martedì 31 maggio 2011

Triplice fisco finale

Non è mai bello quando vedi che della tua terra si parla per gli aspetti negativi. Soprattutto è un problema quando c'è il rischio strumentalizzazione. Un rapporto di Unioncamere Veneto e del Centro Studi Sintesi fotografa una mappa dell'evasione fiscale in Italia. E, sorpresa, la provincia più "infedele" è Ragusa. Trieste è la più "buona". Lo studio ha preso in esame sette indicatori, dai consumi di energia e carburante al parco auto ai depositi bancari, misurandone la coerenza con il reddito disponibile. A Ragusa (ma non solo, anche nel resto della Sicilia e del sud; la penultima è Catania), abbondano le auto di grossa cilindrata, le ville e i conti gonfi in banca. Però i redditi e dunque il gettito fiscale non sono adeguati ai consumi: la forbice è troppo ampia e quindi la provincia iblea è ampiamente all'ultimo posto di questa classifica.
Manco a dirlo, l'Italia è spaccata in due: il nord è "virtuoso", o meglio c'è coerenza tra l'alto tenore di vita e i redditi, il sud presenta mediamente un'alta incoerenza tra consumi e gettito fiscale. In realtà, trattandosi di uno studio statistico, è sempre da prendere con una certa cautela. I dati sono indicativi e dimostrano che la lotta all'evasione va oltre il semplice accertamento della Finanza o dell'Agenzia delle Entrate, però non si può dire che il nord è sempre buono e il sud è brutto, sporco e cattivo. Certo, nel Meridione conta molto anche la criminalità organizzata, oltre al lavoro nero e sommerso.
Fatto sta che gli "ottimi risultati" nella lotta all'evasione, tanto vantati da Tremonti, sono stati praticamente solo al nord. In Sicilia nel 2010 l'imposta accertata è diminuita del 6%. Io le tasse le pago, qualcun altro evidentemente no.

La Sicilia al voto

Non si è votato solo per i ballottaggi a Milano, Napoli e altre grandi città. Domenica 29 e lunedì 30 maggio i cittadini di ventisette comuni siciliani hanno votato per sindaco e consiglio comunale. Originariamente erano 28, ma il paese di Castrofilippo (AG) è stato escluso dalla lista dei comuni al voto perché lo scorso 15 aprile è stato sciolto il consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Quasi 400mila i siciliani chiamati alle urne. L'eventuale secondo turno sarà il 12 e 13 giugno, in coincidenza con il referendum.
Affluenza. Sono andati a votare circa 280mila siciliani, il 71% degli elettori chiamati alle urne, in alcuni comuni addirittura l'affluenza è in positivo rispetto alle precedenti elezioni. Solo gli elettori di Vallelunga Pratameno (CL) sono veramente disamorati: meno dieci per cento rispetto al 2006. Ma qui c'è un motivo preciso. Nel 2009 il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose, ma il Tar ha riconosciuto un vizio di forma e dunque si ricandida il sindaco che guidava quella giunta, Giuseppe Montesano. L'avversario è il suo ex vicesindaco Pino Piraino... Poco affezionati al voto gli abitanti di San Biagio Platani (AG): solo il 45,61% alle urne (ma cinque anni fa era il 50 per cento e poco più). Il comune con l'affluenza più alta è il messinese Antillo (77,03%, addirittura più delle scorse elezioni). A Ragusa, unico capoluogo di provincia interessato, ha votato quasi il 72% dei cittadini, poco meno del 70 a Vittoria.

Questi i risultati nei comuni con più di 10mila abitanti.
Ragusa. Nello Dipasquale (centrodestra, 57,2%) si riconferma sindaco al primo turno. Il candidato Pd Sergio Guastella si ferma al 36,26%, più lontano l'Mpa Salvatore Battaglia (6,54%). La trans Morgana Gargiulo, di cui tanto si è parlato, ha contribuito all'elezione di Dipasquale con 18 voti.
Vittoria. Sarà ballottaggio tra il sindaco uscente di centrosinistra Giuseppe Nicosia e il deputato regionale (già An, poi Pdl, poi Fli, ora con Micciché in Forza del Sud) Carmelo Incardona. Il redivivo ex sindaco Ciccio Aiello prende il 21% dei voti e ora, da vecchio leader della sinistra, si sta riconvertendo nella nuova guida dell'Mpa nel post-Minardo. L'ex comunista Aiello darà i suoi voti all'ex An Incardona... Ma d'altra parte a Vittoria ricordano che il giovane Incardona era un sostenitore dell'Aiello del Pci.
Bagheria. Anche qui si andrà al secondo turno. Sfida tra Lo Meo (Udc-Fli) e Di Salvo (Pdl). Rimarrebbe dunque fuori Sciortino, sindaco uscente del centrosinistra.
Terrasini. Gallina non ce l'ha fatta a far schiudere il futuro. Il candidato che aveva fatto parlare di sé per i manifesti che giocavano sul suo cognome, è rimasto molto indietro nella sfida che si risolverà nel ballottaggio tra Cucinello e Cammilleri.
Noto. Nella capitale del barocco tra due settimane si torna a votare. Ballottaggio tutto interno al centrodestra, tra Bonfanti del Terzo Polo e Leone del Pdl.
Lentini. Nello Neri del centrodestra è riuscito a portare al ballottaggio il sindaco uscente Mangiameli, appoggiato da Pd e Rifondazione (i vendoliani correvano da soli).
Ramacca. Nel comune del catanese, quattro candidati tutti sopra il 20%. Lotta serrata, al secondo turno vanno il Pd Zappalà e l'autonomista Musumeci.
Capo d'Orlando. L'uscente Sindoni prende il 48%, che naturalmente non basta. Se la vedrà con Librizzi, civico di centrosinistra. Flop del Pdl.
Patti. Al secondo turno la sfida sarà tra Gullo (centrosinistra) e Aquino (centrodestra). Ma l'Udc qui sta con il Pd.
Campobello di Mazara. Ballottaggio tra il sindaco uscente di centrosinistra Caravà e l'ex sindaco Mangiaracina (liste civiche di centrodestra). Il Pdl prende poco più della metà dei voti di Sinistra e Libertà...
Canicattì. Pd e Pdl fuori dal ballottaggio. Scorporato il Terzo Polo: tra due settimane è sfida tra l'uscente Corbo (ex Mpa) e il futurista Cani (insieme all'Udc).
Favara. Il centrosinistra qui evidentemente non c'è. Il candidato Pd non arriva neanche al 10%, dunque il ballottaggio sarà tra Manganella (caso ormai insolito di alleanza tra Pdl e Mpa) e Vitello di Futuro e Libertà.
Porto Empedocle. Imbarazzante la vittoria di Calogero Firetto. Il candidato Udc, sostenuto da Pd, Fli, Mpa e miccicheani, schiaccia il povero Paolo Ferrara dell'Idv (93,31% a 6,69%, 10mila voti contro 766!). Non c'era il Pdl, giusto notarlo per la cronaca.

Nei piccoli comuni, spicca la rielezione del sindaco di Vallelunga Pratameno, con il 96% dei voti, in una sfida al limite del ridicolo con l'ex vicesindaco.
Gli altri sindaci eletti:
Montevago (AG), Impastato; San Biagio Platani (AG), Bartolomeo; Antillo (ME), Paratore; Caronia (ME), Beringheli; Falcone (ME), Cirella; Ficarra (ME), Ridolfo; Galati Mamertino (ME), Bruno; Sant'Angelo di Brolo (ME), Caruso; Torregrotta (ME), Caselli; Ferla (SR), Giansiracusa; Sortino (SR), Buccheri; Campofelice di Roccella (PA), Vasta.
Impossibile però fare ragionamenti sulla portata politica di queste elezioni siciliane. Anche nei grandi centri, escludendo proprio Ragusa, la sfida è caratterizzata da candidati appoggiati da liste civiche, che spesso superano i più accreditati aspiranti sindaci dei partiti "ufficiali". Allo stesso modo, gli apparentamenti strani già al primo turno non permettono di trarre conclusioni lineari sulla strada intrapresa dalla politica siciliana. O forse la conclusione è fin troppo chiara: la strada è sempre dissestata.

giovedì 26 maggio 2011

Siamo tutti clandestini

Oggi è stata resa nota la sentenza della Corte d'Appello di Catania che ha condannato Carlo Ruta per stampa clandestina. La storia risale al 2004, quando il procuratore di Ragusa Agostino Fera lo denunciò per ciò che aveva scritto sul suo blog. Un blog, non un giornale. La sentenza del 2008 era assurda: il tribunale di Modica equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano. Quindi per poter scrivere le sue inchieste sul caso Spampinato, Carlo Ruta avrebbe dovuto registrare il blog come testata in tribunale. Eppure il blog non era aggiornato periodicamente, requisito fondamentale di una testata registrata. Ora la conferma della condanna in appello rischia di fare giurisprudenza: pubblicare un blog può essere considerato stampa clandestina. E questo è il primo caso che viene punito un reato previsto nel 1948.
Segnalo qui l'articolo che ho scritto per La Sestina, quotidiano online della Scuola di Giornalismo "Walter Tobagi" di Milano. Aggiungo con un pizzico di orgoglio (professionale) che questa è la prima intervista rilasciata da Carlo Ruta dopo la condanna in appello.

La legge stampa risale al 1948, quando ancora c’erano solo giornali e radio. Prevedeva – e prevede tuttora – il reato di stampa clandestina, mai riconosciuto prima del 2008. In quell’anno, il giornalista, storico e blogger siciliano Carlo Ruta è stato condannato dal Tribunale di Modica per aver pubblicato sul suo blog documentazioni sul caso di Giovanni Spampinato, giornalista ucciso dalla mafia a Ragusa nel 1972.
Il procuratore di Ragusa Agostino Fera aveva denunciato Ruta perché si riteneva danneggiato dall’attività di accadeinsicilia.it, sito ormai inesistente. La sentenza di primo grado, che aveva suscitato polemiche e proteste nel mondo politico e sul web, equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano, che dunque doveva essere registrato presso il tribunale. In realtà il sito di Carlo Ruta non era aggiornato con regolarità periodica. Il 2 maggio scorso la Corte d’Appello di Catania ha confermato la sentenza di primo grado, ma la notizia è stata diffusa solo oggi, giovedì 26 maggio. Un giudizio di merito che fa giurisprudenza.
«È una sentenza liberticida che non colpisce solo me personalmente, riguarda tutto il web che vuole fare informazione in un certo modo», dice Carlo Ruta. Il reato è ormai andato in prescrizione ma Ruta annuncia il ricorso in Cassazione: «Si tratta di una questione di interesse generale, per la quale chiederemo alla Suprema Corte un giudizio di legittimità». Il giornalista vede nella condanna in appello un “intento intimidatorio” contro la libertà di stampa e informazione. «Casi di chiusura di siti web d’informazione sono successi solo in Cina, Birmania e a Cuba», ricorda Ruta. «Questa è una decisione unica a livello europeo. In Italia non esiste un singolo caso di applicazione del reato di stampa clandestina, neanche sul cartaceo». Altrimenti, sottolinea il giornalista, sarebbero a rischio centinaia di pubblicazioni, addirittura i bollettini parrocchiali.

mercoledì 25 maggio 2011

Lo Saya o non lo Saya?

Gaetano Antonio Maria Saya
Gaetano Saya (si legge Saìa), segnatevi questo nome. Nel Paese dei cento partiti, dei movimenti ultrapersonalistici (che esultano per un 1,3% in un'elezione comunale), dei leader improvvisati e responsabili, Saya si distingue più degli altri. Forse non tutti sanno che esiste ancora un Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, quello che in pratica Fini fece scomparire a Fiuggi nel 1995. A capo del nuovo Msi-Dn c'è il messinese Saya, un fascista vecchio stampo, uno che avrebbe fatto parte pure di Gladio e che l'anno scorso aveva fondato una "guardia nazionale italiana", una specie di polizia parallela. Tanto per capirci, si autodefinisce "il Capo degli Ultranazionalisti Italiani". In realtà nega di essere fascista, o perlomeno si riconosce nel fascismo dal 1922 al 1943, quello creatore di uno Stato, non in quello repubblichino di Salò.
Dunque un uomo di estrema destra, di quelli che invocano la triade "Dio, Patria, Famiglia". Come spesso succede, chi sta molto a destra ce l'ha abbastanza con chi occupa il centrodestra dello schieramento politico. Berlusconi ha fatto in passato accordi elettorali anche con le destre estreme, ma il presidente del Consiglio piace poco al nuovo Msi. Per questo motivo Saya, o meglio la moglie Maria Antonietta Cannizzaro, presidente del movimento, ha fatto sapere che la Destra Nazionale appoggerà al ballottaggio il candidato sindaco di centrosinistra a Grosseto, anche se non c'era una lista dell'Msi al primo turno. «Meglio appoggiare i nostri avversari e anche il diavolo piuttosto che il Pdl e Berlusconi», parola della signora Cannizzaro in Saya. Ancora più clamorosa la mossa pre-ballottaggio a Cagliari. Lì il movimento dovrebbe sostenere al secondo turno Massimo Zedda, il giovane candidato sindaco di Sinistra Ecologia Libertà. Cosa non si fa in nome dell'odio viscerale per Silvio... L'Msi porta con sé la dote dello 0,28% di voti alla prima tornata, ma perde il proprio candidato Gianmario Muggiri che lascia il movimento perché si sente «bypassato da un'avvilente imposizione dall'alto».
Misteri della contrapposizione politica: l'ultradestra promette i suoi (pochissimi) voti alla sinistra. Immagino, anzi mi auguro, l'imbarazzo degli aspiranti sindaci "progressisti". Ma spero che l'imbarazzo colga l'Italia dei Valori per un'altra sortita brillante di Saya. Il nazionalista messinese ha scoperto chi potrebbe guidare prossimamente la direzione nazionale del nuovo Msi-Dn: è il suo conterraneo Domenico Scilipoti. La nuova star della politica italiana, il responsabile ex dipietrista che ha salvato la maggioranza il 14 dicembre e che da allora imperversa su tv, radio e giornali (facendo fare una pessima figura alla Sicilia e al suo paese d'origine, che è poi anche quello di mia madre, Terme Vigliatore). L'agopuntore è "uomo probo e onesto", dice Saya. «Ha riscattato con il suo gesto decenni di servilismo parlamentare», testuale. Scilipoti d'altra parte è uomo di sani valori cristiani e patriottici e ha militato nel Fuan (il movimento universitario di destra). Mica ha copiato a caso il manifesto fascista di Giovanni Gentile del 1925 per il programma dei Responsabili. Che Scilipoti accetti o meno la proposta, due considerazioni. Uno: Saya cerca il salvatore nell'uomo che a sua volta ha salvato l'odiato Berlusconi. Due: il legalitarismo alla Di Pietro è molto di destra, attenti a cercare lì l'homo novus della sinistra.

Aggiornamento del 22 agosto 2011. A tre mesi dalle esternazioni elettorali di Gaetano (Antonio Maria) Saya, il nome dell'ultranazionalista messinese è balzato agli onori della cronaca per un proclama contro stranieri, omosessuali, "nuovi barbari". Tra le altre cose è arrivato a proporre la nazionalizzazione della stampa italiana (con annesse minacce a Marco Pasqua di Repubblica) e l'introduzione della pena di morte per "usurai, approfittatori e politicanti". In realtà nulla di tutto quel che ha detto è nuovo, nel programma politico del redivivo Msi di Saya. Anzi, ancora peggio, si tratta di idee e concetti che abitano anche nelle stanze delle altre destre italiane, comprese quelle di governo. Forse bisognerebbe riflettere su questo comune patrimonio culturale di una certa Italia, piuttosto che buttarla sul folklore o sulla macchietta. Non sottovalutare il fenomeno non vuol dire sopravvalutare Saya, ma riconoscere che, al di là dei personaggi plateali, certi messaggi e certe opinioni (r)esistono ancora e sono forti. Pure nell'Italia repubblicana nata sul sangue della Resistenza. E scusate la retorica.

martedì 24 maggio 2011

Le corna nell'urna

Avete presente Antonio Albanese e Cetto La Qualunque? Qualche mese fa ho visto uno spettacolo in cui Albanese spiegava la genesi del suo personaggio. Il politico rozzo, ignorante, disonesto e misogino non è altro che la trasposizione sul palcoscenico di personaggi realmente esistenti. La realtà supera la fantasia, soprattutto quando si parla di politica locale (nel sud Italia). L'ispirazione per Cetto era un candidato sindaco - forse in Calabria - che si presentò ad un comizio mostrando una foto della moglie del candidato avversario. Il succo del suo discorso era: «Non potete votare per un cornuto». Cetto è un moderato, a confronto.
Il riferimento alla fedeltà coniugale è quasi irrinunciabile nelle campagne elettorali "paesane". Ricordo che a Modica nel 2007 spuntarono manifesti anonimi che svelavano alla cittadinanza (che in realtà già lo sapeva) le scappatelle di un candidato sindaco. E Modica non è un paesino. Le corna, croce e delizia della politica e della società siciliana. Manco la riforma del codice di famiglia è riuscita a cancellare la sacralità del senso dell'onore. Offendere qualcuno dandogli del cornuto va oltre la sfera del semplice insulto.
Sarà per questo che a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, due buontemponi hanno disegnato un bel paio di corna sul manifesto di un aspirante consigliere comunale. Di solito sui manifesti si vede di tutto: baffi, barbe, disegni osceni. Stavolta il candidato però non ha gradito lo scherzetto e ha presentato una querela contro ignoti. I carabinieri sono riusciti a identificare i due improvvisati grafici da marciapiede, che si sono beccati una denuncia per diffamazione. I due hanno offeso il candidato in pubblico, quindi è diffamazione e non semplice ingiuria. Ah, uno dei due disegnatori (ma poi ci vogliono due persone per disegnare un paio di corna?!?, ndr) è candidato al consiglio comunale, nella coalizione opposta al "cornificato".
Se dunque un politico fa il gesto delle corna a un altro, potrebbe scattare addirittura la diffamazione. Pensaci, Josep Piqué.

sabato 21 maggio 2011

Ciao Giovanni (e Francesca, Vito, Rocco, Antonio)

Dieci anni fa l'attentato alle Torri Gemelle a New York è stato interpretato da tutti come uno spartiacque, un limite, il passaggio tra epoche, il biglietto d'ingresso molto salato al Ventunesimo secolo. Una tragedia, un evento di questa portata, un fatto eclatante, segna sempre la fine e contemporaneamente l'inizio di un'epoca, ma segna soprattutto le vite delle persone. Vorrei parlare qui del "mio 11 settembre", che in realtà è il 23 maggio. E non era il 2001, era il 1992.
Diciannove anni fa, non importa che fossi un bambino. Il 23 maggio 1992 è la mia data traumatica, il giorno che segna quel passaggio, il giorno in cui credo che sia nata la mia coscienza. Moriva Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. La strage di Capaci, anche se in realtà l'attentato è stato compiuto nel territorio di Isola delle Femmine. Per chi non è siciliano, per chi non è nato in una famiglia che ha sempre educato alla legalità e al rispetto delle regole e allo schifo per la mafia, forse non è comprensibile che la strage di Capaci io l'abbia vissuta peggio del crollo del World Trade Center. Ero un bambino e quella è stata la mia formazione. Quando poi ammazzarono Paolo Borsellino, mi chiedevo chi sarebbe stato il prossimo, perché mi sembrava che fosse scoppiata la guerra. La mia terra reagì, ma per troppo poco tempo. A Falcone (e Borsellino) sono state intitolate strade, piazze, scuole. Anche l'aeroporto di Punta Raisi, dove Falcone era atterrato da Roma dieci minuti prima dell'attentatuni, ora è l'aeroporto Falcone-Borsellino. Qualche anno dopo la strage, io sarei andato alla scuola media "Giovanni Falcone" di Modica.
Il 23 maggio 1992 era il giorno in cui mi sono confessato per la prima volta in chiesa. Ricordo che con mia madre e mia sorella tornammo a casa e trovammo mio padre senza parole davanti alla televisione. Quando ci ripenso, ho difficoltà a frenare la commozione, come tutte le volte che vedo le foto di Falcone o le sue interviste in cui parlava di "dovere". E penso dunque al dovere, al lavoro, all'azione della polizia, dei carabinieri, dei giudici. Ma anche al disimpegno della politica, ai depistaggi e ai segreti. All'ipocrisia istituzionale di ogni 23 maggio (e ogni 19 luglio, e ogni altro giorno in cui è morto qualcuno per lottare contro la mafia). Anniversari, parole, ricordi vaghi e poi cosa rimane? Un pezzetto di guard-rail tinto di rosso vicino allo svincolo di Capaci è stato per tanto tempo l'unico segnale che lì c'era stata una strage orribile. Mi è capitato di passarci quando ancora non c'erano lapidi né fiori e l'aeroporto era solo Punta Raisi. Come se nessuno volesse ammettere che lì, in quel tratto della A29 Palermo-Mazara del Vallo, non era morto solo un giudice con la moglie e la scorta.

P.S. Avrei potuto e forse dovuto ricordare quel giorno tragico con un'immagine della devastazione allo svincolo di Capaci. Ho preferito le foto di Falcone da vivo. Sennò mi metto a piangere davvero.

Giovanni Falcone (1939-1992)

venerdì 20 maggio 2011

L'ultimo e l'Assoluto

Una settimana fa il Partito Democratico siciliano aveva fatto sapere che si sarebbe costituito parte civile contro il boss Matteo Messina Denaro. Il superlatitante, o meglio la sua cosca, avrebbe (anzi, io dico "ha", non è che parlando di un criminale ci sia da limitarsi con le presunzioni d'innocenza...) intimidito esponenti Pd di Castelvetrano, il paese trapanese roccaforte del presunto capo di Cosa Nostra. Il paese dove un preside consiglia ai suoi studenti di disertare un incontro con il pm Antonio Ingroia. Dove alcuni concittadini dicono che MMD è una persona perbene, un signore educato, praticamente il sindaco ideale.
Oggi viene fuori che Messina Denaro potrebbe essere braccato. Nulla di strano, forse. Ormai non fa neanche troppo notizia che intorno ai superlatitanti si stia facendo terra bruciata. D'altra parte, il lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura va sempre avanti. E, aggiungo, indipendentemente dai governi. Qualche giorno fa, riferisce Repubblica Palermo, ai servizi segreti è arrivata una soffiata e ieri è scattato il blitz di polizia e carabinieri ad una masseria nelle campagne di Castelvetrano. Niente da fare, il boss non c'era. Però qualcosa sta succedendo nel mondo mafioso. O è solo un'impressione?
Qualcuno teme che a Palermo possa tornare la guerra di mafia, segno che la successione nel "regno di Mafiopoli" non è affatto conclusa né definita. E qui torniamo al boss di Castelvetrano. Mi permetto di dire la mia. Non ho mai creduto che Messina Denaro fosse diventato il nuovo capo di Cosa Nostra, per una serie di motivi. Mi sembra strano che un trapanese possa prendere la guida di un'organizzazione palermocentrica. Ma la questione secondo me è ancora più semplice - e al contempo complicata. Esiste Cosa Nostra? So che è una provocazione, ma "Cosa Nostra" è ormai diventato solo un marchio. Direi piuttosto che esistono tante "cose nostre", tante mafie. Non è detto che ci sia un'unica organizzazione mafiosa centrale in Sicilia. Palermo, Catania, Messina, la stidda: ecco, da questo punto di vista la mafia siciliana è un'entità federale...
Beninteso, Messina Denaro è un latitante pericoloso, un suo ruolo nell'organigramma mafioso ce l'ha sicuramente. È stato lui ad aver scelto gli obiettivi delle stragi del 1993, consultando un depliant turistico. E in quell'anno è cominciata la sua latitanza. I suoi fedelissimi lo chiamano "l'Assoluto". I suoi (mal)affari arrivano fino alla parte opposta della Sicilia rispetto al trapanese, cioè nelle mie zone, come hanno spiegato alcuni mesi fa gli amici del Clandestino (in quel caso ho avuto l'onore di scrivere un editoriale sulla mafia a Ragusa). Il boss è inserito nella top ten dei criminali più ricercati al mondo. Prima che venisse ucciso Osama bin Laden, il Diabolik di Castelvetrano era addirittura quinto. Ora non so se ha scalato le classifiche.

giovedì 19 maggio 2011

Tenga pure il resto

La Sicilia punta molto sul turismo, perlomeno lo fa a parole o con iniziative plateali. Le bellezze naturali, la varietà dei paesaggi, i siti Unesco, il mare, l'Etna, l'archeologia, l'arte: sono queste le grandi risorse economiche della Sicilia. Senza però dimenticare le altre attività economiche. Ma lo stato dei beni culturali nell'Isola è disastroso, secondo Legambiente. Non basta il rientro della Venere di Morgantina dagli Stati Uniti, ancora c'è molto da fare e alcuni importanti siti turistici sono a rischio di degrado e hanno bisogno di interventi urgenti di manutenzione. La campagna Salvalarte dell'associazione ambientalista ha compilato una "lista nera" dei dieci monumenti che corrono i rischi maggiori. Ville, palazzi, chiese, aree archeologiche: nessuno è risparmiato. E tra questi siti spiccano alcuni luoghi conosciutissimi e molto visitati, come il teatro greco-romano di Taormina e il tempio E (o di Hera) nel parco archeologico di Selinunte. Gli appelli sono stati lanciati ormai molti anni fa, ma nulla è cambiato. Al massimo qualcosa è peggiorato...
Tra i dieci siti, ben due sono nella mia piccola provincia di Ragusa. Una brutta sorpresa – per me solo una conferma. Uno è l'area archeologica di Kamarina, antica città greca fondata nei pressi di Santa Croce Camerina all'inizio del VI secolo avanti Cristo. L'ampliamento del porto di Scoglitti ha cambiato il flusso delle correnti marine, che ora minacciano il promontorio su cui sorgono le mura della cittadella. E poi c'è la Fornace Penna a Sampieri, nel territorio di Scicli. Lo "stabilimento bruciato", come lo chiamiamo dalle mie parti, un'ex fabbrica di laterizi del primo Novecento, incendiata nel 1924. Un capolavoro di archeologia industriale, un edificio che cade a pezzi ma che ha avuto una seconda vita come set cinematografico. Nonostante Il commissario Montalbano, però, la Fornace rimane lì, bruciata, mezza pericolante. Una specie di tempio pagano abbandonato a se stesso. Metafora del turismo in Sicilia.

lunedì 16 maggio 2011

Malattie rare: eppur (la Sicilia) si muove

Per il prossimo numero di MM, il mensile della scuola di giornalismo Tobagi di Milano, mi sto occupando di malattie rare. Mi ha colpito la notizia di uno studio pilota dell'Istituto neurologico "Carlo Besta" di Milano, fatto insieme ad associazioni e istituzioni, come Uniamo e Orphanet. Dallo studio preliminare autofinanziato – perché la ricerca, in Italia... – viene fuori una realtà davvero dura per chi soffre di una patologia rara e per le famiglie dei pazienti. Una famiglia su tre è sotto la soglia di povertà, per le spese mediche, di trasferta, di assistenza. Una malattia è definita rara quando ha un incidenza dello 0,05%: un paziente ogni 2.000 abitanti. Pochi malati per ogni singola patologia, ma tante patologie e dunque molti i malati "rari". In Italia almeno un milione. E molti sono bambini.
Il mio pezzo si concentra soprattutto su Milano. Però mentre cercavo materiale ho scoperto che la mia regione ha deciso di svegliarsi. In piena riforma sanitaria, l'assessore Massimo Russo ha introdotto per la prima volta in Sicilia un registro regionale delle malattie rare. La Sicilia era la penultima regione ancora senza registro, ora manca l'Umbria. L'assessorato è stato spesso al centro delle polemiche politiche e tecniche, ma l'ex magistrato è sempre andato avanti per la sua strada con il nuovo Piano Sanitario Regionale. E ora finalmente vengono introdotti parametri di riferimento sulle malattie rare anche in Sicilia. Una delle principali voci di spesa per le famiglie è la trasferta, lo spostamento verso centri clinici specializzati (hub). Che in Sicilia mancano. Dunque dovrebbe essere potenziata la rete di servizi (spoke) che seleziona i pazienti e li indirizza verso i centri di riferimento. Altrimenti tutto rimane nelle mani e nelle disponibilità – e nell'indebitamento – delle famiglie. Il ruolo fondamentale in questi casi è delle associazioni. Io ne ho sentite alcune e fanno davvero un gran lavoro. Russo ha riconosciuto l'importanza delle associazioni, con cui dice di aver condiviso la "svolta, un traguardo che allinea finalmente la Sicilia agli standard nazionali".
Sull'homepage di Orphanet è scritto: «Nessuna malattia è così rara da non meritare attenzione. Le malattie rare sono rare, ma le persone che ne sono affette sono tante». Ora forse se n'è accorta pure la Sicilia. Almeno sulla carta, dato che a Roma non sono ancora arrivati dati e informazioni sui siciliani affetti da malattie rare.

domenica 15 maggio 2011

Fate un Giro in Sicilia

Fino a qualche tempo fa seguivo molto il ciclismo, il Giro e il Tour non me li perdevo mai. L'anno della svolta è stato il 1999. Il secolo scorso. Esattamente dodici anni fa, il 15 maggio, era un sabato, il Milan vinceva 4-0 contro l'Empoli e si lanciava verso uno stupendo scudetto "proletario", e io ero con il caro amico Alessandro in totale trance da Giro d'Italia. Il 15 maggio 1999 la prima tappa della "corsa rosa" era Agrigento-Modica. Tappa per velocisti, vinse Ivan Quaranta, la sua prima volta. Ricordo tutto di quella giornata. Anche se i corridori non sarebbero arrivati prima delle 16 o giù di lì, io ero in centro fin dalle otto di mattina. Ancora le strade non erano state neanche transennate. Abbiamo seguito tutti i preparativi, abbiamo visto il lavoro della troupe della Rai e degli altri giornalisti.
Forse ci interessava di più il contorno, non il piatto principale. Il tragitto passava pure sotto casa mia, avrei potuto vedere conodamente i ciclisti dal balcone della cucina. Invece fu una caccia continua di autografi. Ricordo il compianto Adriano De Zan che voleva mangiare una piadina. A Modica! E poi un Enrico Lucci travestito da tecnico Rai, con tanto di tuta blu. Moser, Bugno, Paolo Bettini. Lo conoscevano in pochi, il "Grillo", noi invece lo braccammo dietro il palco della premiazione. Grandi ciclisti e giornalisti. Gian Paolo Ormezzano scrisse accanto alla sua firma "Forza Toro". Indimenticabile quando ci intrufolammo nel quartier generale della stampa e assistemmo a una ridicola intervista al grande Navarro, Miguel Indurain. E ho il suo meraviglioso autografo. Ma ricordo anche una macchina fotografica persa. C'erano foto della corsa e di tutta l'atmosfera del Giro: l'ho persa dentro una cabina telefonica, dovevo chiamare i miei genitori. Sì, perché io a sedici anni non avevo il cellulare.
Dopo quel giorno incredibile nella mia città, ho seguito ogni singola tappa di quel Giro. Ogni tappa, fino a quando non scoprii l'esistenza dell'ematocrito e la carriera di Marco Pantani finì a Madonna di Campiglio. Da allora il ciclismo l'ho seguito meno, e la morte del Pirata è stata un trauma.
Ora, dodici anni dopo la Agrigento-Modica e dopo qualche sporadica apparizione dei girini in Sicilia, il 15 maggio si corre da Messina all'Etna. Arrivo in salita sul Mongibello, al rifugio Sapienza. Un Giro in cerca di riscatto, soprattutto dopo la tragedia di Wouter Weylandt. Prima della partenza della tappa, davanti al municipio di Messina c'è stata la protesta degli alluvionati del 2009, dimenticati dalle istituzioni e dal governo. Perché oltre lo sport c'è sempre altro. Ma per un giorno saranno tutti uniti nel tifo per Vincenzo Nibali, lo "squalo dello Stretto". Un messinese, un siciliano al Giro.

venerdì 13 maggio 2011

Sicily, Ulster

Non sapevo che a Belfast c'è una via che si chiama Sicily Park. Park, ma è una via. In quella strada, quasi quarant'anni fa, l'Uda, un gruppo armato lealista, uccise un cattolico. Ora, credo che questa curiosità toponomastica possa essere ragionevolmente l'unico legame reale tra la Sicilia e l'Irlanda del Nord, o Ulster (anche se il nome è improprio). In molti Paesi del mondo ci sono strade, piazze o altri luoghi intitolati alla mia terra. Ricordo di aver passeggiato a Parigi per rue du Roi-de-Sicile: una strada nel quarto arrondissement dedicata al re di Sicilia. Quale re, poi? Je ne sais pas. Però la necessità di trovare un legame con l'Irlanda del Nord è un po' più particolare.
Leggendo qua e là, ci si imbatte a volte in spunti davvero curiosi, per i quali spendo volentieri qualche riga. Il Guardian, giornale per il quale molti vorrebbero lavorare (con piena ragione), ha ospitato qualche giorno fa un articolo di un noto commentatore, Simon Jenkins. Firma del Guardian, lavora anche con la BBC e con il Sunday Times e in passato ha scritto per il Times. Insomma, non il primo arrivato. Si parlava di nazionalismo, impero, indipendenza nel Regno Unito. Commento interessante: sostanzialmente, perché opporsi alle spinte indipendentiste (scozzesi) all'interno dell'UK? Un Paese che riunisce in sé quattro entità molto diverse, compresi i nordirlandesi:
«I vittoriosi Unionisti Democratici dell'Ulster sono unionisti solo nel non essere repubblicani irlandesi. Altrimenti avrebbero molto più in comune con la Sicilia»
Gli scozzesi, d'altra parte, pare vorrebbero regimi fiscali simili a quelli di alcune regioni spagnole e italiane (non capisco bene se Jenkins si riferisca alle regioni a statuto speciale, Sicilia inclusa). Ma mi fa riflettere e sorridere che la Sicilia diventi qui un termine di paragone paradossale: i nordirlandesi sono più simili ai siciliani che non alla Perfida Albione! Cioè, un popolo che pur di non dirsi irlandese è disposto a stare sotto la Corona britannica, in realtà con Londra ha poco a che vedere, persino meno che con Palermo. Oh, my God!
Capisco che stiamo dalla parte opposta d'Europa rispetto alla verde (Nord) Irlanda. Capisco l'esigenza giornalistica di trovare la frase a effetto. Capisco pure che quella di Jenkins è una provocazione, non contro la Sicilia ma contro il suo stesso Paese. Spero però che non c'entri nulla un presunto studio scientifico dell'anno scorso, in cui lo psicologo Richard Lynn della University of Ulster di Coleraine sosteneva che il sud Italia è meno sviluppato economicamente del nord perché i terroni sono meno intelligenti.
E pensare che la settimana scorsa i militanti della giovanile del Pdl a Palermo hanno ricordato la figura di Bobby Sands, attivista nordirlandese morto il 5 maggio di trent'anni fa. Per i ragazzi di Giovane Italia, l'Ulster è una delle ultime colonie in Europa. Jenkins avrà potuto apprezzare, Lynn non avrà capito.

lunedì 9 maggio 2011

Terra promessa e non mantenuta

Vengo da famiglie contadine. Sono cresciuto vedendo sin da piccolo le vacche del nonno paterno e gli agrumi di quello materno. So bene quanto sia importante l'agricoltura per l'economia e la società siciliana. Prima di riconvertire l'economia dell'Isola al turismo o prima di spingere sull'acceleratore dello sviluppo industriale, sarebbe bene non dimenticare che la Trinacria è prima di tutto una regione agricola. E questo non è un difetto. Vanno benissimo gli investimenti nel turismo, però magari evitiamo di distruggere paesaggi stupendi per il verde artificiale di un campo da golf. Giusto che la più estesa regione italiana, la quarta per popolazione, abbia un suo comparto industriale. Magari però puntiamo sull'artigianato di qualità e non sull'industria pesante o sulle trivelle e le raffinerie che deturpano e avvelenano il territorio. Anziché individuare luoghi idonei alla costruzione di centrali nucleari, la terra del sole e del vento potrebbe dare una bella mano sulla via delle energie alternative. Però non al prezzo di spianare boschi e distese di alberi per installare pannelli solari o pale eoliche. A Santa Croce Camerina (RG), Legambiente denuncia che per fare spazio a un impianto fotovoltaico si prepara lo sradicamento di un carrubeto secolare. E dire che tagliare gli alberi in alcuni casi è stato considerato correttamente (lo prevede il codice penale) un crimine...
Lasciamo perdere le vecchie classificazioni tipiche dei libri di geografia della nostra infanzia scolare: primario, secondario e terziario possono benissimo convivere. Ma non dimentichiamo l'importanza di agricoltura, allevamento, pesca. Si parla tanto di dieta mediterranea e delle eccellenze alimentari, ma poi la politica (regionale e nazionale) se ne dimentica con discreta facilità. Tanto il ministero dell'Agricoltura è solo un risiko di poltrone per maggioranze variabili.
Ora in Sicilia l'agricoltura prova a farsi politica. Niente di nuovissimo, a dirla tutta. Alle amministrative di Modica del 2007 si presentò con il centrosinistra la lista "Terra Nostra Vita". A Vittoria invece spunta la candidatura a sindaco dell'ex Mpa Giovanni Cirnigliaro con la lista "Agricoltura PrimaDiTutto", che se la prende con il sindaco uscente, Giovanni Nicosia, di cui è stato però vice. E poi a livello regionale nascono i "Comitati di base agricoltori siciliani", un aspirante partito grintoso e combattivo. Forse troppo nei toni.
Però ci sta: se siamo davvero la Repubblica delle banane, meglio che se ne occupino gli agricoltori.

venerdì 6 maggio 2011

Isolani isolati #5

"Ambulatorio chiuso per mancanza di personale specializzato". Se questo cartello fosse appeso sul portone d'ingresso di un grande ospedale in una grande città in una grande regione, non ci sono dubbi che partirebbero gruppi di protesta contro i disservizi e la malasanità. Invece questo cartello è davanti al reparto di pediatria dell'ospedale di Lipari e le proteste semplicemente si aggiungono a tutte le altre degli abitanti eoliani per i disagi alla vita quotidiana sulle "sette sorelle". Pediatria non è poi un reparto qualsiasi. Niente visite e controlli per i bambini liparoti, l'unico medico di turno purtroppo non ha potuto fare altrimenti. Non ci sono gli infermieri specializzati: mancano in sala operatoria anche per i parti d'emergenza. Tutti i reparti dell'ospedale di Lipari hanno problemi. Nonostante le promesse, non si è fatto nulla per superare gli ostacoli dell'insularità.
Ma non è che nel resto del territorio dell'Asp di Messina vada meglio. I cittadini di Lipari devono aspettare anche fino a cinque mesi per una risonanza magnetica all'ospedale di Milazzo. E questi sono i tempi per una prenotazione urgente.

martedì 3 maggio 2011

I vestiti nuovi del monsignore

Ma davvero l'abito non fa il monaco (e di conseguenza tutti i professionisti del clero)?
So chi è Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, per le posizioni nette sulla politica italiana dell'immigrazione. Sempre pronto all'accoglienza dei migranti e critico sulle posizioni leghiste. Il palermitano Mogavero è dunque uno di quelli che si prendono spesso i "rimproveri" dei politici: meglio vaghe posizioni di principio, teoricamente evangeliche, che non critiche serie e circostanziate, dicono a mezza voce nel Palazzo.
Ora però monsignor Mogavero stupisce tutti. E non c'entrano l'immigrazione, la Lega o Lampedusa. C'entra invece un'altra isola, Pantelleria, che ricade nel territorio della diocesi di Mazara. Qui sono in corso i lavori per la nuova chiesa madre del Santissimo Salvatore e alla messa d'inaugurazione del sagrato il vescovo si è presentato con nuovi paramenti. Disegnati da Giorgio Armani. Il grande stilista li ha regalati, è bene sottolinearlo. Però qualcosa non mi convince comunque: perché continuare a ostentare ricchezza, lusso et similia nella Chiesa cattolica? Il monsignore chiarisce tutto alle agenzie: «Non è stata una scelta di mondanità, ma un gesto che aveva come obiettivo il coinvolgimento di un creatore di moda che ama Pantelleria per valorizzare il suo senso dell'originalità e il gusto del bello da mettere al servizio del culto e quindi di Dio». Non si offenda nessuno, ma il vescovo esteta mi mancava ancora.
Giorgio Armani passa le sue vacanze sull'isola da 37 anni e dal 2006 è anche cittadino onorario pantesco. Sull'abito sono raffigurati i segni della terra e del mare di Pantelleria. Bel pensiero, nulla da dire. Un Armani evidentemente può funzionare bene anche a sud di Tunisi. Ma persino sulle spalle di un vescovo?

lunedì 2 maggio 2011

Leggende metropolitane

Nei miei (non tantissimi) viaggi mi è capitato di prendere più volte la metropolitana in diverse città. Ora abito a Milano e la MM la prendo tutti i giorni. Quella di Roma la ricordo come un po' sottostimata rispetto alla Capitale. In Italia ho preso persino quella di Napoli, in parte sotterranea e un po' di superficie. All'estero ricordo le 16 linee - o giù di lì - di Parigi, il bellissimo trenino di Porto e la metrò di Lisbona coi suoi colori e simboli marinari, quella di Bilbao interconnessa con l'efficiente rete regionale della Bizkaia.
Ma ce n'è un'altra, ancora in Italia, che ho preso una volta. La metropolitana di Catania. Sì, a Catania c'è la metropolitana! Oddio, chiamarla metrò è un esercizio di grande "ottimismo": 3,8 chilometri per sei stazioni complessive, tre delle quali in superficie (una è quella della stazione ferroviaria centrale). Prolungamenti sono previsti almeno fino all'aeroporto e fino all'area commerciale di Misterbianco, ma finora è in funzione solo la tratta che va dal Porto a Borgo, dove c'è l'interscambio con la Circumetnea (Fce), l'unica ferrovia siciliana a scartamento ridotto. La metropolitana è gestita tra l'altro dal commissario governativo della Fce.
Proprio il commissario, Gaetano Tafuri, ha contribuito a ricordare a tutti l'esistenza della metropolitana catanese. E quale modo migliore se non quello di inaugurare due nuovi treni dedicandoli ai briganti filoborbonici dell'Ottocento? Altro che revisionismo storico, qua siamo andati oltre. La storia la scrivono i vincitori e questo a Tafuri non piace: il banditismo sociale era un movimento reazionario (uhm, non sarebbe stato più coerente dire "rivoluzionario"?, ndr) di fronte all'invasione sabauda. Tafuri non è sicuramente il primo né l'ultimo a dire la sua in questo periodo di spinto revisionismo anti-unitario. Non è un caso che Tafuri, ex assessore al Bilancio nella giunta Scapagnini, sia un esponente dell'Mpa, partito che sulla rilettura/riscrittura della storia risorgimentale interviene spesso.
E così Tafuri omaggia Carmine Crocco, detto Donatello, brigante pugliese che secondo l'azienda è "tuttora per molti un eroe popolare". Lo storico Salvatore Lupo ricorda però che Donatello, il "Generale dei Briganti" o anche il "Generalissimo", era sicuramente il più famoso bandito dell'Italia post-unitaria ma non gli si possono attribuire motivazioni politiche.
I cinque treni già esistenti hanno invece nomi femminili. Norma, Beatrice, Elvira e Zaira, dai nomi di personaggi delle opere di Vincenzo Bellini; Rita in ricordo di Rita Privitera, giornalista (e figlia di un dipendente della Circumetnea) morta nell'attentato di Sharm el Sheyk nel 2005.
Intanto sui binari catanesi sfrecceranno (in senso figurato) Brigante e Donatello. Se in Sicilia dovesse arrivare anche l'alta velocità, spero che il revisionismo non sdogani Mafioso e Provenzano.