sabato 30 aprile 2011

Nel nome di Pio

Un anniversario è un anniversario anche se non fa cifra tonda. Quando poi si ricorda la morte di uomini di grande levatura, allora mi importa poco se sono ventinove, trenta o trentuno anni. Il 30 aprile 1982, appunto ventinove anni fa, moriva a Palermo, insieme al collaboratore Rosario Di Salvo, il segretario regionale del Pci Pio La Torre. Due comunisti, di quelli che la lotta alla mafia l'hanno fatta fino all'ultimo e non da "professionisti dell'antimafia". Di Salvo tirò fuori pure la pistola per rispondere all'agguato mafioso in via Turba.
Pio La Torre, un nome che dovrebbe far parte dei ricordi, delle conoscenze, della formazione di ciascun siciliano. Sì, certo, era politico, schierato. Il solito comunista "fissato" che vedeva mafia e violenza, intrecci di potere e complicità nella nostra bella terra di Sicilia. Perché d'altra parte la Sicilia si nutre spesso delle tautologie à la Dell'Utri: «Se esiste l'antimafia, esisterà anche la mafia» (© Luciano Liggio). Evidentemente Pio La Torre è un altro di quelli che se l'è andata a cercare. Fin da quando lottava a fianco dei contadini nel dopoguerra.
Comunista e, come i comunisti di una volta, scomodo, combattivo, un grande dirigente e un grande politico. In un tempo in cui i parlamentari italiani non danno il nome a leggi importanti ma più spesso "battezzano" obbrobri legislativi, Pio La Torre vive ancora nel nome di una legge fondamentale per il nostro Paese. La legge sulla confisca dei beni ai mafiosi e sull'introduzione del reato di associazione mafiosa (art. 416-bis del codice penale). Cose da comunisti, dirà qualcuno. Beh, la legge è la Rognoni-La Torre e Rognoni è Virginio Rognoni, ex ministro democristiano. Ma poi era da comunista anche la battaglia contro l'installazione dei missili Cruise nella base Nato di Comiso. Pacifista comunista, facile bollarlo così. Però al generale dalla Chiesa, La Torre l'aveva detto: guardate che quella base stuzzica l'appetito della mafia, palermitani e catanesi trovano un bel punto d'incontro nella provincia babba. E questo lo diceva trent'anni fa.
Questo e tanto altro era, è stato, è Pio La Torre. Bello quando gli hanno dedicato l'aeroporto di Comiso. Smantellata la base e riconvertita per usi civili, l'aerostazione poteva avere solo un nome ed era quello di Pio. Prima si chiamava Magliocco, intitolata a un ufficiale di aviazione della guerra d'Etiopia. Che con Comiso non aveva nulla a che fare. La giunta di centrosinistra aveva deciso di omaggiare La Torre, i successori di centrodestra l'hanno trovata una scelta "fatta per dividere", tornando all'aviatore palermitano. Un militare fascista che bombardava l'Abissinia.
Pio La Torre, invece, è troppo connotato: pacifista, comunista, ammazzato dalla mafia.

mercoledì 27 aprile 2011

La Russia è vicina

Stamattina, mentre andavo in aeroporto a Catania, ho visto una cosa che mi era sfuggita stando lontano dalla mia terra iblea. L'area di servizio di Coffa non è più Tamoil.
Spiego. In contrada Coffa, a Chiaramonte Gulfi (RG), c'è un'importante e conosciuta stazione di servizio: per anni è stata Tamoil ed è un punto di sosta e di incontro per chi viaggia sulla statale 514 Ragusa-Catania. Ma non era una Tamoil come tutte le altre. Nella provincia di Ragusa e nei dintorni, quasi tutti i rifornimenti con quel marchio erano di proprietà di Saro Minardo e della sua Giap. Quello di Coffa era una delle poche eccezioni. Ora le aree di servizio di Minardo sono in buona parte Agip (ma non appartenenti alla rete Eni), qualcuna Esso ed Erg. Tutto era nato da una joint-venture tra la Giap e i produttori libici.
Il petrolio non è solo una risorsa e un'opportunità, in Sicilia. Ci sono di mezzo la politica, l'ecologia, persino gli intrighi internazionali e naturalmente le speculazioni. Il fatto che la fu Tamoil di Chiaramonte non facesse parte dell'impero di don Saro, non vuol dire che fosse (e sia) fuori dai giochi di potere economico per la gestione dell'oro nero in Sicilia. La conferma l'ho avuta stamattina, appunto.
Negli ultimi tempi la russa Lukoil è salita al 60% del capitale di Isab, la società che ha gli impianti di raffinazione a Priolo. Mi ero perso invece il passaggio successivo: Lukoil comincia a radicarsi anche tra i distributori di benzina in Italia. Ne ha aperti tredici in Sicilia: dieci solo nella provincia di Ragusa. Dunque nelle ultime settimane sono comparse le aree di servizio biancorosse a Chiaramonte (appunto Coffa), Comiso, Ragusa, Scicli, Vittoria. Ricordo, a beneficio di chi non lo sapesse, che la provincia iblea ha in tutto 12 comuni, capoluogo compreso.

martedì 26 aprile 2011

Onorevole sarà lei

A Modica non si parlerà d'altro per molto tempo. Arrestato Riccardo Minardo, uomo politico molto noto nella Sicilia sud-orientale. Prima democristiano, poi Ccd-Cdu, addirittura con l'Udr di Cossiga, poi Forza Italia, ora Mpa, il geometra Minardo è conosciuto anche per le parentele. Il fratello è Rosario "Saro" Minardo, petroliere e imprenditore discreto ma a capo di un impero economico che per eufemismo definirei dalle origini oscure. Saro faceva il bidello, ora è miliardario. E il figlio di Saro è Nino, giovane e rampante parlamentare berlusconiano, già presidente del Consorzio Autostrade Siciliane. Insomma, una famiglia di un certo spessore. Anche se Riccardo non è affatto in buoni rapporti con il fratello e il nipote, dopo la sua folgorazione sulla strada politica di Lombardo.
Minardo è quello a sinistra
Minardo è stato arrestato dalla Guardia di Finanza di Ragusa per associazione per delinquere, truffa e malversazione ai danni dello Stato. La vicenda in realtà era nota da tempo: "gestione privatistica" di fondi statali ed europei riservati al Copai, il Consorzio Provinciale dell'Area Iblea nel cui cda siede (da presidente) la moglie dell'onorevole, Giuseppa Zocco. Oltre ai coniugi Minardo, ai domiciliari altre tre persone. E gli indagati sono ancora di più. Non parlo qui dei fatti giudiziari in sé, ma il tribunale di Modica sembra finalmente deciso a indagare sugli intrecci tra affari e politica, da quando il procuratore capo è Francesco Pulejo.
Riccardo Minardo però non è un politico qualsiasi. Dopo le peregrinazioni nel vasto ventre del centrodestra, ha fiutato il vento dell'autonomia ed è diventato uomo di punta del movimento di Lombardo. Ora è il presidente della commissione Affari Istituzionali all'Ars. Sempre presente quando si tratta di discutere dei problemi dell'agricoltura: infatti nelle campagne modicane a volte si raccolgono più voti per Minardo che non olive e grano. Il suo ruolo politico più importante è però quello di artefice dell'allenza spuria tra Pd e Mpa al comune di Modica: quello che ha fatto gridare allo scandalo a Palermo, nella città della Contea era realtà già da qualche anno. Non che manchino concorrenze e antipatie e correnti interne all'Mpa ibleo. Minardo decade dunque dal suo scranno a palazzo dei Normanni e sarà sostituito all'Ars da Giuseppe Sulsenti, sindaco di Pozzallo e autonomista della prima ora, sin dal congresso fondativo dell'Mpa a Bari nel 2005 (la carica al parlamento regionale è compatibile con quella di sindaco).
Ecco, in un momento in cui Lombardo e un gruppetto di deputati che lo sostengono sono indagati o addirittura agli arresti per reati tutt'altro che leggeri e trascurabili (compreso il piddino Vitrano per una storiaccia di tangenti per il fotovoltaico), anche se per deontologia mi appello alla presunzione d'innocenza fino a prova contraria, la domanda è sempre la solita: ora cosa farà il centrosinistra?

P.S. Di Minardo si ricorda un episodio entrato di diritto nella leggenda (metropolitana?). Al tempo del suo breve passaggio nell'Udr del picconatore Cossiga, l'allora senatore modicano fu presentato da un altro parlamentare al Presidente emerito. «Riccardo, ti presento il collega». «Piacere. Geometra anche lei?»

domenica 24 aprile 2011

L'altro 25 Aprile

Nell'anno in cui la festa della Liberazione e il lunedì di pasquetta coincidono, quando tutti si dannano per aver perso un giorno di festa, mentre in molti si rammaricano per dover rinunciare a una bella scampagnata (ma ne approfittano per abbuffarsi a Pasqua), a Lampedusa il 25 Aprile si celebra in modo diverso. Almeno la Cgil siciliana ha deciso di celebrarlo in maniera particolare. Magari per qualcuno sarà una scelta troppo "politica", ma in un periodo in cui i revisionismi non fanno quasi più notizia, forse è meno retorica di altre l'idea di ricordare una delle date fondative della nostra storia (nell'anno del 150° dell'Unità) portando un fiore sulle tombe dei "morti senza nome" nel cimitero dell'isola. Un fiore per i migranti morti nelle disperate traversate nel Canale di Sicilia.
Di politico naturalmente qualcosa c'è. Per Antonio Riolo, segretario regionale del sindacato "rosso", i migranti che muoiono per raggiungere le Pelagie sono «anche vittime del rigurgito neo-fascista e capitalista che investe l'Europa». Parole forti, ma non fuori luogo nell'isoletta che si è ritrovata a far da palcoscenico alla farsa di Borghezio e Marine Le Pen.

sabato 23 aprile 2011

Il cadavere che camminava

I pm di Palermo hanno chiesto un altro ergastolo per Totò Riina. Non che sia una notizia. Però l'ultimo si intreccia ancora di più a pezzi di storia oscura di questo Paese. Sarebbe Totò 'u curtu, unico superstite della cupola di Cosa Nostra, il mandante dell'omicidio di Mauro De Mauro, il giornalista dell'Ora di Palermo scomparso il 16 settembre 1970. De Mauro era il fratello di Tullio, linguista ed ex ministro, e dunque zio di Giovanni, direttore di Internazionale. Ma De Mauro era soprattutto un grande cronista, dalla storia e dal passato controverso. Dalla militanza fascista al lavoro per il quotidiano comunista del capoluogo siciliano. Ucciso dunque dalla mafia, ma il suo corpo non è mai stato trovato (lo ricorda pure Francesco De Gregori). Inutile parlare della vicenda giudiziaria: dopo più di quarant'anni si è arrivati a malapena alle richieste dei pm.
Qualche considerazione invece sul delitto e su De Mauro. Un giornalista scomodo, su cui, come avrebbe detto il pentito Buscetta nell'85 a Falcone e Borsellino, la mafia aveva emesso presto una condanna a morte. Già nel 1962. Insomma, "un cadavere che camminava". Troppo scomodo, e non solo per la mafia. Una storia di depistaggi, controversie, manovre occulte. De Mauro è morto mentre indagava su due grandi misteri italiani: la morte di Enrico Mattei e il tentato golpe Borghese. Il giornalista era stato avvistato anche a Ragusa qualche giorno prima della scomparsa: cercava elementi sull'eversione di destra. E questo lo ricordo solo per ribadire quanto anche la provincia babba sia stata al centro delle storie più torbide della Repubblica. Mafia compresa.
Mauro De Mauro è uno dei nove giornalisti italiani uccisi dalla mafia. Ma spesso non è solo mafia. Anche Mauro Rostagno, ucciso nel 1988, sarebbe morto perché indagava su depistaggi, pezzi di istituzioni "deviate", connivenze e complicità. Ora spuntano gli appunti scomparsi in cui il giornalista-sociologo trapanese denunciava quegli intrecci. Vediamo se almeno in questo caso si arriverà alla verità prima che passino quarant'anni.

mercoledì 20 aprile 2011

Milano libera, Libera Milano

Propongo un'altra volta qualcosa di mio personale. Oltre al lavoro che faccio alla scuola di giornalismo Tobagi di Milano, fortunatamente questo mestiere allo stato embrionale offre qualche opportunità e soddisfazione. Chi mi conosce troverà strano che io abbia fatto qualcosa per il sito de il Giornale, però con altri ho partecipato a una bella iniziativa editoriale. Raccontare storie di milanesi normali e speciali allo stesso tempo. Passioni, impegni, speranze, talenti.
Io ho lavorato con i bravissimi colleghi Lidia Baratta e Paolo Fiore (se è venuto bene, è solo grazie a loro). Abbiamo raccolto la voce e le immagini di Ilaria Ramoni, avvocato e referente a Milano per Libera, l'associazione antimafia per eccellenza. Una milanese doc ma innamorata del sud Italia: una passione nata grazie a un professore siciliano (ci siamo sempre di mezzo noi...) e proseguita con lo studio, il lavoro e l'impegno con Libera. Abbiamo provato a raccontarlo in meno di quattro minuti. Dovremmo esserci riusciti:
http://www.ilgiornale.it/video/unavvocato_impegnato/id=milanesi_statale_ramoni

video

martedì 19 aprile 2011

Volti nuovi Nello esecutivo

Mi ricordo che quando Prodi vinse le elezioni del 2006, c'era una certa aspettativa sulla nomina dei ministri. E non solo per l'inconcludente eterogeneità della coalizione. Fu grande la delusione che onestamente gli elettori siciliani di centrosinistra provarono nel non vedere neanche un ministro dell'Isola nell'esecutivo prodiano. Non credo che occorrano quote regionali per i ministeri, ma è inevitabile che qualcuno si senta tagliato se nel governo non c'è alcun rappresentante del territorio (magica parola che ormai abbonda sulla bocca di tutti i politici italiani, e in Sicilia è un mantra).
Invece nei governi berlusconiani i siciliani hanno sempre avuto una presenza importante e numerosa. Del resto era la regione del 61-0. In passato nomi come Antonio Martino e Enrico La Loggia, forzisti della prima ora. Ora il governo quasi abbonda di miei corregionali. Stefania Prestigiacomo, il delfino Angelino Alfano, il "milanese" Ignazio La Russa, il neo esperto di agricoltura Saverio Romano, più qualche sottosegretario come Gianfranco Micciché. Non si dice nulla di nuovo a sottolineare che le nomine sono spesso spartizioni di poltrone per i partiti, vecchi e/o nuovi. Dopo l'uscita dei finiani, la maggioranza si è puntellata con chi fosse disponibile, pardon responsabile.
E adesso tocca persino a La Destra, il movimento di Francesco Storace, il "fascista col refuso" (© Enzo Biagi). Entra nel governo, come sottosegretario al Lavoro, l'ex presidente della provincia di Catania, Nello Musumeci. Di cui si è sempre detto bene come amministratore, soprattutto quando collaborava con l'avversario Enzo Bianco, sindaco della "primavera catanese". Evidentemente Berlusconi cerca di erodere un po' di consenso a destra, Musumeci potrebbe pescare tra i delusi dell'ennesima svolta di Fini. La generazione di Fiuggi è in perenne diaspora.
Però solo lui saprà e potrà spiegare come mai è ancora all'opposizione del sindaco Pdl di Catania, Raffaele Stancanelli (altro ex An). La generazione di Fiuggi è in perenne diaspora...

P.S. Racconto un episodio curioso, che c'entra solo per chiarire quanto l'ascesa al soglio ministeriale sia importante. Nel 2006 stavo a Ravenna e a casa mia prendevo ogni tanto la frequenza regionale delle Marche su Rai3: un giorno la notizia d'apertura del tg era la nomina di un sottosegretario marchigiano. Ecco, l'importanza delle cariche e forse l'eccessiva tranquillità di quella regione...

sabato 16 aprile 2011

Lo sfregio delle Due Sicilie

In attesa dei casinò, dei campi da golf e del premio Nobel, Lampedusa sembrava pronta ad accogliere eventi importanti di portata mondiale. Probabilmente qualcuno pensava di "risarcire" così l'isola dai problemi e le difficoltà della solita emergenza migratoria. Il ministro dell'Agricoltura, Saverio Romano, aveva fissato a Lampedusa la sede del summit Unesco sulla dieta mediterranea. La pratica alimentare è diventata "patrimonio immateriale dell'umanità" (insieme ai pupi siciliani e al canto a tenore sardo) e l'Italia deve organizzare l'evento. Ma Lampedusa non c'entrava nulla.
La sede prevista era Pollica, il paese del Cilento del sindaco-pescatore Angelo Vassallo, ucciso il 5 settembre scorso dalla camorra. Dunque in Campania, non in Sicilia. La dieta mediterranea è nata proprio lì, teorizzata e messa a punto dallo scienziato statunitense Ancel Keys, che a Pollica (frazione Pioppi) visse 28 anni studiando l'alimentazione locale. L'iscrizione nell'Unesco era tra l'altro uno dei grandi sogni e progetti di Vassallo, sogno realizzato due mesi dopo la sua morte. Insomma, trasferire il summit da un'altra parte era troppo, un'offesa a Vassallo. E questo non lo dico io o qualche oppositore politico di Romano. Il primo a scagliarsi contro l'assurda decisione è stato Edmondo Cirielli, nome noto ai più per l'omonima legge sulla prescrizione, oggi presidente della provincia di Salerno e presidente della Commissione Difesa della Camera.
Cirielli non ce l'ha con Lampedusa, anzi ritiene che il governo deve impegnarsi per il territorio dell'isola ma senza penalizzare altri. Ce l'ha invece un po' di più con Romano, minacciando addirittura una mozione di sfiducia individuale contro il ministro responsabile. Tutto rientrato, comunque: Romano smentisce l'ipotesi di trasferimento, anche se i suoi virgolettati dicevano altro. Il summit si farà a Pollica. E Cirielli ora è soddisfatto.
Anche la Fondazione Angelo Vassallo se l'era presa, e con piena ragione: calpestata la decisione dell'Unesco e la memoria del sindaco antimafia. Lo stesso sindaco che il predecessore di Romano, Giancarlo Galan, a febbraio aveva onorato a Pollica, intitolandogli il centro studi sulla dieta mediterranea e riconoscendo tutto il suo merito nell'iscrizione nel patrimonio dell'umanità.
Umanità, signor ministro, vuol dire tutti. E Vassallo è patrimonio di tutti.

giovedì 14 aprile 2011

La guerra e/o la battaglia

A una settimana dal ritrovamento del corpo di Davide Romano, a Palermo - e non solo - ci si interroga su un possibile ritorno delle guerre di mafia che hanno insanguinato il capoluogo e tutta la Sicilia. La mafia uccide ma fa anche affari silenziosi, alza la voce ma manovra anche e soprattutto nell'ombra. Insomma, si muove in più modi, a seconda dell'opportunità. Se c'è da sparare, spara. Se c'è da riciclare denaro, accende la lavatrice. Se c'è da sbloccare gli appalti, muove voti. E allora perché un singolo omicidio dovrebbe rievocare una storia ormai superata e inquietare Palermo e i palermitani, clan compresi? Romano è stato ucciso secondo modalità quasi rituali, di quelle che sembrano marchi di fabbrica, antichi simboli, firme inconfondibili. Anche recentemente le pistole sono sempre state fumanti, piccole faide sono state risolte con le armi, ma mai come negli anni Ottanta con delitti alla vecchia maniera. Romano è scomparso per qualche giorno, si è parlato di "lupara bianca", ma in realtà il proiettile 7,65 alla nuca e l'incaprettamento racconterebbero altro. Far ritrovare un cadavere così è il classico messaggio: la tregua è finita, ricomincia la guerra.
Naturalmente tocca a polizia e magistratura dire se è davvero così. Davide Romano era il figlio di Giovan Battista, boss di Borgo Vecchio ucciso nel 1995 con altri riti (strangolato e disciolto nell'acido da Leoluca Bagarella e Vittorio Mangano, lo "stalliere-eroe di Arcore"), accusato dal "tribunale della mafia" di essere stato un confidente di Giovanni Falcone. Anche il giovane Davide aveva una discreta fedina penale, però non tale da giustificare probabilmente una guerra di mafia. Reati di droga e poco più.
Può anche darsi che ci sia una ripresa della conflittualità tra le famiglie palermitane per il controllo della leadership. Questa sarebbe la lettura più logica, almeno secondo il procuratore Ignazio De Francisci. I dubbi ce li hanno comunque gli stessi inquirenti. I regolamenti di conti di solito si risolvono con tre colpi di pistola per strada e via, ma Romano, appena uscito dal carcere, avrà magari dato fastidio a qualcuno e disturbato i nuovi assetti. Forse il suo omicidio è stato "solo" un segnale, sicuramente espressivo, ma non è detto che sia il preludio alla guerra di mafia del Ventunesimo secolo. Qualcuno sta provando a occupare gli spazi del comando lasciati liberi dopo le ultime operazioni di polizia. Se altri cadranno dopo Romano, forse la battaglia sempre in corso diventerà davvero una guerra. Il problema è che non sono mai stato convinto che qualcuno abbia dichiarato il cessate il fuoco. In guerra i capi e i governanti trovano magari accordi sottobanco, mentre la manovalanza e i poveri cristi continuano a scannarsi.
Gesualdo Bufalino ha dato una definizione calzante della mafia: è una «variante perversa della liturgia scenica», che «fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico». Battaglia o guerra che sia, la mafia si nutre delle due dimensioni che Bufalino riassume in un titolo: la luce e il lutto. Rumore e silenzio.

martedì 12 aprile 2011

Intesa pour femme

La politica, soprattutto in periodo elettorale, riserva sempre qualche sorpresa. Alle prossime elezioni amministrative, si voterà pure a Ragusa. Il sindaco uscente di centrodestra Nello Dipasquale si ricandida e potrebbe essere rieletto. A dargli manforte il solito "esercito" di candidati più o meno raccogli-voti. Come sempre si sprecano le liste civiche, croce e delizia delle elezioni comunali.
In una di queste, "Insieme per il lavoro e lo sviluppo", formata dal Partito Repubblicano e dal movimento Ragusa Soprattutto, figura un personaggio interessante e di sicuro impatto mediatico. Morgana Gargiulo. La domanda "chi è?" mi sembra assolutamente legittima, credo se lo siano chiesti anche molti ragusani. Morgana (nata Angelo) è un'attrice transessuale, nata a Palermo ma ormai iblea d'adozione. Si è vista anche in un recente episodio de Il commissario Montalbano ed è stata protagonista di Panelle e Crocché, prima sit-com web siciliana ambientata nell'Antica Focacceria San Francesco di Palermo. Nel 2010 è stata eletta Miss Trans Sicilia. Il presidente di Ragusa Soprattutto, Pippo Occhipinti, è entusiasta: «La Gargiulo è una bella persona e ci è piaciuto coinvolgerla anche per rappresentare una parte di società che non è mai stata ben ascoltata. E lei ha capito subito e ha scelto di candidarsi nonostante in passato avesse avuto delle prime titubanze». Titubanze puramente politiche. Morgana, 25 anni, lo ammette nelle sue interviste alle testate locali: «Elezioni amministrative? Sarei stata un'ipocrita! Per il 15 maggio mi voleva candidare un partito della Destra, ma non mi risulta che vadano pazzi per noi trans. Fosse stato qualcuno della Sinistra, magari, avrei ponderato». E invece ha cambiato idea. Mica è scritto che una trans debba stare per forza a sinistra, come Vladimir Luxuria.
La domanda però è d'obbligo: Ragusa è pronta per la candidatura di una transessuale? Morgana Gargiulo dice di sì, anche se qualche resistenza c'è sempre: «Voglio far cadere quelle barriere di ipocrisia e bigottismo che parte di questa città ha ancora, soprattutto verso le persone speciali, come le chiamo io, come me. Siamo persone speciali, non diverse. Anche io ho un cervello come tutti gli altri». Giusto, e poi «Ragusa è una città che sta diventando pian piano multietnica e multiculturale, non vedo perché dovrebbe scandalizzarsi». Scelte partitiche a parte, spero che abbia ragione, pure sulla città Multikulti.

lunedì 11 aprile 2011

Cosa Sua

Tanto ha detto, tanto ha fatto, che alla fine l'hanno "accontentato". Raffaele Lombardo chiedeva di sapere ufficialmente se fosse indagato o meno per concorso esterno in associazione mafiosa, ora la procura di Catania gli ha notificato l'iscrizione nel registro. Insieme al fratello Angelo, parlamentare nazionale Mpa. In tutto gli indagati sono 56, compresi altri politici e amministratori di centrodestra: Udc, Pid (i centristi convertiti sulla strada di Arcore), Pdl Sicilia (la vecchia sigla degli uomini di Micciché). Le accuse sono quelle "classiche": voto di scambio, appalti, concessioni. Le cosche dei Santapaola avrebbero cercato voti per i Lombardo e per i partiti della loro coalizione, in cambio di garanzie nel controllo degli appalti e dei servizi pubblici. Il governatore sembra comunque sereno, anzi conferma la paradossale soddisfazione di leggere il suo nome nell'inchiesta: «Finalmente il deposito degli atti! Potrò così dare puntualmente conto di ogni mio comportamento e dimostrare la mia assoluta estraneità». Finisce così, secondo don Raffaè, lo stillicidio di indiscrezioni non confermate e di fughe strumentali di notizie. Avrà le sue ragioni per sentirsi tranquillo.
Ma qualcuno forse potrebbe cominciare a perderci il sonno. E non parlo solo degli indagati, a quelli ci pensano gli avvocati. Penso alle conseguenze politiche. Ora che Lombardo è ufficialmente indagato per il reato introdotto nel codice penale dalla buonanima di Pio La Torre (art. 416-bis), ora che il successore di Cuffaro frequenterà caserme e tribunali, ora che il Pdl ha finalmente un pretesto per attaccarlo con ragione (però Totò Vasa Vasa è vittima perseguitata, eh...), ora cosa farà e dirà il Pd? La giunta regionale è ancora lì, con tanto di magistrati (Russo, Chinnici) e prefetti (Giosuè Marino), ma il centrosinistra-stampella-della-maggioranza qualche domanda dovrà farsela. Il partito è spaccato tra chi, come il segretario Giuseppe Lupo, prende tempo e aspetta di vedere come si evolverà la situazione giudiziaria, chi sottolinea che il Pd romperà solo in caso di processo, chi invece, come l'ala "radicale" (pensa un po') di Enzo Bianco, chiede una seria riflessione sull'alleanza. Anche dalle parti dei futuristi la reazione è garantista: Fabio Granata, solitamente fustigatore, difende Lombardo e la sua giunta, dove spiccano nomi di provata onestà e specchiata moralità antimafia.
Per una volta, però, non sentiremo parlare di toghe rosse.

domenica 10 aprile 2011

Figli di Sultana

Dici "sultano" e cosa ti viene in mente? L'insulto di Cartman in South Park che ho preso a prestito per il titolo del post? Oppure atmosfere orientali (orientaliste, a dire il vero)? O "i sultani dello swing" di Mark Knopfler? Pensando alla Sicilia, il grande chef Ciccio Sultano? O il riccone dell'Oman che tre anni fa ha illuso l'estate palermitana? Oppure semplicemente l'uvetta sultanina, amato/odiato corredo del panettone? Insomma, parola che evoca tante cose. E alimenta qualche equivoco.
La notizia che arriva da Caltanissetta è di quelle che allietano anche il più distratto dei lettori. Ma impone pure una riflessione sull'uso delle parole, soprattutto quando c'è di mezzo un mondo che si conosce poco e su cui invece si pensa di avere convinzioni e certezze. Qualche giorno fa, il capoluogo nisseno si è tirato a lucido per accogliere un ospite illustre. Il sultano di Abu Dhabi. Per la visita di Sultan Hasan Al-Zaabi (o Alzaabi, o Alzaabu, 'sti nomi arabi...) si è preparato pure un picchetto d'onore, i vigili schierati in alta uniforme. Peccato che appena il sultano-Sultan si è presentato in giubbotto e senza limousine, si è scoperto l'errore. Malinteso non da poco: altro che sultano, era solo un ingegnere, imprenditore della plastica di Abu Dhabi con interessi a Brescia, verosimilmente ricco - per carità - ma non un capo di Stato. Però a parte il curioso e simpatico (forse non per il sindaco nisseno Michele Campisi) incidente "onomastico", la parole sono importanti.
Abu Dhabi è uno dei sette Emirati Arabi Uniti (Uae). Emiro, non sultano, dunque. Il capo di Stato è l'emiro Khalifa bin Zayed Al-Nahyan, figlio del defunto Sultan, padre della patria, e fratello dello sceicco Mansour, proprietario del Manchester City. Sultano, emiro, sceicco: un po' di confusione sui nomi e i titoli. Il vecchio Sultan si chiamava così; gli unici sultanati sovrani sono oggi l'Oman, il Brunei, parte della Malaysia e una provincia indonesiana. Gli Uae sono appunto emirati, il monarca è l'emiro. E sceicco è titolo onorifico che poco ha a che vedere con simbologie e stereotipi occidentali sul misterioso mondo dell'Oriente islamico. Ricostruire tutte le definizioni non è facile, però sembra proprio che da questo sia nato l'equivoco.
Il comune di Caltanissetta non aveva solo organizzato un'accoglienza degna di un sultano, ma aveva pubblicizzato l'evento sul suo sito istituzionale (il link non è più attivo, stranamente...). Comunicato stampa in burocratese da manuale, condito dalla deliziosa gaffe di un refuso macroscopico:
«La vita (sic!) del Sultano giunge al termine di una intesa raggiunta dal primo cittadino con professionisti italiani residenti in quella regione per una visita ricognitiva delle nostre realtà imprenditoriali e per verificare eventuali opportunità d'investimento nel nostro territorio»
Era a termine la visita e non la vita, naturalmente. Salta una sillaba e cambia tutto il significato. D'altra parte, come poteva finire la vita di uno che in pratica non esiste?

P.S. Il comune ha provato maldestramente a discolparsi. Avrebbero capito male i cronisti che hanno rilanciato la notizia: eh, sempre i soliti giornalisti. In effetti anche quelli dell'ufficio stampa sono giornalisti.

venerdì 8 aprile 2011

La lingua batte dove il dialetto duole

Altro che Lega Nord. Quando c'è un partito come l'Mpa, anche in Sicilia è garantita la possibilità di dare sfogo alla creatività di chi ha scelto di fare dell'autonomia la propria bandiera. A proposito di bandiera, sul vessillo giallorosso della Trinacria c'è chi l'autonomia la intende come diritto di smarcarsi e mettere persino in discussione il maggiore simbolo dell'identità sicula. Ma naturalmente l'altro grande simbolo è la lingua (o il dialetto). E qui torna la Lega. I Padani ci tengono alla lingua (quale?, ndr) e a più riprese propongono l'insegnamento dell'idioma locale nelle scuole. Polemiche, distinguo, strumentalizzazioni: il polverone si alza sempre quando qualcuno tira fuori l'idea del dialetto a scuola.
Ma cos'è il dialetto? E cos'è una lingua? La definizione migliore, netta, chiara, è quella del più grande linguista contemporaneo, Noam Chomsky: "La lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito". Dunque il dialetto, o comunque una lingua regionale, ha una sua grande dignità. Al nord come al sud, chiaramente. Ora la Regione Siciliana potrebbe avviarsi sulla strada dell'insegnamento del siciliano nelle scuole. Il siciliano, lingua e non dialetto. Che deriva direttamente dal latino e non dall'italiano.
Per l'Unesco sono almeno 5 milioni (emigrati esclusi) le persone che parlano in siciliano, considerato non in pericolo di estinzione ma comunque "vulnerabile" perché "molti bambini parlano la lingua, ma potrebbe essere limitata ad alcuni contesti ristretti". Secondo la Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie del 1992, il siciliano andrebbe considerato appunto una lingua. Art. 1: "Per lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato". Per la cronaca, la Carta è entrata in vigore nel 1998, l'Italia l'ha firmata nel 2000 ma non l'ha ancora ratificata.
Il deputato regionale autonomista Nicola D'Agostino ha presentato un ddl in commissione Cultura, Formazione e Lavoro sull'insegnamento della lingua, della storia e delle tradizioni siciliane. Approvato. Ora toccherà a Palazzo dei Normanni votare il provvedimento; in molti sono fiduciosi che dal prossimo anno scolastico nelle scuole dell'Isola si potrà insegnare il siciliano, e in siciliano. Tutti entusiasti. Il presidente Udc della commissione Cultura, Totò Lentini, è soddisfatto e ci vede pure un'opportunità occupazionale per i precari della scuola. Titti Bufardeci, presidente del gruppo miccicheano di Forza del Sud, conta che così si possa arginare la perdita di un patrimonio storico e letterario per colpa della globalizzazione. Contenti naturalmente gli assessori all'Istruzione, Mario Centorrino, e ai Beni culturali e all'Identità siciliana (sic), Sebastiano Missineo.
Giusto preservare e rilanciare lingua e tradizioni, non posso che essere d'accordo. Però vale la stessa obiezione fatta per le lingue padane. Quale lingua? Quale lingua siciliana? Se è una lingua, ha tanti dialetti. E così è. Nel ddl D'Agostino non si legge mai la parola "dialetto", né l'onorevole catanese l'ha citata nella sua relazione. Dunque qual è la lingua siciliana da insegnare nelle scuole? Sarà diversificata a seconda delle zone, delle province, dei comuni? Escludendo i dialetti salentini e sud-calabresi, appartenenti al ceppo linguistico siciliano, già i soli gruppi dialettali grandi e/o medi nell'Isola sono sette. Da suddividere e moltiplicare di città in città, di paese in paese. E aggiungiamo le parlate gallo-italiche, con influenze lombarde, francesi e provenzali. Poi le minoranze greche e albanesi. Anche le scuole di queste zone avranno il diritto di insegnare nei rispettivi idiomi, no? Troppo diversi i dialetti tra di loro, anche a distanza di pochi chilometri.
Spero che qualcuno sappia chiarirmi questo dubbio. Accetto spiegazioni anche in siciliano.

mercoledì 6 aprile 2011

Andreotti non è stato assolto

Il titolo di questo post non dovrebbe dire nulla di nuovo. Qualcuno però è ancora convinto che il senatore a vita sia stato prosciolto dalle accuse di mafia e, anche se la realtà processuale dice tutt'altro, il giudizio della Storia non convince gli innocentisti di professione. La notizia dunque non è nuova, ma ieri 5 aprile c'è stata a Milano la "prima" dello spettacolo di Giulio Cavalli L'innocenza di Giulio. Io c'ero e con l'ottimo collega Paolo Fiore ho scritto per il quotidiano online della scuola di giornalismo "Walter Tobagi" questo pezzo:
foto di Lidia Baratta
«Diceva Er Monnezza: "Quello che te sto a di’ è Cassazione". Quel che vale per Er Monnezza non vale per il resto del Paese». Una citazione di Tomas Milian non te l’aspetteresti da un distinto magistrato settantenne. Invece Giancarlo Caselli usa il commissario Giraldi per battezzare lo spettacolo di Giulio Cavalli su Andreotti. E per ricordare che la Cassazione non ha assolto il Divo Giulio dalle accuse di mafia.
Già da qui s’intuisce che L’innocenza di Giulio, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 5 al 22 aprile, sarà «uno spettacolo maleducato e rissoso». Così lo definisce l’attore Giulio Cavalli, coautore insieme a Carlo Lucarelli e allo stesso Caselli. Per la "prima" la musica è dal vivo: Cisco, ex cantante dei Modena City Ramblers, accompagna con chitarra e tamburello.
Sul palco due sedie. Al centro, una luce soffusa illumina un inginocchiatoio e un impermeabile. Un allestimento leggero per ricordare storie pesanti. I rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo, l’ascesa e la caduta di Salvo Lima, l’intreccio tra mafia e P2, tra Bontade e “Michelino” Sindona, gli omicidi di Piersanti Mattarella e del generale dalla Chiesa. Andreotti è stato assolto? È un perseguitato? «Per il resto del Paese» è così. La Cassazione, invece, conferma la sentenza d’appello del 2003: Andreotti ha «commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere fino alla primavera 1980». Reato però «estinto per prescrizione». «Non un’assoluzione. Che senso avrebbe altrimenti fare ricorso se sei stato assolto?», si chiede Giulio Cavalli.
Lo spettacolo combina il teatro civile dell’attore milanese con i ritmi della narrazione di Lucarelli. E con il rigore di Caselli. Si citano le sentenze, si leggono le deposizioni dei pentiti: Mannoia, Buscetta, Di Maggio che racconta del presunto bacio tra lo "Zio" Giulio e Totò Riina. Tra un brano e l’altro il teatro diventa un confessionale: musica sacra, luci basse, Cavalli indossa l’impermeabile e s’inginocchia. Diventa Andreotti e si cita: «I miei amici che facevano sport sono morti da tempo»,  «Ho visto nascere la Prima Repubblica, e forse anche la Seconda. Mi auguro di vedere la Terza», «Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona». E sulla sua assenza al funerale di dalla Chiesa: «Preferisco andare ai battesimi piuttosto che ai funerali». Lo stile ricorda Il Divo, difficile smarcarsi da un’interpretazione come quella di Toni Servillo. Chiude Cisco: «Dormi dormi bel Paesino», una ninna nanna all’Italia addormentata. Sperando che si risvegli.

Apertura e clausura

Tra le poche cose che ho fatto nella mia vita, ho lavorato per qualche mese in carcere, alla casa circondariale di Modica. Per un po' di tempo ho fatto anche il volontario. L'esperienza è difficile da spiegare, ma mi sono divertito molto. Ho due piccoli rimpianti: non aver potuto prolungare il lavoro con i ragazzi di Piano del Gesù e non essere riuscito a vedere il magnifico chiostro del convento. Eh sì, il carcere di Modica è dal 1865 all'interno del convento francescano di Santa Maria del Gesù. Un monumento nazionale, sopravvissuto ai terremoti del 1542 e 1613 e soprattutto a quello catastrofico del 1693. Il chiostro è tardo-gotico, il prospetto (l'unica parte visibile del complesso, dietro il cancello d'ingresso del carcere) è in stile plateresco-catalano. Un gioiello che ha pochi eguali nell'Italia meridionale. Purtroppo la presenza della casa circondariale rende impossibile visitarlo. Persino io, pur essendo stato lì dentro, non l'ho mai visto. E fino a non troppo tempo fa, nel chiostro si faceva l'ora d'aria.
Il chiostro è stato aperto al pubblico solo per due giorni nella primavera del 2009, grazie a un'iniziativa del Fai. Ora, finalmente, il monumento sarà restituito alla cittadinanza e ai turisti. Il prossimo weekend si apre a Modica la "settimana della cultura" che durerà fino alla fine del mese (ma allora perché "settimana"?, ndr) e la riapertura del chiostro è uno degli eventi. Il 20 aprile sarà a Modica anche l'assessore regionale ai Beni culturali, Sebastiano Missineo. Restauri e lavori lunghi, come sempre. Ma lungo è il percorso che ha portato a questo esito tanto atteso. Già nel 1952 l'allora ministro della Pubblica istruzione Antonio Segni aveva chiesto il trasferimento della casa circondariale. Sono passati quasi sessant'anni ma del nuovo carcere non si scorge nemmeno l'ombra. Da anni esiste il progetto per una nuova casa circondariale in contrada Catanzarello, ma il ministero di Angelino Alfano ha escluso Modica dalla lista delle città dove saranno costruite carceri ex novo.
La riapertura del chiostro è già una buona notizia. Per il nuovo carcere non si sa quanto tempo bisognerà attendere, davvero non si può quantificare. Però molte attività economiche e commerciali del quartiere, uno dei più popolari di Modica, ruotano intorno alla presenza del carcere. Lì davanti c'è anche il capolinea di una delle linee urbane di autobus. Dentro e fuori, un edificio importante per la città.

martedì 5 aprile 2011

Diritto incivile

Nel 1926 l'Italia si è impegnata a firmare a Ginevra la convenzione sull'abolizione della schiavitù. L'applicazione concreta di quel principio si avrà in pieno avventurismo coloniale: nel 1935 il regime abolisce la schiavitù in Abissinia. Dodici giorni dopo lo scoppio della guerra italo-etiopica, sette mesi prima della conquista di Addis Abeba e la proclamazione dell'Impero. Insomma, non proprio un esempio di coerenza. Ciò non toglie che l'Italia sia uno dei tanti Paesi – quasi tutti – che hanno accolto i principi dell'abolizionismo. Purtroppo nuove forme di schiavitù sono diffuse in tutto il mondo, e ormai non solo nelle aree povere e sottosviluppate. Nel mondo "civile", poi, il fenomeno coinvolge anche i cosiddetti insospettabili, gente stimata e rispettabile, professionisti in vista. E i nuovi schiavi sono quasi sempre immigrati.
Una pessima storia arriva da Partinico, in provincia di Palermo. Sinkh, bracciante indiano di 38 anni, aveva trovato lavoro in una fattoria in contrada Coda di Volpe. Il proprietario e datore di lavoro è un noto avvocato civilista palermitano, Fabio Tringali. Paga discreta, 500 euro al mese. Sperava di ottenere il permesso di soggiorno grazie al contratto. E invece si è ritrovato a fare da servo, anzi da schiavo, nelle stalle dello stimato Tringali. L'avvocato 43enne è stato arrestato dai carabinieri di Partinico che lo hanno rintracciato dopo alcuni giorni di "scomparsa". Pur essendo civilista, immagino che abbia un'idea del codice penale: l'articolo 600 prevede dagli otto ai venti anni di carcere per riduzione in schiavitù.
Lo scorso novembre Sinkh aveva denunciato le violenze fisiche dell'avvocato, ma i carabinieri non erano riusciti ad arrestare Tringali. Da quel momento è partita l'indagine. Si è scoperto che i vicini dell'avvocato sapevano delle violenze: nessuno aveva mai denunciato. Ora quei racconti sono diventati la conferma alla denuncia di Sinkh.
A Tringali potrebbe non bastare uno stimato collega.

lunedì 4 aprile 2011

Se 88 vi sembrano pochi

390 comuni: uno solo "virtuoso", ma 88 città turistiche. Ecco in estrema sintesi la Sicilia. Alla faccia di chi non è convinto che il futuro dell'economia dell'Isola sia il turismo, l'assessorato guidato da Daniele Tranchida ha stilato un elenco ufficiale di località siciliane a vocazione turistica, appunto 88. Queste città e cittadine potranno usufruire di fondi europei del programma operativo Fesr 2007/2013. Insomma, come spesso accade in Sicilia, anche il settore e le attività del turismo possono farcela solo grazie ai soldi che arrivano (legittimamente) da Bruxelles. Però è interessante la lista delle città turistiche.
Innanzitutto i capoluoghi di provincia. Palermo è stupenda; Agrigento, Catania, Siracusa e Ragusa hanno monumenti patrimonio dell'Unesco; Trapani, Enna, Caltanissetta e Messina... ringraziano. Cioè sono tutte dentro giusto perché capoluoghi di provincia. Vabbé. Poi ci sono altri comuni "detentori di beni dichiarati patrimonio dell'umanità dall'Unesco": le città del Val di Noto, Piazza Armerina, le Eolie (che ci sarebbero comunque per ragioni paesaggistiche), Pantalica (area archeologica nei comuni di Ferla e Sortino), Sant'Alfio per il famoso "castagno dei cento cavalli".
C'è una manciata di paesi considerati tra i "borghi più belli" dalla consulta turistica dell'Anci. Naturale la presenza delle altre isole e arcipelaghi, oltre alle Eolie. Giusto inserire le nove località costiere che Legambiente e Touring Club hanno premiato con le "vele blu" (ma non sono conteggiate le "bandiere blu" della Fee, la Federazione per l'educazione ambientale). Infine decine di paesi e città che l'assessorato include "per la conclamata storica valenza turistica". Conclamata, testuale.
Niente paura per gli altri trecento comuni non in lista. Potranno usufruire dello stesso status quei paesi che dimostreranno di possedere almeno tre caratteristiche o requisiti previsti dall'assessorato:
– Adeguata presenza di beni culturali, artistici ed architettonici;
– Collocazione all’interno di parchi regionali;
– Localizzazione paesaggistica e naturalistica;
– Persistenza e tutela dei centri storici;
– Opportuna dotazione infrastrutturale alberghiera (alberghi, agriturismo, turismo rurale, paesi albergo, casa vacanze, bed & breakfast);
– Organizzazione, da oltre un triennio, di manifestazioni, rassegne o grandi eventi culturali;
– Congrua presenza turistica (dato riferito alle presenze degli ultimi 3 anni).
Da febbraio a oggi, le città turistiche sono passate da 57 a 88. A questi ritmi di aggiornamento, chi vuole venire in vacanza in Sicilia, avrà solo l'imbarazzo della scelta. Capoluoghi compresi.

domenica 3 aprile 2011

Germe Vigliatore

Sicilia, terra d'emergenze. Non sto neanche ad elencarle, non sono il primo a parlarne e non sarò putroppo l'ultimo. La più "interessante" - anche a livello nazionale - è sempre quella dei rifiuti. Emergenza per modo di dire, se dura da anni, decenni come nel caso campano e napoletano. In Sicilia non siamo messi molto meglio. Il sistema degli Ato ha fallito quasi ovunque nella Regione, da Palermo a Catania passando per Messina. La costruzione di discariche e impianti di smaltimento incontra sempre l'opposizione dei residenti e più spesso la strumentalizzazione politica - che in Sicilia è trasversale, in questi casi. I comuni "virtuosi" sono pochi (e non solo nella gestione dei rifiuti), poche amministrazioni si danno da fare concretamente, anche a proprie spese.
Come se non bastasse, ora si scopre che in Sicilia arriva da mesi la monnezza della Campania. E non rifiuti solidi urbani, ma speciali. Per questo tipo di rifiuti non occorrerebbe un'autorizzazione regionale, ma sarebbero sufficienti accordi privati. Accordi tra Tirrenambiente, la società che gestisce l'immondizia nel messinese, e Sapna, l'omologa napoletana. Ecco perché sono in arrivo 25mila tonnellate di rifiuti nella discarica di Mazzarrà Sant'Andrea. Il paradosso è che l'assessore regionale all'Energia e ai Rifiuti, Giosuè Marino, dice di non saperne nulla. Ora, d'accordo che non è necessaria l'autorizzazione, ma non credo sia assurdo pretendere dalla giunta regionale giusto un pizzico di consapevolezza e conoscenza di quello che succede nelle nostre discariche.
Naturalmente vicende del genere scatenano le polemiche politiche e/o campanilistiche. Terme Vigliatore - che recentemente ha avuto un sussulto di notorietà grazie all'illustre cittadino Domenico Scilipoti - è un comune confinante con Mazzarrà. La discarica non è lontana all'abitato della frazione di Vigliatore, dove c'è anche la casa di mio nonno materno. Conosco quelle zone. Se si è particolarmente "fortunati", già in primavera inoltrata la puzza sovrasta l'odore della zagara. Ora il sindaco Bartolo Cipriano denuncia le ricadute negative dello smaltimento dei rifiuti sul territorio: inquinamento delle falde acquifere, transito degli autocompattatori, perdita di percolato, dissesti stradali e danneggiamento delle tubature. L'anno scorso Cipriano ha emanato un'ordinanza contro il transito dei camion sul tratto cittadino della statale 113 e molti anni prima era stato denunciato per aver fatto stoccare rifiuti senza autorizzazione. Il sindaco è uomo noto alle cronache giudiziarie. Terme Vigliatore è diventato un centro di traffici e affari della criminalità organizzata e il nome di Cipriano compare spesso negli atti delle procure e dell'antimafia. Ex Dc, ex An, ex Margherita, ora Pd. Come tutti quelli che portano voti, anche lui ha sempre avuto garantito l'appoggio dei vertici del suo partito. Cipriano è protagonista quasi assoluto dell'inchiesta Tsunami, indagine dei carabinieri sugli intrecci tra potere e mafia nel barcellonese.
Contro quell'intreccio di poteri istituzionali e occulti si era battuto Adolfo Parmaliana, docente di chimica all'università di Messina ed esponente dei Ds. Parmaliana denunciò tutto il malaffare e le connivenze nell'area. Era stato anche consulente per l'ambiente di Walter Veltroni, ma il suo partito lo abbandonò ad una battaglia solitaria e un destino tragico. Il 2 ottobre 2008, a 50 anni, Parmaliana si è suicidato lanciandosi da un cavalcavia dell'autostrada a Patti Marina. La procura di Barcellona era uno dei poteri denunciati dal professore: uccidendosi a Patti ha ottenuto che indagasse il tribunale di Patti, estraneo a quelle collusioni e connivenze. Parmaliana e Cipriano erano stati avversari alle comunali del 2002 e l'attuale sindaco lo aveva diffamato durante un comizio: solo sei mesi fa è stata confermata la sua condanna.
Cosa c'entra questo con i rifiuti? Forse nulla. Forse semplicemente è un invito a farsi due domande in questi casi. E in Sicilia spesso le domande sono retoriche.

venerdì 1 aprile 2011

Catania-Seattle, andata e ritorno

Alla mia età è ancora presto per i rimpianti, ma da anni ne ho uno che purtroppo non riesco a cancellare. Domenica 6 agosto 1995 (compleanno di mia mamma) ero ancora un po' piccolo, non troppo. Avevo 12 anni e mezzo e a parte qualcosa di Beatles, Pink Floyd, Queen e cantautori italiani non ascoltavo granché. Dunque non potevo sapere minimamente chi fossero i gruppi che quel giorno, anzi quella sera, avrebbero suonato allo stadio Cibali di Catania. Tra l'altro dovevano passare altri quattro anni per saperlo, anzi capirlo.
Quella sera, Catania era al centro della scena musicale italiana, europea e forse oltre. In quegli anni la città etnea era considerata la "piccola Seattle d'Italia"; lì si ascoltavano gruppi rock e indie che altrove nella Penisola erano sconosciuti. La scena di Seattle, del grunge, della musica suonata nei locali, arrivava prima a Catania e poi a Milano. Il merito è di una persona che oggi non c'è più: Francesco Virlinzi. Nei primi anni Novanta aveva fondato la Cyclope Records, etichetta che avrebbe lanciato Carmen Consoli, Mario Venuti, Moltheni e artisti catanesi come Brando e i Flor de Mal (poi Flor). Ma il grandissimo merito di Virlinzi è stata un'amicizia. L'amicizia con i R.E.M.
Anni fa, a proposito del rapporto con l'Italia, Michael Stipe ha detto: «Non credo che i R.E.M. sarebbero oggi quello che sono senza l'entusiasmo di Francesco e dei catanesi che ci hanno fatto conoscere al resto del Paese». Se in Italia si vendevano 10mila copie di dischi dei R.E.M., settemila le avevano acquistate a Catania.
Virlinzi riuscì a portare la band di Athens sotto l'Etna. Domenica 6 agosto 1995. Ecco chi suonava quella sera. I R.E.M., pure in eccellente compagnia. Aprivano il concerto i Flor de Mal (consigli per l'ascolto: ReVisioni,1993) e dopo un gruppo inglese ancora non tanto noto. I Radiohead. Capite adesso il rimpianto?!?
Quella Catania però non c'è più, e non solo perché nel 2000 Virlinzi se n'è andato a poco più di quarant'anni. Sono cambiate molte cose, prima di tutto lo spirito. Non sono più i tempi in cui Peter Buck, il chitarrista dei R.E.M., prendeva una chitarra e si metteva a suonare - in incognito - in un pub catanese, così, per diletto. No, non sono quei tempi. Marco Pirrello, con il documentario My Hometown Catania, prova a rievocare quegli anni e quello spirito. Il docufilm è prodotto da Upress, l'associazione per la promozione del giornalismo universitario, insieme a Step1 e Radio Zammù, testate dell'ateneo catanese. Pirrello racconta il rapporto di quattro giovani band (Crabs, Narayan, Introversia, Dossi Artificiali) con la città. C'è nostalgia per quel fermento e per la concentrazione di artisti in un tempo ormai troppo lontano, ma si coglie anche una nota di speranza. Una nota rock.