. Dunque allo Sviluppo economico c'è un nuovo ministro, Corrado Passera, e non più il berlusconiano Paolo Romani, ma non è detto che l'approccio cambi tanto. Quello che conta è il destino degli operai, e questo lo dicono tutti, dai politici agli imprenditori agli analisti.
La chiusura della Fiat potrebbe diventare l'opportunità per reinventare il panorama industriale di Termini, naturalmente con il reimpiego delle tute blu che lavoravano, fino a oggi, nello stabilimento della Fabbrica Italiana Automobili Torino (spiego la sigla giusto per ricordare che non è la marca delle felpe di Lapo Elkann, ndr). L'elenco delle aziende individuate nove mesi fa nell'accordo tra Governo, Regione, provincia e comune, comprendeva ditte di tutti i tipi - le uniche automobilistiche erano la lussuosa De Tomaso e l'elettrica Cape Reva. Termini potrebbe essere un buon sito industriale anche senza le grandi fabbriche.
Non lo penso solo io, ma è lo stesso sito web del comune di Termini Imerese a suggerirlo:
«Termini Imerese è un importante centro di sviluppo industriale.
Oltre alla presenza di importanti realtà industriali come la Fiat e la centrale di produzione dell'energia elettrica Enel "Ettore Majorana", Termini può vantare alcune innovative aziende che operano nei più diversi campi, dalla nautica all'agroindustriale.
Termini Imerese è favorita dalla propria posizione geografica che la colloca al centro di importanti snodi stradali e le permette un facile collegamento con tutte le più importanti località dell'isola» [ultimo aggiornamento: 28 ottobre 2009!]
Ora nello stabilimento che è (cioè fu) della Fiat dovrebbe andare la DR Motor, piccola società molisana dell'imprenditore Massimo Di Risio che si occupa di assemblaggio di auto a basso costo. Scelta significativa: l'esatto opposto della De Tomaso. Lombardo sembra tutto sommato soddisfatto, perché pur non essendo una multinazionale la DR dovrebbe garantire il posto di lavoro a più di 1.300 operai (in 4-5 anni). Speriamo.

sabato 19 novembre 2011

Lo Stratford di Messina

242.121
Duecentoquarantaduemilacentoventuno. Al 31 maggio 2011 questo è il numero degli abitanti della città di Messina, secondo i dati Istat.
Messina al tempo di Shakespeare
Di sicuro da allora il numero è cambiato e l'istituto di statistica, tra l'altro nel pieno della nuova rilevazione del censimento, ha dovuto aggiornarlo, tra nascite e morti nella città dello Stretto. La demografia è in continua evoluzione. Ci sono pure gli stranieri da contare, e gli emigrati di ritorno, più altre categorie varie ed eventuali. Non so se sul complicatissimo modulo del censimento sia prevista pure la voce "personaggi illustri che tutto il mondo conosce come inglesi ma che secondo noi, in fondo, hanno un'origine italiana, anzi siciliana, anzi messinese". Va bene anche una dicitura più breve, per carità.
Non è che siano in tanti a poter godere di questa qualifica. Uno, per essere precisi. Uno solo, un cittadino in più da aggiungere sicuramente a quei 242.121 dell'Istat. Quindi almeno 242.121 più uno, i messinesi. Il "+1" è davvero un valore aggiunto. Dall'8 agosto 2011, con delibera 61/C del consiglio comunale di Messina, il civico consesso (termine orrendo, ma cerco di adeguare il linguaggio alla solennità della vicenda, ndr) ha concesso la cittadinanza onoraria post mortem a Michelangelo Florio.
Chi??? No, aspettate. Non l'hanno concessa a Michelangelo (o Michele Agnolo) Florio, ma a uno che, partito da Messina con quel nome, è diventato famoso con un'altra identità. E tutto il mondo conosce come inglese. Colpo di scena, anzi colpo di teatro, direi: Mister William Shakespeare!!! Il Bardo, il poeta, il genio, l'autore inglese per eccellenza.
Una cosa del genere può stravolgere tutto: storia, certezze, cultura. Shakespeare messinese... E adesso chi glielo dice agli inglesi? Quelli ci tengono. A inizio ottobre ci ha pensato Giuseppe Previti, presidente del consiglio comunale, a comunicarlo Oltremanica. Ma siccome quando facciamo una cosa, noi la facciamo seriamente, la lettera è stata mandata a Elizabeth Alexandra Mary. Buckingham Palace, London SW1A, 1AA. Citofonare Windsor.
Meglio andare al sodo. Interpelliamo direttamente la Regina. Che avrebbe risposto. Così, secondo l'ufficio stampa del comune di Messina (comunicato del 16 novembre 2011): «Buckingham Palace ha risposto al presidente del Consiglio comunale, Giuseppe Previti, ringraziando per la decisione del civico consesso di Messina di conferire la cittadinanza onoraria a William Shakespeare, scrittore e poeta inglese del diciassettesimo secolo» (ma anche del sedicesimo, direi, ndr). Dài, tutto sommato l'ha presa bene. Eppure Sonia Bonici, funzionario di Buckingham, riferisce che Sua Maestà non commenta e continua a definire Shakespeare uno scrittore inglese.
La storia non è nuova, e non solo perché Shakespeare-Florio ha una certa età. Il tutto è riassunto bene dal testo integrale della delibera del consiglio comunale messinese (un capolavoro, altro che Shakespeare). Lì si parla dei precedenti, degli studi e delle ipotesi ormai datate sulla reale identità del buon William da Stratford-upon-Avon e/o Michelangelo da Messina. Che infatti ha ambientato in Italia molte sue opere e avrebbe pure utilizzato - secondo alcune interpretazioni e traduzioni non sempre "letterali" - termini non proprio regali. "Mizzica", suonerebbero alcune imprecazioni contenute in Much ado about nothing (Molto rumore per nulla, anzi Tantu trafficu ppi nenti). E trovo meraviglioso che a riprova della messinesità di Shakespeare si citi anche una puntata di Voyager. Sul serio.
La teoria è stata lanciata per primo da un mio conterraneo, lo storico Martino Iuvara di Ispica. Ricordo che fu lui a svelare anche che l'armistizio del 1943 non fu firmato a Cassibile, come storicamente accettato, ma a Santa Teresa Longarini. Credo che la distanza tra le due località sia più breve di un sonetto shakespeariano.
Michelangelo Florio sarebbe diventato William Shakespeare - traduzione letterale del nome della mamma Guglielma Crollalanza - per sfuggire all'Inquisizione. Dunque non era neanche uno stinco di santo. E dire che secondo l'Osservatore Romano, la voce del Vaticano, lo scrittore era un convinto e fervente cattolico. Un uomo del mistero, non c'è che dire, anche del mistero della fede.
Anche il 242122esimo messinese postumo Michele Agnolo Florio Crollalanza, da gran signore qual è, sa comunque che non sta bene fare uno sgarbo a Elisabetta II. La nemica, casomai, è la Reg(g)ina con due "g"...

venerdì 18 novembre 2011

Il vero tarocco siciliano

Lei sicuramente lo sapeva già. Le sarà bastato leggere le sue amate carte. I tarocchi d'altra parte non mentono e per questo si sarà preoccupata relativamente. Certo, ha dovuto aspettare 15 anni per tornare al lavoro, ma ovviamente era già tutto previsto.
Il lavoro in questione è uno studio da cartomante, anzi "cartomanzia, scienze occulte e grande esorcista", a Palermo. Lei è F.G., grande maga dunque. Nel 1996, appunto 15 anni fa, la questura di Palermo aveva fatto chiudere il suo studio perché la cartomanzia, la lettura delle carte, rientrerebbe tra quelle attività di ciarlataneria vietate da un regolamento applicativo della legge sulla pubblica sicurezza (T.U.L.P.S., il testo unico del 1941). La legge è molto chiara: il mestiere di ciarlatano comprende ogni attività che speculi sulla credulità della gente o sfrutti e alimenti i pregiudizi popolari. Ed elenca pure le varie professioni del ciarlatano: «gli indovini, gli interpreti di sogni, i cartomanti, coloro che esercitano giochi di sortilegio, incantesimi, esorcismi, o millantano o affettano in pubblico grande valentia nella propria arte o professione, o magnificano ricette e specifici, cui attribuiscono virtù straordinarie o miracolose».
Per questo motivo, se non altro perché è la legge a dirlo, il questore palermitano decise 15 anni fa di chiudere lo studio di F.G., con relativo divieto di fare pubblicità e propaganda sulla stampa, alla radio e in tv. La grande maga ed esorcista fece subito ricorso al Tar e ora il tribunale amministrativo le ha dato ragione. Annullando la decisione della questura di applicare la legge. Misteri dell'occulto.
Il Tar di Palermo dice di aver aderito all'orientamento interpretativo secondo cui l'attività di cartomante (e chiromante, veggente o occultista) è da sanzionare solo se costituisce manifestazione di vera e propria ciarlataneria. La questura avrebbe dovuto accertare e valutare in concreto (come?, ndr) che davvero F.G. stesse speculando sulla creduloneria e sulle superstizioni della gente.
Al di là del solito linguaggio legal-burocratese, vale la pena leggere per esteso una parte della sentenza 1944/2011 del Tar.
«Deve ritenersi necessaria una approfondita analisi della fattispecie concreta per verificare se tale attività concretizza un abuso della credulità popolare e dell'ignoranza. Tale analisi deve tenere conto del mutato contesto storico e sociale rispetto al momento, in cui è stata introdotta quella normativa, di cui è, peraltro, espressione la stessa giurisprudenza, che è giunta a ritenere ammissibili le attività di cui di discute in quanto fonte di reddito e quindi soggette al prelievo fiscale al pari di qualsiasi attività professionale. È stato, in particolare, affermato che l'attività di cartomante è indifferente per l'ordinamento giuridico, non essendo contraria al combinato disposto degli art. 121 T.U.L.P.S. e 231 del relativo regolamento, se non quando sia manifestazione di vera e propria "ciarlataneria", con la conseguenza che i proventi dalla stessa derivanti rientrano tra quelli "di lavoro", con conseguente obbligo della loro annotazione nelle scritture contabili, la cui omissione è penalmente sanzionata»
In sostanza, la giustizia italiana ha tempi così lunghi che ormai svolgere il mestiere di cartomante è lecito, a patto che lo si faccia nel rispetto della legge, chiarendo la totale assenza di fondamento scientifico e senza scadere nell'esercizio abusivo di professioni. Altrimenti oltre ai presupposti di ciarlataneria c'è ben altro.
Il paradosso è che la cartomante potrebbe ora chiedere un risarcimento allo Stato per i 15 anni di mancati guadagni. Chissà se aveva previsto anche questo.

giovedì 17 novembre 2011

Commissario sono

Non ci sono ministri siciliani nel neonato governo Monti. Oddio, che dramma. Certo, a chi si era abituato alle scorpacciate dei decenni berlusconiani, dev'essere sembrato strano non vedere neanche un nome siculo nella lista dei ministri del nuovo esecutivo. A me non cambia nulla, non sto a guardare i numeri.
Immaginavo in ogni caso che in Sicilia partisse la corsa, un po' campanilistica e provincialotta, all'elogio a un'autorevole esponente del governo appena nato. Ovviamente stiamo parlando del neoministro dell'Interno, la romana Anna Maria Cancellieri, nota soprattutto per il suo lavoro da commissario straordinario a Bologna, ma con un passato da prefetto a Catania. Nel 2007, nel periodo successivo all'omicidio dell'ispettore Filippo Raciti allo stadio Cibali. E nel novembre 2009 le è pure toccata la gestione da commissario straordinario, nominata dalla Regione, del Teatro Stabile del capoluogo etneo.
Dopo la sua nomina tutto il gotha della politica catanese si è affrettato a esprimere soddisfazione e felicitazioni. Annamaria è una di noi, dicono. Per di più è sposata con un farmacista di origine siciliana, Sebastiano "Nuccio" (ma per gli amici addirittura "Zezè") Peluso, di Palazzolo Acreide (SR), conosciuto in Libia.
A Bologna le avevano chiesto un po' tutti di candidarsi a sindaco. Lei aveva gentilmente declinato l'invito. Il lavoro del commissario straordinario è un altro. Proprio nel momento in cui Anna Maria Cancellieri trasloca al Viminale, forse alcuni scoprono per la prima volta l'esistenza dei commissari straordinari.
Sono 93 i comuni commissariati in tutta Italia. E non tutti soltanto per mafia, come potrebbe sembrare ovvio ai più. Di questi, 10 sono in Sicilia, sparsi tra le province di Palermo, Catania, Messina e Agrigento. Senza contare i tanti commissari ad acta mandati a risanare certi bilanci disastrati.

- Belmonte Mezzagno (PA). Il sindaco era fino al 6 settembre 2011 Saverio Barrale, zio dell'ex ministro Saverio Romano. Diciamo che le voci sui rapporti della giunta con la mafia erano tante, ma il Viminale non ha sciolto l'amministrazione. Ci ha pensato, dopo un lungo tira e molla, Barrale a dimettersi e al suo posto è arrivata Margherita Rizza.
- Mezzojuso (PA). Dalla metà di agosto di quest'anno Girolamo Ganci è il commissario del comune. Il sindaco Nicola Cannizzaro era stato sfiduciato il 26 luglio dalla maggioranza dei consiglieri (12 su 15).
- Militello in Val di Catania (CT). Nel paese di Pippo Baudo non c'è più il sindaco. Antonio Lo Presti infatti è morto il 16 giugno scorso. Al suo posto è arrivato il commissario Francesco Spataro.
- Palagonia (CT). Il sindaco Francesco Calanducci si è dimesso definitivamente il 24 giugno. Dico definitivamente perché era da febbraio che provava a rassegnare le dimissioni. Alla fine c'è riuscito. Il commissario Antonio Garofalo è entrato nel pieno della dialettica politica, beccandosi pure le critiche e gli attacchi frontali del consiglio comunale contro il suo immobilismo.
- Fiumedinisi (ME). Il comune è commissariato dal 14 luglio. Il sindaco era Cateno De Luca, il deputato regionale finito ai domiciliari per tentata concussione e falso. I domiciliari gli sono stati revocati ma era rimasto il divieto di dimora a Fiumedinisi. Lui è tornato a far politica ma nell'ufficio del primo cittadino in via Umberto I siede il commissario Michelangelo Lo Monaco.
- Furci Siculo (ME). Qui Daniela Leonelli è stata nominata dalla Regione commissario straordinario per la gestione dell'ente addirittura il 7 dicembre 2009, per l'incapacità del comune di approvare il bilancio di previsione. Il sindaco Bruno Parisi infatti era stato eletto senza una maggioranza in consiglio.
- Furnari (ME). Al dicembre 2009 risale pure il commissariamento di Furnari, sciolto per mafia il 27 novembre 2009. Le infiltrazioni dei clan barcellonesi e mazzarroti hanno portato alle dimissioni del sindaco Salvatore Lopes e al commissariamento, che dura tuttora (la gestione straordinaria è di Carmelo Musolino, Gino Rotella ed Elena Scalfaro). Si voterà il 27 novembre 2011, esattamente due anni dopo lo scioglimento del comune.
- Castrofilippo (AG). Dopo l'arresto del sindaco Salvatore Ippolito, avvenuto il 22 settembre 2010 e disposto dal Gip del Tribunale di Palermo su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, i poteri sono stati affidati nel novembre 2010 al commissario straordinario Giuseppe Petralia. Il 15 aprile 2011 è stato sciolto il consiglio comunale.
- Licata (AG). Il sindaco Angelo Graci dal dicembre 2009 sconta un divieto di dimora a Licata per accuse di corruzione. Nonostante la rimozione dalle funzioni comunali da parte del prefetto di Agrigento, la sospensione è decaduta, il consiglio comunale si è auto-sciolto ed è stato sostituito dal commissario prefettizio Giuseppe Terranova (dal 27 gennaio 2010). Ciononostante, in base allo Statuto della Regione Siciliana, Graci mantiene la carica di sindaco di Licata e la esercita da Agrigento, dove risiede.
- Racalmuto (AG). Nel paese di Leonardo Sciascia, il commissario Giuseppe Petralia (lo stesso di Castrofilippo) è arrivato a luglio, dopo che il sindaco Salvatore Gioacchino Petrotto, che si sentiva perseguitato dalla giustizia, si è dovuto dimettere per le accuse di mafia. A ciascuno il suo.

Aggiornamento del 13 dicembre 2011. Dopo le dimissioni del sindaco Giovanni Venticinque del Pdl (questo il suo comunicato stampa del 28 novembre: «Il sottoscritto Venticinque Giovanni, sindaco pro tempore del Comune di Scicli, venute meno le condizioni politiche per espletare dignitosamente il mandato di governo della città, rassegna le dimissioni dalla carica di sindaco»), a Scicli (RG) è stata mandata come commissario straordinario Margherita Rizza, sciclitana d'origine e ormai esperta del settore. Torna a casa dopo Belmonte Mezzagno e ancora prima Pachino (nel 2008). Il presidente della Regione Lombardo ha accelerato la firma del decreto dopo le proteste dei dipendenti comunali e per l'emergenza rifiuti. Il governatore si era rivolto invano a Severino Santiàpichi, ma il noto giudice sciclitano ha rifiutato per «non interferire con le vicende della sua città».

Aggiornamento del 23 gennaio 2012. Per non farsi mancare nulla, un commissario straordinario è arrivato pure nella città più importante di tutta la Sicilia. Il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, ha deciso di lasciare con un po' di anticipo la poltrona da primo cittadino, pochi mesi prima della naturale scadenza del suo mandato. Dalla prefettura di Vibo Valentia arriva Luisa Latella. Fino alle attese elezioni palermitane toccherà a lei l'onore e l'onere di guidare il capoluogo siciliano. Una città "bella e devastata", l'ha definita la dottoressa Latella.

domenica 13 novembre 2011

Dalla parte (civile) delle vittime

I morti non sono tutti uguali.
Ne sono convinto.
Per molto tempo mi sono chiesto perché in Italia siano poche le vie o piazze dedicate alle vittime di mafia. Intendo dire intitolate in generale proprio alla categoria, chiamiamola così, delle "vittime della mafia", come i caduti in guerra o sul lavoro. Ovvio che mi va benissimo la strada o la piazza dedicata al giudice, al sindacalista, al giornalista, alla singola vittima di Cosa Nostra – o della 'ndrangheta, o della camorra, o...
Anzi, spero che siano sempre di più gli angoli delle città e dei paesi italiani dedicati a chi è stato ucciso dalle mafie. Dico solo che non mi dispiacerebbe un ricordo generale e complessivo per tutte le vittime della criminalità organizzata, perché oltre ai già tanti nomi noti c'è tutto un esercito di martiri sconosciuti. Giusto per non ammazzarli di nuovo con il silenzio.
Pianosa (foto di Antonella Di Girolamo)
Qualcosa si muove. A Pianosa, l'isola dell'Arcipelago Toscano che ospitava il carcere di massima sicurezza, strade, piazze e giardini sono stati intitolati alle vittime di mafia. A Palma di Montechiaro, nell'agrigentino, diversi uffici del Comune hanno sede in via Vittime della mafia.
In Calabria c'avevano provato l'anno scorso. A Serra San Bruno (Vibo Valentia) però "via Vittime della mafia" è durata pochissimo, perché per i residenti «il nome scelto è inopportuno e inappropriato». Testuale e sottolineato in neretto. Più opportuno e appropriato invece "traversa I via Catanzaro". Ecco una prima risposta a quella domanda iniziale, forse...
Oppure qualcuno potrebbe pensare che il boss e il capobastone ammazzati dal clan rivale o dalla famiglia e cosca nemica siano da considerare pure loro vittime della mafia. No, questa è una cosa che non posso concepire neanche con un complesso esercizio di astrazione. D'altra parte, sono un laico terreno e non spetta a me parlare di assoluzioni, pentimenti e perdono. Ci sono casi in cui la morte non può essere considerata 'a livella, con buona pace dell'amato Totò.
La settimana scorsa i fratelli Benedetto e Giuseppe Graviano, capimafia della famiglia palermitana di Brancaccio, hanno chiesto di costituirsi parte civile in un processo per mafia. Processo contro il capo dei capi Totò Riina e il pentito Gaetano Grado, imputati per 11 omicidi commessi nella seconda guerra di mafia tra gli anni Settanta e l'inizio del decennio successivo. I Graviano c'entrano perché il 7 gennaio 1982 è stato ucciso il padre Michele, schierato con i corleonesi e ucciso dai perdenti di quella guerra.
Non contento, Giuseppe Graviano ha chiesto pure di potersi costituire parte civile per il figlio minorenne ma su questa istanza il giudice si è riservato di decidere. Il processo è stato rinviato al 16 gennaio 2012.
Tocca ai giudici palermitani decidere. Io rimango interdetto. Come fanno notare giustamente i familiari delle vittime di mafia (quelle vere), i Graviano andranno anche in causa civile e chiederanno un risarcimento? Oppure saranno ammessi al fondo di rotazione 512 "per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso"?
Per la cronaca, gli aspiranti parenti di "vittime di mafia" Graviano sono gli assassini, tra gli altri, di don Pino Puglisi, delle stragi di Firenze e Milano, del piccolo Giuseppe Di Matteo.

giovedì 10 novembre 2011

Emme-Zeta, Esse-Esse

Quando in estate il Palermo ha comprato l'israeliano Eran Zahavi, mi sono subito chiesto se la sua esperienza italiana sarebbe stata come quella di Tal Banin o al contrario quella di Ronny Rosenthal. Israele non ha una tradizione calcistica di rilievo e in Italia ha giocato solo Banin, centrocampista del Brescia per tre stagioni, dal 1997 al 2000.
Prima di lui era toccato al centravanti Rosenthal, ma solo per qualche giorno: nel 1989 arrivò a Udine in prova, ma fu rimandato indietro, ufficialmente per problemi alla schiena. Sui muri della città friulana erano comparse però scritte antisemite e fu facile credere che quello fosse stato il motivo che convinse la società bianconera a non ingaggiare Ronny. Nel 1995 il pretore del lavoro di Udine decretò che non c'entravano motivi razziali, stabilendo comunque l'illegittimità della rottura del contratto e condannando l'Udinese a pagare 61 milioni di lire a Rosenthal per mancato guadagno.
Vabbè, nel 2010 ci sarebbe stato pure Eyal Golasa, preso dalla Lazio, ma restato a Roma solo cinque giorni, per il mancato accordo tra la società biancoceleste e il Maccabi Haifa. Non lo conto per ovvie ragioni, anche se non nascondo che mi incuriosiva l'approdo di un ragazzo israeliano al cospetto di una certa parte della tifoseria laziale. Se non altro perché ricordo le contestazioni nel 1992 contro Aron Mohamed Winter. Olandese, nero: bastò un nome di origine ebraica per scatenare il razzismo più becero.
Zahavi, arrivato dall'Hapoel Tel Aviv, è un buon calciatore; sto aspettando di capire se si tratterà dell'ennesimo colpo del Palermo a basso costo, della strategia delle plusvalenze che porta a scovare talenti oscuri, farli crescere e poi rivenderli a caro prezzo.
Compagno Zamparini?
Quando c'è di mezzo la squadra rosanero, c'è di mezzo il presidente Maurizio Zamparini. La parola più comune per definire l'imprenditore friulano è "vulcanico". Mangia-allenatori (ironia della sorte, al momento in cui scriviamo, il tecnico del Palermo si chiama Mangia, ndr), ce l'ha con molti, se non proprio con tutti. Ora si è messo in testa che il passaggio dell'argentino Javier Pastore al Psg è conseguenza di un'estorsione da parte dell'agente del calciatore.
«Una cosa simile, in ambito diverso, accade in America dove ci sono avvocati per la maggior parte di estrazione ebraica che aspettano i propri futuri clienti fuori dai tribunali e ospedali, promettendo consulenze gratuite che poi si rivelano invece con percentuali di provvigioni altissime, anche del 50%». No comment. Se non è antisemitismo questo...
Le reazioni indignate, giustamente, sono arrivate subito. Così Vittorio Pavoncello, presidente della Federazione Italiana Maccabi (l'associazione che si occupa della promozione sportiva nelle comunità ebraiche) e consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con delega allo sport: "parole inaccettabili", "frase fuori luogo", "parole che disturbano molto, offendono un popolo". Pavoncello ha pure scritto a Figc e Lega Calcio, condannando «il ricorso a una facile ironia su temi delicatissimi, sui quali bisogna saper misurare le parole. Ma soprattutto sarebbe opportuno che Zamparini si limitasse a parlare di calcio o delle sue attività commerciali, senza disquisire di argomenti che alimentano razzismo e antisemitismo». Sottoscrivo in pieno. Anche perché Emmezeta è un tesserato molto in vista, non un ultrà fascista qualsiasi.
Appena arrivato alla Favorita, Eran Zahavi aveva detto di essere stato accolto benissimo dai tifosi del Palermo e infatti non si è mai sentito (né mai si sentirà) parlare di offese o insulti razziali nei suoi confronti. Mi auguro che ancora non abbia imparato l'italiano così bene da capire gli sproloqui del suo presidente.
Domanda ingenua: ma per comprare Zahavi dall'Hapoel, Zamparini non ha trattato forse con avvocati ebrei?

lunedì 7 novembre 2011

61-0, e palla al Centro

Diversi modi di gestire la sconfitta in Sicilia... (da Rosalio.it)
La prima volta che ho votato alle elezioni era il 13 maggio 2001 (sì, quelle elezioni). Io sono un assiduo frequentatore dei seggi, le elezioni per me sono sempre un appuntamento molto importante, nonostante tutto e tutti. Certo, un battesimo di fuoco come quello non lo dimentico: erano le elezioni del famoso e famigerato 61-0, il "cappotto" siciliano dell'armata berlusconiana sulle macerie del centrosinistra. Risultato che ha lasciato più di un trauma. Col tempo, comunque, le risposte al perché l'Ulivo perse così sono arrivate da sole: ad Acireale schierò Vittorio Cecchi Gori, tanto per dirne una. Cecchi Gori? Ad Acireale?!?
Ora quella Sicilia politicamente (forse) non c'è più, ma non per eventuali meriti del centrosinistra, quanto per le acrobazie, i trasformismi e i ribaltoni della sterminata galassia della destra siciliana. La verità l'ha detta Angelino Alfano nove mesi fa, prima di diventare il segretario politico del Pdl, ma già ben consapevole del suo ruolo. Alfano ammoniva che "la maggioranza dei siciliani resta di centrodestra". E non gli si può dare torto. Sono le elezioni a confermarlo. Solo che è cambiato il centrodestra. Frammentato, spaccato, l'un contro l'altro armati.
Spesso si sente ripetere banalmente che la Sicilia è un laboratorio politico: non si può negare in effetti che la Trinacria inauguri fenomeni e tendenze che poi trovano (più o meno) fortuna anche a Roma. Vero che Futuro e Libertà è sostanzialmente Gianfranco Fini, ma tra i nomi di spicco ci sono i falchi siciliani Fabio Granata e Carmelo Briguglio. E l'Mpa è una creatura del governatore siciliano Raffaele Lombardo.
Ed è qui che volevo arrivare. Lasciando perdere le complicate e a volte inspiegabili geometrie dei palazzi palermitani, stavo notando in questi giorni che tra i tanti, veri o presunti "traditori", ex fedelissimi che stanno (starebbero) abbandonando Berlusconi, i siciliani fanno la loro bella figura. Si va dalle ex colombe di Fli Adolfo Urso e Pippo Scalia, che hanno lasciato il gruppo finiano per il misto, hanno dato la loro fiducia l'ultima volta ma ora sembrano insofferenti. Poi c'è il battitore libero Domenico "Mimmo" Scilipoti che, sempre parlando di sé in terza persona, non esclude sorprese. Figurarsi.
Il nuovo approdo dei delusi del Pdl sembrerebbe essere l'Udc. Eppure dai centristi fuoriusciti che facevano capo al ministro Saverio Romano (e ancora prima a Cuffaro) arrivò alla maggioranza la stampella salvifica del Pid. Quel partito-movimento però ha perso per strada pezzi importanti come Calogero Mannino, e ora Pippo Gianni non garantisce nulla sulla fiducia.
Uno dei critici della prima ora era stato Antonio Martino, ex ministro e tessera numero 2 di Forza Italia. Uno degli ultimi è invece suo cugino Francesco Stagno d'Alcontres, barone di Scuderi, nato a Malta. Da qualche mese tra i transfughi miccicheani, ha lasciato poco spazio ai dubbi, con un realismo politico da manuale: «Un sacco di deputati, annusando l'emergenza, vanno a Palazzo Grazioli per ricattare il premier. Io non posso perdere la faccia con i miei elettori, quindi chiedo anche io». Apprezzabile l'onestà intellettuale, diciamo così. E comunque le sue richieste, almeno, riguardano gli aiuti per le zone di Messina sommerse dal fango nel 2009.
I nomi sarebbero ancora tanti, soprattutto se si va ad analizzare cosa succede nelle singole realtà locali, nelle amministrazioni e nei circoli di partito in Sicilia. Quasi tutto sembra muoversi in quel variegato magma che è il centro cattolico, nella migliore tradizione della Sicilia come feudo democristiano (ex-, post-, neo-).
Prima e Seconda Repubblica
Vorrei chiudere però con un'eccezione di grande rilievo. Si chiama Carlo Vizzini, un nome per niente sconosciuto a chi abbia qualche ricordo della cosiddetta Prima Repubblica. Il senatore Vizzini è stato segretario dell'ormai disciolto Partito socialdemocratico (Psdi) e non ha mai dimenticato le sue origini politiche. Il Pdl vuole diventare il raggruppamento dei cattolici moderati, quindi non c'è più spazio per un socialista come lui. E infatti ha precisato, a scanso di equivoci, di aver aderito al Psi di Riccardo Nencini, che sta dalle parti del centrosinistra: «Non morirò democristiano, io che nel 1992 fondai con Craxi e Occhetto il Partito socialista europeo».
Avevo nove anni quando vidi il primo comizio della mia vita: 1992, Achille Occhetto a Modica. Il cerchio si chiude?

Aggiornamento dell'8 novembre 2011.
Il voto alla Camera sul Rendiconto dello Stato per il 2010 ha decretato ormai la fine della maggioranza di centrodestra. Al colpo hanno contribuito anche le assenze di Mannino e Stagno d'Alcontres. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

venerdì 28 ottobre 2011

Michelino il Cianciulino

Dalle mie parti quando uno è piagnone, piagnucoloso, lamentoso, si dice "cianciulinu".
Michele Santoro sta per partire con il suo programma Servizio pubblico, trasmesso sul web e da una rete di tv locali. Anche gli spettatori siciliani potranno seguirlo. Basterà sintonizzarsi su Antenna Sicilia.
Un momento. Sono solo io a storcere un po' il naso? Antenna Sicilia è di proprietà di Mario Ciancio Sanfilippo, l'editore-direttore-imprenditore monopolista dell'informazione nella mia Regione.
Non sto mettendo in dubbio le capacità di Santoro. Però dopo essersi paragonato a Mohamed Bouazizi, il tunisino che si è dato fuoco a gennaio e ha dato il via alla Rivoluzione dei gelsomini, ora il campione autoproclamato della libertà di stampa si mette d'accordo con l'uomo che tira le fila del mondo dei media e della comunicazione in Sicilia. Un Berlusconi siciliano, posso azzardare? Uomo di grande potere, Ciancio. Potere trasversale, beninteso.
Ecco, ripeto, chi si lamenta troppo, dalle mie parti, si chiama "cianciulinu"... Mi piacciono i giochi di parole, tutto qui.

martedì 25 ottobre 2011

Rossella Urru

Quando ho conosciuto Rossella, ricordo che mi ha detto una cosa curiosa e divertente. Non aveva mai sentito parlare prima di Modica, se non da alcuni emigrati italiani conosciuti quando lavorava in ambasciata in Venezuela. Quegli emigrati, con moltissime probabilità, sono miei parenti, dato che Ro diceva di aver parlato con molti Caccamo in Sudamerica. E io ho parenti modicani in Venezuela che si chiamano Caccamo.
Ro l'ho conosciuta a Ravenna, dove ci siamo specializzati tutti e due in cooperazione internazionale, lei un anno prima di me. Questa è la caratteristica di Rossella, sempre in giro per il mondo, a occuparsi di diritti umani e a preoccuparsi delle cose brutte che succedono un po' ovunque.
Ro è Rossella, Rossella Urru. Sono sincero, sono stato molto indeciso (e lo sono tuttora mentre scrivo) se scrivere questo post oppure no. In qualche modo sono un giornalista e in questi giorni il nome di Ro sta occupando le mie giornate per lavoro, anche se so di non riuscire a essere sufficientemente sereno. In realtà, inevitabilmente, se penso a lei è per amicizia, affetto e non per necessità professionale. Mi permetto di scrivere qui qualcosa perché mi piacerebbe dire a chi, per caso o volutamente, legge questo blog, chi è Rossella Urru.
In questi giorni sto ripetendo che Rossella non è solo una cooperante rapita in Algeria, ma è anche e soprattutto una mia carissima amica. Ro non lo sa, ma anche io e tutti gli altri "quattro gatti" di Ravenna siamo lì con lei. E siamo anche a Samugheo, insieme a papà Graziano e mamma Marisa, insieme al Grande Uomo Fausto, fratello speciale, e con Mauro, il piccolo di casa, l'autore della bellissima caricatura che ho scelto come mio ritratto. Siamo tutti una famiglia, adesso. Siamo tutti vicini, in silenzio e con affetto.
Impossibile, tra l'altro, non diventare amico di Rossella, non volerle bene. A Ravenna eravamo in pochi, appunto quattro gatti, la città non è che offrisse troppo a un gruppetto di studenti, quindi era inevitabile che ci si frequentasse tutti. E allora le cene a casa sua, una birra, qualche serata nei pochi locali di Ravenna, anche semplicemente quattro chiacchiere tra amici.
E parlare con Rossella è sempre un piacere. Davvero entusiasta di quello che fa, anche quando sa di essere stanca. Crede davvero nella cooperazione. Si arrabbia davvero quando vede ingiustizie, scorrettezze e discriminazioni. Coraggiosa senza arroganza, ma con la semplicità e la genuinità di una ragazza sarda consapevole che il mondo là fuori non lo si può ignorare.
Adesso in tanti sono andati a ri-scoprire l'amore di Ro per il popolo sahrawi. Beh, credo che solo chi la conosce da un po' di tempo abbia davvero un'idea di quanto le stia a cuore il destino di quella terra lacerata e abbandonata nell'indifferenza generale. Ricordo la sua tesi, in antropologia culturale, sulla "paura dei piccoli numeri": la paura del debole, la violenza sulle minoranze che diventano oggetto della furia collettiva, Ro ne parlava a proposito dei sahrawi. E Ro è molto brava: 110 e lode con menzione speciale per la dignità di stampa.
Negli ultimi mesi ci siamo scritti qualche volta su Skype. Bello leggere dei campi, del lavoro, anche pesante, che fa lì. Del tè prima di andare a letto o delle passeggiate sotto il cielo del deserto. Al cielo del deserto, a quel cielo, pensavo quando sono stato in Congo. Io ero nella foresta, all'Equatore, in un'altra porzione di cielo africano, ma a volte mi veniva spontaneo pensare che poco più su Ro stava lavorando nei campi profughi sahrawi di Tindouf. Io, in confronto a lei, non ho davvero fatto nulla...
Però devo per forza sorridere, se penso a una cosa. Ogni tanto, quando vado a controllare la provenienza dei visitatori di questo blog, trovo una visita, una, dall'Algeria. E non ho mai dubbi su chi sia!
Bene, voglio tornare presto ad avere una lettrice speciale dal deserto algerino, che magari sorride mentre sorseggia l'ultimo tè della giornata e poi va a fare una passeggiata sotto le stelle.

mercoledì 19 ottobre 2011

Ufficioso e Gentil(e)uomo

A un crujffiano (e ruffiano) come Johan Van Marten non poteva piacere, certo. Un cultore del calcio totale della perfetta "arancia meccanica" olandese degli anni Settanta prova semplicemente ribrezzo per il proverbiale catenaccio italiano. Vabbè, noi abbiamo vinto quattro mondiali e loro... Tra l'altro uno di questi mondiali, il più evocato ed evocativo, l'ha vinto proprio quello che il buon Johan non poteva sopportare.
Alt. Chi è Johan Van Marten? Il nome è talmente olandese che... non è vero. Infatti è un personaggio di fantasia, nato dalla penna di Amara Lakhous, scrittore e antropologo italo-algerino, autore del romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. Johan, cinefilo e aspirante regista, ce l'aveva in particolare con un calciatore italiano (ecco cosa c'entrano Crujff e il mondiale del 1982). Molti si erano convinti che avesse problemi a parlare italiano quando diceva fiero «Io non sono GENTILE». Ma non era un'assurda ammissione di cattiveria e arroganza: Johan Van Marten non è gentile, nel senso che non è Gentile. Claudio Gentile.
L'adepto del Profeta del gol vedeva nel rude difensore che maltrattò Maradona ai mondiali di Spagna 1982 il simbolo peggiore dell'Italia peggiore. Giusto per sottolineare che il calcio è una cosa molto seria!
Un biondo del nord Europa contro un meridionale, molto meridionale, dalla - diciamo così - carnagione scura. Claudio Gentile, originario di Noto, quindi di stirpe sicula, in realtà è nato molto a sud di Tunisi. Gentile infatti è nato a Tripoli, figlio di quell'emigrazione italiana in Libia mediamente poco nota ai nostri connazionali. In alcuni almanacchi addirittura figura come l'unico calciatore africano in Italia negli anni Settanta - gli stessi anni, guarda un po', del calcio totale che tanto piace a Johan Van Marten. Lo fregava in effetti il colorito.
Questo aspetto, soprattutto oggi, ha un significato serio. Quando scrivevo la mia tesi in antropologia culturale sui calciatori di colore, il nome di Gentile era venuto fuori dall'analisi di un libro molto importante per la "disciplina" (virgolette obbligatorie, una vera disciplina ovviamente non esiste, ndr), La razza in campo del sociologo Mauro Valeri. Per spiegare i ritardi del calcio nell'accettare i Black Italians, Valeri scriveva che nel caso di Gentile «il colore "abbronzato" della pelle passa quasi inosservato, ma sembrerebbe quasi per non voler aprire alcuni tristi capitoli della storia italiana».
Io non credo che Gentile sia scuro perché africano e/o viceversa. Di certo oggi le sue origini meritano una particolare attenzione. L'ex ct dell'Under 21, soprannominato "Gheddafi" quando giocava, potrebbe tornare a casa. Un emigrante di ritorno, ma di lusso. A Gentile è stata infatti offerta la panchina della nazionale di calcio della nuova Libia, quella che gioca sotto la bandiera rossoneroverde e non più sotto quella verde del Colonnello. Gentile sarebbe contentissimo, ha fatto sapere, di tornare a Tripoli, "per affetto".
Certo, prima bisogna che si chiarisca la situazione nel Paese e venga arrestato Gheddafi, quello "vero". Poi si vedrà. Gentile intanto ha già detto che sarebbe interessante organizzare un'amichevole con la nazionale italiana. Insomma, sarebbe un bel riscatto per il calcio libico, dopo quel gran figlio di papà di Saadi. Il vero Gheddafi, nel calcio, rimane comunque Claudio Gentile.
E credo che pure il progressista e, a suo modo, idealista Johan Van Marten potrebbe esserne contento.

Aggiornamento del 20 ottobre 2011. Quando si dice il tempismo. Gheddafi, quello "vero", è morto. "Gheddafi", l'altro, l'allenatore, è ancora più contento all'idea di poter finire sulla panchina della Libia.
Morto un Gheddafi, se ne fa un altro.

sabato 15 ottobre 2011

L'infaticabile uomo delle nevi

«Agosto è il mese più freddo dell'anno / l'inverno si sposta sei mesi in avanti / e non è il Polo Sud / qui non è il Polo Sud»
No, in effetti non è il Polo Sud. Va bene dire che siamo meridionali, ma non così tanto!
Quando ho scoperto nel 2004 questa canzone, sono rimasto interdetto. Una delle più belle canzoni italiane che abbia mai ascoltato, Agosto dei torinesi Perturbazione. Poetica, emozionante, malinconica, accompagnata da un video bellissimo.
Dunque spero che mi scusino i Perturbazione (improbabile che mi leggano...) se uso il loro gioiello per parlare di una storia paradossale, ma nel senso del paradosso grottesco tipicamente siculo, non di quello poetico della canzone.
La notizia ha già avuto una sua eco, grazie soprattutto a un pezzo di Sebastiano Messina su Repubblica. Messina scrive in punta di penna, è brillante, perciò è meglio leggere l'originale per capire di cosa stiamo parlando. Però io, come al solito, provo a ragionarci un po' su.
Le Madonie d'estate.
La neve non si vede perché era stata già spalata tutta
Agosto evidentemente è il mese più freddo dell'anno per il signor Salvatore Di Grazia, dipendente della provincia regionale di Palermo. Anche se lì non è il Polo Sud, anzi, è pure abbastanza più a nord di Tunisi. Di Grazia, assegnato al servizio di protezione civile, è un lavoratore che si è fatto pagare un numero spropositato di ore di straordinario per "spalamento neve". Tutti straordinari pagati a parte, in ogni mese dell'anno. Appunto in ogni mese dell'anno, compresi quelli estivi siciliani notoriamente gelidi.
Che sia ben chiaro, la neve in inverno c'è pure in Sicilia, sull'Etna, sui Nebrodi o sulle stesse Madonie palermitane. Il fatto è che lo stakanovista Di Grazia ha continuato a farsi pagare gli straordinari anche quando l'ultima neve si era sciolta alle porte della primavera e gli altri spalatori sono tornati a fare altro. E il record l'ha raggiunto proprio ad agosto: ha richiesto 200 (duecento!) ore di straordinario, più delle 117 che si era fatto pagare giusto un anno prima per il servizio di "spalamento neve" nel mese più cald... freddo dell'anno.
La storia è venuta fuori solo perché a un dirigente della provincia sarebbero sorti dei dubbi sulla logicità di questa situazione e dunque sono stati bloccati i pagamenti.
E pensare che proprio all'inizio di questa settimana sulle Madonie è arrivata, anzi tornata (o non se n'è mai andata, Di Grazia?), la prima neve.

lunedì 10 ottobre 2011

Modicano, Clandestino

Ho ricevuto due mail importanti in questi giorni. Del mittente ho già parlato alcune volte su questo blog. Il messaggio è stato inviato alla mailing list de Il Clandestino - con permesso di soggiorno, il mensile di Modica dal quale tutti quelli che aspirano a diventare giornalisti avrebbero da imparare.
È stato per caso che ho conosciuto i ragazzi del Clandestino. Li invidio e li ammiro. Sono quasi tutti più giovani di me, molto probabilmente con idee ben più chiare delle mie. Fanno giornalismo, giornalismo d'inchiesta, in una terra dove non esiste un certo modo di fare cronaca e informazione. Alla presentazione del giornale due anni e mezzo fa, ricordo, non c'era neanche un rappresentante della stampa cosiddetta "ufficiale". Certo sono scomodi. Dicono quello che gli altri omettono. Smuovono le acque torbide e lo fanno con una professionalità che molti professionisti abbeveratisi ai sacri testi della deontologia spesso dimenticano.
Perché erano importanti quelle email? I ragazzi del Clandestino hanno inviato a tutti i loro amici, collaboratori, sostenitori, due link. Link ad articoli in cui si parla di loro. E io sono molto contento di poterli rilanciare. Ma non è solo per pubblicità, né perché qualche volta il mio nome è finito nella lista dei tanti e volenterosi collaboratori del mensile.
Il primo è di Libera Informazione, la testata di Libera, l'osservatorio sull'informazione per la legalità e contro le mafie. Un articolo su un incontro a Ovada, in provincia di Alessandria. C'erano pure i ragazzi del Clandestino e Nando dalla Chiesa li ha chiamati sul palco.
Il secondo link ha a che fare proprio con dalla Chiesa. È un articolo del Fatto Quotidiano in cui si parla di questi ragazzi coraggiosi.
Io personalmente non ho da offrire chissà quale pubblicità, in confronto a Libera e Nando dalla Chiesa. Siccome però conosco l'avventura e l'impresa del Clandestino, devo aggiungere due parole. Per loro stessa ammissione, non tutti i ragazzi della redazione faranno i giornalisti da grandi. Ecco, questa è la lezione fondamentale. Fare informazione, indagare, svelare trame e misteri, raccontare un territorio con le sue ricchezze e le sue miserie quotidiane, è un dovere che va oltre una professione. Professione che tra l'altro io mi ostino a pensare prima di tutto come un mestiere. Professione, lavoro o mestiere che sia, quel che conta, comunque, è che, come dimostra un gruppetto di ventenni modicani, dire e raccontare sono verbi che possono essere coniugati anche se nella vita si vuole fare altro.
La vocazione, in fondo, non è il giornalismo, ma la verità.

lunedì 3 ottobre 2011

That's onore

Anche A sud di Tunisi, nel suo piccolo, aderisce all'iniziativa voluta da Valigia Blu per sensibilizzare il più possibile l'opinione pubblica sul comma cosiddetto "ammazzablog", contenuto nel disegno di legge sulle intercettazioni. Della serie: come peggiorare qualcosa che già fa schifo. L'attacco ai blog è un pessimo segno. Io sono il primo, da modestissimo blogger e giornalista alle prime armi, a chiedere che esista una regolamentazione seria (e non strumentale) del web, mi prendo tranquillamente le mie responsabilità. Però l'ennesima norma «contro un certo modo di fare giornalismo», come mi aveva detto Carlo Ruta qualche mese fa, va decisamente oltre l'esigenza di organizzare la giungla di Internet.
Tra l'altro, con la scusa che la giungla è selvaggia, l'uomo si è spesso attribuito il diritto di distruggere la foresta.

Qui di seguito il testo di Bruno Saetta, esperto di Internet, diritto e libertà d'informazione. Una sorta di Faq per capire che ammazzando i blog muore anche qualcos'altro.
Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma "ammazzablog"? Il comma 29 estende l'istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i «siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica», e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per "sito" in sede di attuazione.
Cosa è la rettifica? La rettifica è un istituto previsto per i giornali e la televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell'ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell'ottenere la "correzione" di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.
Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con «le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono», ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.
Se io scrivo sul mio blog "Tizio è un ladro", sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri e affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia «lesivi della loro dignità o contrari a verità». Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.
Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? È possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.
Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica? La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l'obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.
Sono soggetti a rettifica anche i commenti? Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all'estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito a una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

Qualche considerazione personale. Nella mia ingenua ed embrionale idea di giornalismo, sono sempre disponibile a discutere e rivedere le cose che scrivo quando sono sbagliate. In questo blog è capitato più di una volta che correggessi imprecisioni ed errori, e non per una questione di pignoleria. Si chiama correttezza professionale, in realtà. D'altra parte c'è una deontologia che lo prevede. Però leggo pochissime (quasi nessuna, siamo onesti) rettifiche sui giornali, mi sembra sospetto che ora si senta l'esigenza di estenderle ai blog e a qualsiasi sito Internet, per di più tramite un comma nel ddl sulle intercettazioni. Quando ho affrontato certi temi, su questo blog ho cercato di scrivere solo cose su cui mi sono documentato. Beh, se qualche mafioso dovesse ritenersi offeso, potrebbe toccarmi la rettifica. Ci tengono all'onore, loro.