giovedì 30 giugno 2011

Ciaculli, la strage dimenticata

Ciaculli, località alle porte di Palermo, è nota per una varietà di mandarino detto "tardivo", presidio Slow Food e tra i pochi residui della grande Conca d'Oro. Stavo pensando che sui libri di storia e geografia delle nostre scuole è più facile trovare il nome di Ciaculli come ultima propagine della Conca, che non come teatro di una delle prime stragi di mafia ad aver sconvolto la Sicilia.
Era il 1963, il 30 giugno, 48 anni fa. Fino ad allora gli omicidi di mafia erano perlopiù faide tra clan e famiglie, ma quel giorno il tiro fu alzato fin troppo in alto. Sette morti, sette uomini delle forze dell'ordine. Una giornata cominciata con un attentato a Villabate, dove morirono gli innocenti Pietro Cannizzaro e Giuseppe Tesauro, un meccanico e un panettiere. L'obiettivo era un mafioso locale, in piena guerra di mafia. Qualche ora dopo la guerra si sposta a Ciaculli. Quasi un copione recitato ad arte: una telefonata anonima alla questura di Palermo avverte della presenza di un'auto abbandonata in aperta campagna. Naturalmente i carabinieri vanno subito sul posto e trovano l'auto, un'Alfa Romeo Giulietta, con gli sportelli aperti e una gomma a terra. Facile capire che si trattava di un'autobomba. Arrivano gli artificieri che tagliano la miccia, ma non basta: appena apre il bagagliaio, il tenente Mario Malausa innesca il tritolo e con lui muoiono altri sei militari, Silvio Corrao, Calogero Vaccaro, Eugenio Altomare, Marino Fardelli, Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. Sette morti per mafia, sette "vittime del dovere". Anzi, sei vittime più una. Il maresciallo Nuccio, artificiere dell'Esercito, non è stato riconosciuto vittima del dovere e dunque i familiari non possono ottenere i benefici previsti dalla legge. Impossibile immaginare i motivi per cui il ministero della Difesa ha respinto la loro istanza.
Funerali solenni per le vittime di Ciaculli (1963)
Ciaculli è considerata la fine della "prima guerra di mafia". Forse l'obiettivo era il boss Salvatore Greco, nemico dei La Barbera, o forse lo stesso Malausa, autore di un rapporto sugli intrecci tra mafia e politica. Di certo c'è che non si sanno i nomi degli autori né tantomeno dei mandanti. Poi non mancano i contorni da spy story: qualcuno ha ipotizzato addirittura che per la guerra con le autobombe, la mafia abbia chiesto consulenza tecnica agli artificieri dell'Oas, reduci dalla guerriglia algerina.
A Ciaculli, oltre al mandarino, anche la verità è tardiva. E rischia di far la stessa fine della Conca d'Oro: sepolta sotto il cemento.

Piscine e Libertà

Non sono mai stato a Filicudi, insieme alla "gemella" Alicudi è l'unica che mi manca tra le Eolie. Deve essere bellissima. Infatti è tra le mete preferite dei turisti che possono permettersela. Le cronache estive raccontano di yacht ancorati al largo delle isole, vips di ogni sorta, politici compresi. Uno di questi è un vippone, di quelli che sono contemporaneamente politici e uomini di spettacolo (e non sono neanche pochi, in Italia...). Luca Barbareschi, il trasformista, l'attore, il politico, il narciso. Da più di un anno Barbareschi è al centro di una polemica per una presunta piscina abusiva costruita nella sua villa di 200 mq a Filicudi, in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico, senza averne l'autorizzazione.
Lui ha sempre detto che non è una piscina, ma una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana, ricavata da una vasca presente già dal 1964. Ora però la procura di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) ha deciso di indagarlo per abusivismo edilizio, anche perché oltre alla piscina, pardon cisterna per l'acqua piovana, l'attore nato in Uruguay avrebbe ampliato senza autorizzazione altre parti della villa. Tutto questo in area sismica.
Fonte: http://www.bartolinoleone-eolie.it/
Ecco cosa si legge nell'avviso di conclusione delle indagini: «Violazione dell'art. 44 comma 1 lett. C del D.p.r. 380/2001 perché, in qualità di proprietario e committente, in assenza della necessaria concessione edilizia e in zona sottoposta a vincolo paesaggistico catastalmente censita al foglio 23 part. 387 sub. 3 del Comune di Lipari, nell'isola di Filicudi Luca Barbareschi (difeso dall'avv. Irene Benenati) costruiva una piscina avente le dimensioni di mt. 5,50 x 3,4 x 1,2 di profondità, nonché realizzava un ampliamento del vano tecnico con creazione di due finestre e una diversa distribuzione planimetrica del vano scala con creazione di una nuova porta di ingresso e di una nuova finestra».
Una ventina di giorni fa la soprintendenza di Messina aveva accolto l'istanza di Barbareschi contro la denuncia per abusivismo, ritenendo la "vasca-piscina compatibile con il paesaggio". Vasca-piscina, non cisterna. Ma è servito a poco e a Barcellona sono rimasti dubbi. D'altra parte la soprintendenza qualche settimana prima aveva bocciato il progetto di un altro turista per la costruzione di una piscina a Filicudi.
Barbareschi è ormai da tempo uscito dal novero dei finiani di ferro. Per lui, evidentemente, nel futuro c'era soltanto la libertà di farsi una piscina a Filicudi. Ma poi, dico io, non è meglio fare il bagno nel mare delle Eolie? Forse al tenebroso Luca piace il cloro. O l'acqua piovana.

martedì 28 giugno 2011

Un Parlamentino di indagati

Se volessimo metterla in termini matematici scherzosi, la formula è semplice. P/G = I. Il rapporto tra politica e giustizia? È dato dal numero dei politici indagati! La matematica non è un'opinione e i 27 (ventisette) deputati regionali siciliani indagati dal 2008 a oggi, sul totale dei 90 (novanta) dell'Ars, svelano che a metà legislatura circa un terzo dei parlamentari di Palazzo dei Normanni è stato almeno iscritto nel registro degli indagati.
Un sobrio ed "onorevole" Cateno De Luca
L'ultimo, fresco di giornata, è Cateno De Luca, vulcanico sindaco di Fiumedinisi (Messina), già Mpa e poi stakanovista dei cambi di casacca e di gruppi parlamentari, prima di approdare a Sicilia Vera, movimento in realtà fondato da lui stesso e il cui presidente onorario è il sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale. De Luca è ai domiciliari per tentata concussione e falso. Sale dunque a quattro il numero degli arrestati a partire dal mese di novembre: prima era toccato a Fausto Fagone (Pid) coinvolto nell'inchiesta Iblis (che riguarda anche il presidente Lombardo), poi a Gaspare Vitrano (Pd) per una storia di tangenti, infine a Riccardo Minardo (Mpa) per truffa ai danni di Stato e Unione Europea. E lo stesso Lombardo è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, anche se il recente stralcio potrebbe concludersi in archiviazione. Tra gli indagati c'è pure Franco Mineo (Forza del Sud, Fds), ritenuto prestanome dei boss dell'Acquasanta di Palermo. Neanche una settimana fa, poi, l'aula ha salvato Santo Catalano (Pid) dalla decadenza per "incandidabilità originaria": aveva patteggiato una condanna in appello.
Ventisette su novanta fa 30%. Quasi un terzo. Un deputato regionale su tre. In una legislatura nata dalle elezioni del 2008 dopo le dimissioni di Totò Cuffaro, condannato per mafia. La notizia è che sono dunque 27 i deputati indagati, arrestati o rinviati a giudizio. Ho provato a stilare una lista, anche se il numero è variabile, tra archiviazioni, dimissioni e subentri. Finora ne ho individuati 26:
- Raffaele Lombardo (Mpa, presidente della Regione)
- Francesco Cascio (Pdl, presidente dell'Assemblea)
- Fausto Fagone (Pid) [domiciliari]
- Gaspare Vitrano (Pd) [divieto di soggiorno in Sicilia]
- Riccardo Minardo (Mpa) [domiciliari]
- Santo Catalano (Pid) [patteggiamento condanna a due anni]
- Cateno De Luca (Sicilia Vera) [domiciliari]
- Giovanni Cristaudo (Alleati per la Sicilia)
- Giuseppe Federico (Mpa)
- Michele Cimino (Fds) [richiesta di archiviazione]
- Giuseppe Buzzanca (Pdl) [condannato a sei mesi]
- Fabio Mancuso (Pdl)
- Salvino Caputo (Pdl) [condannato a due anni]
- Giuseppe Arena (Mpa)
- Marco Forzese (Udc)
- Nino D'Asero (Pdl)
- Elio Galvagno (Pd)
- Salvatore Termine (Pd)
- Mario Parlavecchio (Udc)
- Giovanni Di Mauro (Mpa)
- Giuseppe Gennuso (Mpa)
- Rudy Maira (Pid)
- Riccardo Savona (Alleati per la Sicilia)
- Giuseppe Picciolo (Pd)
- Paolo Ruggirello (Mpa) [archiviato]
- Alessandro Aricò (Fli) [archiviato]
Si è aggiunto alla lista anche Giuseppe Sulsenti (Mpa), sindaco di Pozzallo e subentrato all'Ars al posto di Riccardo Minardo. Su di lui è in corso un'indagine per abuso d'ufficio relativa alla sua attività di amministratore.
Prima era l'Udc il partito con più esponenti indagati e il reato più contestato era il concorso esterno in associazione mafiosa. Quello previsto dall'articolo 416-bis introdotto da Pio La Torre. Adesso i reati sono tanti e vari. Ma di sicuro non hanno nulla a che vedere con la storia del primo deputato regionale arrestato in Sicilia. Si chiamava Gino Cortese, era comunista e fu fermato nel 1948 durante una manifestazione antifascista.

Aggiornamento del 2 dicembre 2011. Mi sa proprio che questa notizia andrà aggiornata molto spesso. Oggi è toccata ad altri due deputati del Pdl, Roberto Corona e Fabio Mancuso (già indagato in passato), uno in carcere e l'altro ai domiciliari. Frode ed esercizio abusivo dell'attività finanziaria, inchiesta partita dalla procura di Roma. E dire che la legge 148/2011 ha stabilito che la Sicilia deve ridurre da 90 a 50 il numero dei consiglieri (deputati) regionali. Così si alza la percentuale di indagati...

Aggiornamento dell'11 gennaio 2012. Cateno De Luca può tornare all'Ars. La Cassazione ha accolto il ricorso della difesa annullando senza rinvio la misura cautelare. Insomma, la Suprema Corte ha annullato l'arresto dell'ex sindaco di Fiumedinisi. Alcuni particolari dalla conferenza stampa della rentreé a Palazzo dei Normanni: il deputato ha promesso una decina di denunce per calunnia ed estorsione; ha minacciato di incatenarsi davanti al tribunale di Messina e iniziare lo sciopero della fame se la procura non farà chiarezza; si è presentato con un sacchetto di arance di Lentini (alimento principale della sua dieta dopo l'arresto); uno dei suoi avvocati è Carlo Taormina.

Aggiornamento del 14 febbraio 2012. Il deputato Mancuso, quello arrestato nel dicembre scorso per frode fiscale, è stato scarcerato. Così può tornare all'Ars e dunque decade il deputato supplente Ascenzio Maria Catena (sic) Maesano, subentrato il 24 gennaio. Neanche un mese nel parlamentino degli indagati...

domenica 26 giugno 2011

Ustica: i resti sono venuti a galla. Ma la verità?

Il 27 giugno è il trentunesimo anniversario della strage di Ustica. C'è una parola che sento ripetere da decenni: verità. La parola che meno si adatta a questa storia, in verità. Nessuno ha davvero interesse a che si sappia la verità su Ustica e su tutte le altre stragi di quegli anni. Il Presidente della Repubblica diceva l'anno scorso, prima del trentennale, che a Ustica ci furono "opacità da parte di corpi dello Stato, intenti eversivi, forse anche intrighi internazionali". Anche Napolitano sa che gli intrighi internazionali ci furono, altrimenti non staremmo ancora qui a parlarne e a invocare la fine dei segreti di stato e dei silenzi e depistaggi, politici e militari.
Per tutta la sua vita il picconatore Cossiga - pace all'anima sua - si è divertito a cambiare idea e opinione sulle responsabilità della strage, negando prima l'azione militare come causa dell'esplosione del DC-9 Itavia in viaggio da Bologna a Palermo, finendo poi per accogliere l'ipotesi del missile francese. C'era di mezzo Gheddafi, si è sempre detto. Non è cambiato granché, Gheddafi è ancora (di nuovo...) il nemico, cui Italia, Francia, Stati Uniti, la Nato insomma, hanno dichiarato guerra. E ora la Nato dovrà decidere se accogliere la richiesta di rogatoria della Procura di Roma sull'identificazione di quattro aerei militari nei cieli italiani e siciliani. Cieli sempre molto affollati.
- clicca per ingrandire -
Storia complessa, dunque. Andrea Purgatori, sul Corriere della Sera, spiega i potenziali sviluppi e le difficoltà di una svolta che potrebbe essere decisiva. Mentre però il solito Carlo Giovanardi insiste sulla tesi della bomba a bordo. E l'Aeronautica respinge le accuse di depistaggio a tal punto da far cambiare, per insistenza del generale Lamberto Bertolucci (capo di stato maggiore all'epoca della strage), il depliant informativo del Museo per la memoria di Ustica, a Bologna.
Scoperchiare il vaso delle responsabilità e dei segreti rischia di restare un tentativo vano, un impegno sulla carta. Di certo c'è solo che gli 81 morti (un quinto minorenni) sono considerati vittime del terrorismo. A leggere l'elenco, spiccano cognomi ripetuti: famiglie distrutte dal terrorismo, che sia militare, "comune" o di Stato. Famiglie distrutte dal terrorismo, come 46 giorni dopo, alla stazione di Bologna.

venerdì 24 giugno 2011

Il Terzo immondo

Ora è tutto chiaro. Ecco a cosa serve la vicinanza tra la Sicilia e l'Africa. Traffico illegale e smaltimento di rifiuti speciali. Altro che cooperazione internazionale. D'altra parte, è una di quelle cose di cui tutti parlano a mezza voce, per sentito dire, ma poi smentiscono categoricamente in pubblico. Persino io, che non sono nessuno, ho più volte sentito che i rifiuti siciliani (e non solo) vengono sversati nel continente-pattumiera dall'altra parte del Mediterraneo. Ci sono inchieste su mafia e 'ndrangheta che fanno affari con il traffico dei rifiuti, anche grazie al sostegno della criminalità maltese. Peraltro sono stato in Africa per tre mesi e mezzo, ci ho lavorato e gli occhi per vedere e le orecchie per sentire ce li avevo. In Repubblica Democratica del Congo non c'erano forse rifiuti italiani, ma in generale gli scarti dell'opulenta società occidentale.
Dunque non c'è da stupirsi se a Palermo è stato scoperto un traffico di rifiuti speciali tra la Sicilia e l'Africa. Una discarica abusiva per lo stoccaggio, smontaggio e spedizione dei rifiuti direttamente in Ghana e Congo. Nove denunciati, tre italiani e sei africani. In un'area di 5 mila metri quadrati sono stati sequestrati 700 metri cubi di materiali, tra elettrodomestici, pneumatici, automobili, cibi scaduti, e altre amenità varie ed eventuali.
In Africa i rifiuti europei rinascono a nuova vita, lì il riciclo è una vera arte. L'Africa può solo darci lezioni: l'ambiente è rispettato e lo spreco è un crimine. Crimine che abbiamo esportato noi ricchi e civili occidentali, quelli che portano qua e là la democrazia.

Molto casinò per nulla...

La sede del vecchio Kursaal a Taormina
Berlusconi l'aveva detto: per rilanciare Lampedusa, ci porteremo un casinò. Come se quella fosse l'urgenza più impellente tra gli investimenti turistici nell'isoletta delle Pelagie. Però è ormai consueto tirare fuori la proposta-casinò come opportunità di crescita per la Sicilia. Da moltissimi anni (io lo sento dire da quando sono piccolo) si parla della riapertura della storica casa da gioco nella splendida Taormina. Adesso il deputato regionale Giuseppe Arena (Mpa) ha presentato un disegno di legge per l'apertura di sei casinò in altrettante località turistiche siciliane. Oltre alla "solita" Taormina e la stessa Lampedusa, in lizza ci sono Agrigento, Catania, Cefalù e Pantelleria. I sindaci e gli assessori di questi comuni sembrano tutti d'accordo. Vale la pena citare per esteso le parole di Arena in conferenza stampa: «È ora di smetterla con i pregiudizi, le ipocrisie, e i falsi moralismi. Non si può continuare ad offendere l’intelligenza dei siciliani con la solita stucchevole barzelletta che i casinò in Sicilia non potranno mai essere realizzati a causa delle infiltrazioni mafiose e del riciclaggio di denaro a meno che qualcuno non pensi operazione assai ardita di relegare il fenomeno mafioso solo entro i confini di casa nostra. Le mafie e le attività criminali sono i mali del secolo e sono purtroppo presenti in tutto il pianeta, eppure il mondo è pieno di casinò». Giuseppe Arena dà anche un po' di numeri: 21 in Slovenia, 13 in Spagna (tutti dentro gli alberghi), 9 in Portogallo, 185 in Francia, 78 in Germania, 18 in Austria, 9 in Belgio, «senza contare la dirimpettaia Malta, che tanto invidiamo» (cit.).
Io non mi sento offeso, in realtà, né ho mai creduto alla favoletta (altro che barzelletta) della mafia solo siciliana. La questione-casinò è vecchia e non ho nessuna competenza specifica. Non amo affatto l'idea della casa da gioco come fonte di sviluppo turistico dell'Isola. Non direi proprio che alla Sicilia manchino risorse direi quasi "materie prime" per organizzare una decente economia turistica. Certo, bisogna pure curarle le proprie ricchezze turistiche... Al limite, i casinò potrebbero essere qualcosa in più, ma non l'unico investimento. Peraltro noto la singolare coincidenza dell'annuncio di Arena con la decisione unanime della Camera di accordare un regime di esenzione fiscale per i privati e le aziende a Lampedusa finché non viene risolta la cosiddetta "emergenza" immigrazione. I responsabili e i gestori dei casinò precisano comunque che il riciclaggio di denaro è praticamente impossibile.
Fatto sta che per Arena questa "straordinaria occasione di sviluppo" è stata spesso negata dai governi nazionali, soprattutto quello attuale «da sempre ostile alla nostra terra e oggi più che mai prigioniero delle logiche e delle lobby del nord». Coi casinò si potrebbe riparare dunque a questo torto subìto dai siciliani e finalmente la Sicilia si allineerebbe alle altre regioni italiane che hanno case da gioco. Sanremo, Campione d'Italia, Venezia, Saint-Vincent, Bagni di Lucca (riaperto nel 2009, primo automatizzato al mondo): ecco, grazie ai casinò la Sicilia si allineerà alla Liguria, la Lombardia, il Veneto, la Valle d'Aosta e la Toscana. Ma a cosa si allinea, alla profonda crisi del casinò nell'exclave di Campione? O alle solite insistenti voci sul riciclaggio, per quanto negato o ricondotto alla logica del "mal comune"?
La tanto invidiata dirimpettaia Malta non sfugge a tutto ciò, almeno da quanto risulta da qualche seria inchiesta delle procure italiane. Mettiamoci pure la situazione particolare a San Marino. Da più di cinquant'anni la Repubblica del Titano si è impegnata a non aprire case da gioco, ma nel 2007 è stato creato un Ente di Stato sammarinese dei Giochi, preludio alla riapertura di un casinò. Però toccherà all'Italia decidere, dato che esiste un accordo tra i due Paesi sul divieto del gioco d'azzardo legale a San Marino. Dovrà decidere quindi lo stesso Stato, l'Italia, che non ha leggi chiare e univoche sulle sue case da gioco, a tal punto che un'altra regione a statuto speciale, il Friuli-Venezia Giulia, ha provato invano, bloccata dalla Corte Costituzionale a creare in autonomia nuovi casinò sul suo territorio.
Si faranno o no questi casinò in Sicilia, dunque? Le scommesse sono aperte, fate il vostro gioco.

mercoledì 22 giugno 2011

Il processo e la processione

Chi non ha mai visto le celebrazioni pasquali a Scicli, forse non capirà del tutto questo post. In generale, quasi tutte le feste siciliane della Settimana Santa sono spettacoli ed eventi bellissimi, che vanno oltre i riti religiosi. Quello che ora è cristiano, prima era ebraico, greco, romano, ancora oggi certe celebrazioni sono palesemente pagane. Raccontano la storia e la stratificazione culturale dell'Isola. A Scicli, la Pasqua è la festa dell'Uomo Vivo, 'u Gioia. L'uomo morto e risorto, l'esplosione di gioia per la sua resurrezione.
Immaginate una statua che corre (cioè corrono quelli che la portano in spalla) uscendo dalla chiesa e va in giro per la città, in mezzo a una pioggia di petali di garofano lanciati dalla folla di fedeli, turisti e curiosi. L'Uomo Vivo è pazzo di gioia, e pazza di gioia è la folla. Vinicio Capossela era in vacanza da quelle parti e si è innamorato di quella passione popolare. Nel 2006 esce l'album Ovunque proteggi e lì dentro c'è un epico, trionfale, appassionato omaggio alla festa sciclitana, L'Uomo Vivo (Inno alla Gioia). Vinicio regalò una spettacolare e imprevista esibizione a Scicli proprio durante la festa del Gioia, io c'ero. La cantò tre o quattro volte, vestito come il capo di una banda di paese, accompagnato da una vera banda e dalla tromba di Roy Paci.
La festa dunque si ripete ogni anno ed è un appuntamento irrinunciabile. Sono passati due mesi dall'ultima celebrazione e la procura di Modica ora cita in giudizio due uomini, padre e figlio. Per un reato di cui ignoravo l'esistenza: turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa (articolo 405 del codice penale). Avevano provato a bloccare il 24 aprile la processione alla fine della messa pasquale nella chiesa di Santa Maria La Nova. «Non si esce perché lo devo portare io come ho fatto per quarant'anni», minacciava il padre. Aveva rotto pure lo stendardo e picchiato uno dei portatori.
Ripeto, il Gioia è una festa molto sentita...

martedì 21 giugno 2011

No Vasco, io non ci casco

Non mi piace Vasco Rossi. E vabbè, questo è un mio problema. Vasco ha una schiera di fans fedelissimi, tanto fedeli da vedere tutti i concerti di una tourneé intera, spendendo cifre a volte spropositate. Giusto per dire, Bob Dylan io l'ho visto in concerto a 32 euro, per il cosiddetto rocker di Zocca c'è gente disposta a sborsare anche il doppio. Alla passione musicale non c'è limite, per carità. Però non sopporto la presunzione con cui Rossi si auto-accredita come grande rocker italiano, della serie "io sono io e voi non siete che un Ligabue qualsiasi". E non mi piace l'idea che c'è solo Vasco e il resto non esiste, al punto da tirare oggetti contro i gruppi che dividono con lui il palco. Chiedere informazioni agli Stereophonics.
Il cantante modenese ha un grande seguito anche in Sicilia. Il 26 giugno era previsto un concerto allo stadio San Filippo di Messina. Vasco è tipo da stadio. Per chi non conoscesse il San Filippo, la curva nord è costruita su un costone roccioso, in un'area non propriamente stabile. Il 6 maggio scorso quel muraglione è crollato, pare per una ragione incredibile: i ferri del cemento armato sarebbero stati montati addirittura al contrario! La vicenda naturalmente avrà le sue conseguenze in sede giudiziaria. Da quando il Messina calcio galleggia nelle serie dilettantistiche, quello stadio costruito ad hoc per la serie A vive soprattutto per le grandi manifestazioni come i concerti.
L'annullamento della data di Vasco è dunque un bel problema. Lo è soprattutto per chi ha già comprato il biglietto. Annullare un concerto non vuol dire cancellarlo del tutto, sennò si scatena l'ira funesta. Allora qualcuno ha cominciato a fare il nome dello stadio Cibali, Catania. Le indiscrezioni parlavano di una data sostitutiva al Massimino nel mese di settembre. Gli stadi italiani non sono di proprietà ma li gestiscono i comuni, eppure è legittimo che in questo caso anche la società di calcio interessata dica la sua. E il Catania calcio lo ha fatto con un comunicato ufficiale sul proprio sito, che riporto per intero:
«A seguito delle insistenti voci sul possibile svolgimento di un concerto di Vasco Rossi allo stadio "Angelo Massimino" nel prossimo mese di settembre, pur nella consapevolezza dello spessore artistico dell'esibizione, il Calcio Catania esprime totale dissenso. Il rifiuto scaturisce da semplici constatazioni relative ai danni economici, con riferimento ad interventi di manutenzione straordinaria del rettangolo verde, e soprattutto ai consistenti disagi di ordine sportivo che si configurerebbero qualora dovesse tenersi un concerto allo stadio durante la stagione agonistica. La normativa federale impone infatti, per l'iscrizione al Campionato di Serie A, la garanzia di un manto erboso in perfetto stato. A tal fine, volendo evitare il rischio di dover disputare in campo neutro anche una sola partita della stagione 2011/12, nell'interesse della squadra, degli sportivi, degli abbonati e della città, il Calcio Catania ribadisce con fermezza la propria contrarietà ed evidenzia l'assoluta avventatezza del semplice pensiero di poter organizzare eventi di tale portata in uno stadio di Serie A durante il campionato»
Clamoroso al Cibali... Parole di una chiarezza imbarazzante. Per quanto non nutra grandi simpatie per il Catania, condivido in pieno il rifiuto della società rossazzurra. E poi, sinceramente, voglio illudermi che al Cibali risuoni ancora il ricordo del mitico concerto di R.E.M. e Radiohead nel 1995. Altro che Vasco.

lunedì 20 giugno 2011

Il Curtigghiu dei Ministri

In siciliano il curtigghiu è il pettegolezzo, la chiacchiera fatta per sparlare. Passatempo tra i preferiti nell'Isola. La gamma di significati però è tale che il corrispettivo inglese gossip non vale altrettanto. Letteralmente è il cortile, luogo di tradizionale chiacchiericcio tra comari (e compari). In generale, l'ho sempre interpretato come il parlare fine a se stesso, giusto per dare un ricambio d'ossigeno alla bocca.
L'albero di Natale di Calderoli
Oggi mi è venuto in mente il curtigghiu, leggendo della tragicomica polemica sul trasferimento dei ministeri al nord e di una controproposta che arriva dal sud. Ecco, non ho trovato di meglio che liquidarlo come curtigghiu, chiacchiera insulsa da cortile tra comari che si punzecchiano ma poi tanto vanno a fare la spesa dallo stesso negoziante di cui stanno sparlando. A Pontida si ribadisce la richiesta di portare in Brianza tre-quattro ministeri? Lega ladrona, Roma non perdona. Ma poi basta scorrere lo Stivale fin oltre tacco e punta, ed ecco che il catanese Francesco Tanasi rilancia, manco fossimo su un tavolo verde da poker: se li portate al nord, allora i ministeri devono stare anche al sud.
Tanasi è l'attuale segretario nazionale del Codacons, è già stato presidente dell'Associazione Nazionale Consumatori, nonché leader del Movimento Politico Consumatori Italiani. Insomma, i consumatori scendono in campo per un'equa ripartizione dei dicasteri in caso di "federalismo ministeriale". Eh sì, perché Tanasi nel 2008 diede il suo sostegno (non so quanto corposo in termini elettorali) al candidato Raffaele Lombardo, poi presidente della Regione, ed evidentemente si sente anche lui autonomista. Ma il capo del Codacons non parla del sud in generale: i ministeri devono essere trasferiti in Sicilia. E già sono pronte due sedi. "Tra l'Etna e il mare, le campagne e i boschi", Catania si candida ad essere la sede ideale per l'Ambiente. Ragusa invece sarebbe perfetta per l'Agricoltura. Per puro caso, dicasteri già guidati da siciliani... Si parla di almeno 30mila firme raccolte e si confida nel sostegno dei parlamentari siciliani e meridionali.
Immagino che anche in questo caso nella Capitale dovranno lamentarsi per il tentato strappo. Che si tratti solo di una provocazione, è molto probabile. Però qualche suggerimento a Tanasi mi sento di darlo lo stesso: ci meriteremmo pure il Turismo e i Beni Culturali (c'è solo l'imbarazzo della scelta), la Difesa (tanto le basi Nato ce le abbiamo già), gli Esteri (potremmo delocalizzarli persino a Malta). E volendo anche la presidenza del Curtigghiu.

Gioco di squadretta

Non sono mai stato sensibile al cosiddetto fascino della divisa. Non ho a prescindere particolari simpatie né antipatie nei confronti delle forze armate o di polizia. Apprezzo chi fa seriamente il suo lavoro, credendoci davvero e con vero spirito di servizio e sacrificio. Quando ho lavorato in carcere, ho visto quant'è difficile il lavoro della polizia penitenziaria. Ho profondo rispetto - al punto di incazzarmi - per chi fa un lavoro duro, con turni assurdi, senza alcuni diritti e per una paga che persino il più filo-militarista dei cittadini troverebbe ridicola. Ricordo un poliziotto alla questura di Bologna che alle undici e mezza di sera non aveva ancora cenato per il tanto lavoro. Riconosco che la divisa della polizia mi ha tranquillizzato in alcuni momenti (stazione di Bologna, tre di notte, battibecco con un tossico). E parlo io che grazie alla mia faccia, che tradisce il passaggio degli Arabi in Sicilia, mi sento spesso chiedere da gente in divisa: "Scusi, parla italiano?". Naturalmente non sto neanche a parlare delle grandi operazioni antimafia o antidroga nelle quali carabinieri e polizia rischiano la vita per il dovere. Mi infastidiscono invece la retorica e la strumentalizzazione di certa politica, che alle forze dell'ordine taglia i soldi per la benzina e per la carta da fotocopie, ma poi compra aerei da caccia per bombardare qua e là.
Proprio per tutti questi motivi, però, non tollero i soprusi, le violazioni, le vessazioni, addirittura le violenze di cui si macchiano (e le macchie qualche volta sono rosse...) certi rappresentanti delle istituzioni con l'uniforme. I casi sono troppi, tutti diversi l'uno dall'altro. La morte di Federico Aldrovandi e quella di Stefano Cucchi, il caso di Gabriele Sandri, per non dire dei fattacci del G8 di Genova nel 2001. E ce ne sarebbero, purtroppo, tante altre vicende che offuscano il buon nome di quegli uomini e quelle donne in divisa onesti cui va il mio rispetto. Ma io non parlo di mele marce: non sopporto l'idea che vengano minimizzate o giustificate le malefatte commesse da chi crede di potersi nascondere dietro un'uniforme. Quello che è successo a Palermo mi provoca rabbia e disgusto. Ricordate il povero Noureddine Adnane, l'ambulante marocchino morto il 19 febbraio dandosi fuoco in piazza? Già mi aveva inorridito quella vicenda, ma i risvolti più recenti mi fanno ancora più schifo. Non era Noureddine (per i palermitani, Franco) a sentirsi perseguitato. Lo era davvero. I "vigili della squadretta", gli ambulanti li chiamano così. Dieci vigili urbani, tra agenti e ispettori, sono stati indagati dalla procura di Palermo per una serie di reati che già solamente elencati fanno ribrezzo: calunnia, lesioni, abuso d'ufficio, falso ideologico e falso materiale. Controlli esasperanti, verbali fasulli, sequestri abusivi, accuse costruite. Perché? Per aumentare le statistiche positive della squadra, anzi "squadretta"? Per far bella figura? Per sembrare inflessibili agli occhi delle istituzioni romane/padane? O più semplicemente, schifosamente, ignobilmente, per razzismo?
Persino una persona che non gode delle mie simpatie, il presidente del Senato Renato Schifani, si diceva sconvolto per la morte di Adnane e chiedeva una rigorosa indagine amministrativa da parte del comune di Palermo. Forse il sindaco Cammarata era in barca e non ha sentito il richiamo della seconda carica dello Stato.

venerdì 17 giugno 2011

Grandissimi giramenti di pale

Dopo il referendum che ha bocciato il nucleare, la Sicilia - che già voglia di atomo ne aveva decisamente poca - ribadisce di voler puntare sulle fonti alternative. Per il governatore Raffaele Lombardo la risorsa è il fotovoltaico, a dimensione familiare, per le piccole e medie imprese agricole e artigianali. D'altra parte, persino Omero la definì "l'Isola del Sole". Invece a Lombardo non piace Eolo, tanto per restare all'Odissea. Il presidente ce l'ha con «i mega-impianti eolici, mostri che deturpano il territorio e il paesaggio e che spesso nemmeno funzionano». In Sicilia ormai quelli che osteggiano le pale eoliche sono combattivi quanto gli anti-discariche, anti-rigassificatori, anti-inceneritori. Me ne stupisco sempre. Le pale deturpano il paesaggio, si dice.
Secondo la mia modestissima e opinabile opinione, l'impatto di un impianto eolico è meno devastante di decenni di speculazione e abusivismo edilizio. Meno delle antenne telefoniche piazzate sui tetti delle case. Meno delle tonnellate di rifiuti spalmate sulle strade delle città per la cattiva amministrazione. Meno delle discariche abusive lungo il letto dei fiumi e dei torrenti. Un impatto c'è sicuramente, ma non condivido la contrarietà a prescindere: anche io dico no alle pale sulle spiagge, ho molti dubbi sulle turbine off-shore in mare aperto, ma non mi sconvolgono altrettanto i parchi eolici in alcune zone collinari. Il problema vero è piuttosto l'inflitrazione mafiosa dietro il business dell'eolico. Le inchieste ci sono e ogni tanto i legami purtroppo vengono confermati. Quello che davvero ho difficoltà a comprendere è come possano avercela con le pale eoliche gli stessi che sponsorizzano il ponte sullo Stretto.
Eppure, nonostante le polemiche, le ostilità, gli oppositori, l'eolico in Sicilia è tutt'altro che secondario. L'Italia è il terzo Paese europeo per lo sfruttamento del vento come fonte d'energia, dopo la Germania e la Spagna. E la Sicilia è la prima regione italiana. Circa un quarto dell'intera potenza nazionale è prodotto dagli impianti siciliani (1422 megawatt). Dunque le pale funzionano meglio di quanto non dica il presidente della Regione Siciliana. Nell'Isola si trova la più grande centrale eolica italiana, a Caltavuturo (PA). Siccome non sono un entusiasta a prescindere né un critico a prescindere, riconosco problemi e limiti. Impatto ambientale, interessi mafiosi, truffe e speculazioni. Ben vengano le denunce alla Stella&Rizzo sul "bidone dell'eolico". Però 1422 megawatt prodotti in Sicilia, a traino di un settore dell'industria energetica italiana, pochi non sono. Le pale non sono tutte mulini a vento e i siciliani non sono Don Chisciotte.

martedì 14 giugno 2011

Divorzio all'italiana, affidamento alla siciliana

Segnalo un pezzo che ho scritto oggi per La Sestina, su una storia che arriva dalla provincia di Agrigento. Risvolti curiosi su fatti seri.

Marcello Mastroianni, alias il barone Fefè Cefalù
Dopo il “divorzio all’italiana” che Pietro Germi ambientò in Sicilia cinquant’anni fa, l’Isola diventa teatro di un affidamento di minori dai toni di commedia. Ma invece è tutto vero. La storia risale al 2009, quando una donna presenta un esposto ai carabinieri contro il marito da cui aveva divorziato. Il tribunale dei minori di Agrigento aveva nominato un’assistente sociale per stabilire a chi dei coniugi dovesse andare l’affidamento della figlia di nove anni. I giudici si fidano delle cinque relazioni favorevoli all’uomo e tolgono la potestà genitoriale alla madre.
Ma la donna non ci sta e chiede a un investigatore privato di indagare sulle “voci” di paese. Come nel film di Germi, la gente mormora e tutti parlano di un tradimento. Ma se nella finzione cinematografica era un espediente per “divorziare”, in questo caso si scopre che davvero l’uomo e l’assistente sociale sono amanti. La procura di Agrigento aveva chiesto però l’archiviazione del fascicolo con la denuncia della signora e quindi il proscioglimento dell’uomo e della consulente del tribunale dei minori. Il giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta della procura e disposto l’imputazione coatta per abuso d’ufficio, rinviando a giudizio i due amanti.
Come tutti i divorzi, anche questo avrà una coda in tribunale. Per fortuna senza il delitto d’onore.

Isolani isolati #6

Spesso viene minacciato, non sempre viene messo in pratica. Lo "sciopero del voto" è un segnale forte, che una comunità stanca, delusa e arrabbiata lancia a chi di dovere. Nel giorno in cui il quorum del referendum viene raggiunto e la soglia del 50%+1 viene superata come non accadeva da anni, un'eccezione all'entusiasmo referendario si impone per il suo valore simbolico. Gli abitanti del comune di Lampedusa e Linosa, che comprende le due isole delle Pelagie, hanno deciso di disertare le urne in massa. Solo il 27,33% degli elettori lampedusani e linosani ha votato sui quattro quesiti nazionali. Lo avevano detto: se il governo non farà nulla di concreto per la popolazione, i seggi rimarranno vuoti. L'emergenza (chiamiamola così...) immigrazione ha fatto crollare le prenotazioni turistiche e dunque la maggiore voce dell'economia dell'arcipelago. Al di là dei confronti con gli altri comuni agrigentini (a Sambuca di Sicilia ha votato il 72% degli elettori, per esempio), la considerazione che mi viene spontanea è un'altra. Vero che non votando al referendum, paradossalmente un favore al governo l'avrebbero pure fatto, ma gli abitanti delle Pelagie non si sono fatti suggestionare dalle promesse inverosimili, soprattutto quelle del presidente del Consiglio. E hanno protestato civilmente, con una rinuncia importante, come qualcuno aveva già fatto per le Europee del 2009. È un monito alle istituzioni. Evidentemente la situazione è meno rosea di quella dipinta da Franco Gabrielli, erede di Bertolaso alla Protezione Civile, secondo cui, meno di una settimana fa, «Lampedusa è ok. E non fa più notizia...». A Lampedusa e Linosa molte cose sono ko, e fanno sempre notizia.

lunedì 13 giugno 2011

La Sicilia al ballottaggio

Dopo il primo turno delle elezioni amministrative, che nei comuni con più di 10mila abitanti ha visto confermarsi subito il solo Nello Dipasquale a sindaco di Ragusa (e l'imbarazzante plebiscito per Firetto a Porto Empedocle), anche in Sicilia è stato tempo di ballottaggi. In coincidenza con i referenda nazionali. Sono dunque 11 i comuni - 265mila elettori - che hanno dovuto attendere il secondo turno di domenica 12 e lunedì 13 giugno per sapere chi saranno i nuovi sindaci e consiglieri comunali.
L'affluenza definitiva è stata del 63,37% (168.072 elettori). Rispetto al primo turno, netto calo del 7,58%: due settimane fa aveva votato il 70,95% degli aventi diritto. Sopra il 70% i due comuni messinesi al voto, Patti e Capo d'Orlando. Il dato più basso a Favara (AG), con il 57,06% e dieci punti in meno rispetto al primo turno. Tra il 61 e il 65% l'affluenza negli altri comuni. Interessante notare che mediamente negli 11 comuni la gente ha votato più per il referendum che non per il ballottaggio delle amministrative.

Trattato come uno stralcio

Forse le preghiere sono servite...
E se Lombardo la scampasse dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa? Il presidente della Regione Siciliana si è sempre detto fiducioso di uscire pulito dall'inchiesta Iblis in cui era coinvolto. Ora la Procura di Catania ha stralciato la posizione di Lombardo e del fratello Angelo, deputato nazionale Mpa. Escono dunque fuori dall'inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nel catanese. Nell'indagine dei Ros dei carabinieri, i loro nomi erano insieme a un'altra cinquantina di persone, ma i giudici di Catania hanno avocato il fascicolo ai quattro sostituti che li avevano iscritti nel registro degli indagati. Saranno ora Michelangelo Patanè, procuratore capo facente funzioni, e l'aggiunto Carmelo Zuccaro a coordinare l'inchiesta stralciata a carico dei Lombardo's. Sembrerebbe però che questa decisione sia destinata a risolversi nell'archiviazione di don Raffaè e del fratello. Perché? La valutazione sarebbe esclusivamente di natura giuridica, tutta da ricondurre alla recente sentenza di assoluzione in Cassazione per l'ex ministro Calogero Mannino. Sul concorso esterno fa giurisprudenza quella decisione dei giudici del Palazzaccio, dunque l'ipotesi di reato "non avrebbe retto in sede di giudizio".
Se Lombardo ce la fa, allora è per una questione giuridica e di procedura. Nel merito della questione, qualche "curiosità" sulla posizione dello psichiatra di Grammichele rimane comunque. Credo che anche ai suoi nuovi alleati del Pd possa interessare.

venerdì 10 giugno 2011

Insufficienza grave

Stavolta Totò Riina è stato assolto. Si potrebbe dire: ne ha fatte talmente tante che ci sta pure che per una volta la colpa non sia sua. Mah. Pensavo che con la richiesta di ergastolo per Totò 'u curtu si potesse arrivare finalmente alla verità sulla scomparsa e sulla morte di Mauro De Mauro nel 1970. E invece no. I giudici della corte d'assise di Palermo non hanno accolto le richieste dei pm Antonio Ingroia e Sergio Demontis. Motivo dell'assoluzione: articolo 530 del codice di procedura penale, "incompletezza della prova". Quella che una volta si chiamava insufficienza di prove. Evidentemente le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Buscetta, Marino Mannoia, Mutolo) non sono state ritenute attendibili. Ricordo che Tommaso Buscetta è quello che più di venticinque anni fa disse a Falcone e Borsellino che Cosa Nostra aveva condannato il giornalista dell'Ora otto anni prima di ammazzarlo. A più di quarant'anni dalla morte di De Mauro, quell'omicidio rimane impunito. E il capo dei capi si risparmia un ergastolo.
Che questa storia sia una storiaccia di depistaggi, "deviazioni", coperture, connivenze, la corte palermitana pare riconoscerlo. I giudici hanno trasmesso gli atti al pm per procedere per falsa testimonianza contro alcune persone che hanno deposto nel processo: l'ex Sisde Bruno Contrada, l'avvocato Giuseppe Lupi e i giornalisti Pietro Zullino e Paolo Pietroni.
Di questo passo, sapere chi ha ucciso Mauro De Mauro, ma soprattutto perché, e chi c'è davvero dietro, rimarrà ancora un mistero irrisolto. L'ennesimo buco nero nella storia della Repubblica.

giovedì 9 giugno 2011

Acqua, acqua delle mie brame...

Se anche l'acqua diventa terreno di scontro e contrapposizione ideologica e retorica, questo la dice lunga sullo stato di questo Paese. Al referendum del 12 e 13 giugno io voterò "sì", per l'abolizione delle norme del decreto Ronchi che permettono di affidare anche ai privati la gestione - non la proprietà - del servizio idrico e prevedono che le tariffe siano determinate in base al capitale investito. Non si tratta di privatizzare del tutto l'acqua, ma io appartengo alla schiera di quelli che preferisce che l'acqua rimanga davvero un bene pubblico, un bene comune ed essenziale su cui non speculare o fare profitti. Conosco le ragioni dell'una e dell'altra parte e rispetto tutte le idee e le posizioni. Poi è lecito che a destra e a sinistra (perché tanto sempre lì andiamo a finire), e tra le associazioni dei consumatori, ci siano distinguo e posizioni diverse. A me basterebbe in realtà che la mia intenzione di votare "sì" sia rispettata dagli amanti del mercato e del liberismo tanto quanto è legittima la loro idea che il privato salverà la gestione dell'acqua in Italia. Che ci siano disservizi nel pubblico, specie al sud, è cosa nota. Invece al nord ci sono ottimi esempi di efficienza. Ecco perché c'è il referendum: si vota sì o no, astenersi è legittimo ma la propaganda per il non-voto è vigliacca.
Ma qui vorrei dire un paio di cose sull'acqua in Sicilia. Nella mia regione, su nove Ato idrici provinciali sei sono a gestione privata. Una lezione interessante per chi ha deciso di votare "no". Nel 2007 l'allora presidente della Regione Totò Cuffaro varò la privatizzazione dell'acqua. Le proteste non mancarono, neanche a destra e nello stesso partito di Cuffaro, l'Udc. Sindaci, consiglieri, deputati, comitati, semplici cittadini si unirono nella lotta contro l'affidamento della gestione ai privati. Non nego che in alcuni casi ci fosse una chiara strumentalizzazione politica. I sindaci "ribelli" però ci sono ancora. Dall'Ato di Palermo ora arriva ad alcuni di loro un avvertimento: chi non ha ancora voluto conferire l'acqua alla società di gestione, se ne assumerà le responsabilità. A Catania c'è la Servizi idrici Spa, illegittima perché ottenne l'appalto senza gare e fuori tempo massimo: la società è bloccata ma i costi di gestione sono aumentati. La Acque Potabili Siciliane (Aps) riceveva contributi regionali in caso di mancati utili, ma ora non li riceve più ed è in liquidazione. Come succede in questi casi, oltre a "capitalizzare i profitti" si devono anche "socializzare le perdite". Traduzione: per coprire il deficit di Aps, i soldi dovrebbero metterli i comuni. Otto milioni di euro. Per non parlare dei costi di trattamento (cloro) e dello stato degli acquedotti siciliani: ogni anno si perde più della metà dell'acqua della rete regionale.
La situazione peggiore è sicuramente quella della provincia di Agrigento. La Girgenti Acque vinse la gara nel 2007 ma da allora non ci sono stati investimenti. Nota bene: si dice che l'affidamento al privato serve per migliorare l'offerta dei servizi. Invece ad Agrigento il servizio è sempre peggio. Tra l'altro la gara per la provincia girgentina fu indetta alle ore 23 del 23 dicembre 2007. Si sapeva già chi avrebbe partecipato, e dunque vinto? Prendiamo il comune di Bivona. Da lì partono 250 litri d'acqua al secondo verso il capoluogo, dove però "l'oro blu" viene erogato tre ore al giorno, ogni tre giorni e per una tariffa tra le più care d'Italia: 450 euro l'anno. L'acqua dunque ci sarebbe pure in provincia. E anche buona. Altrimenti non si spiegherebbe perché la Nestlé ha trovato la sua bella miniera sui monti Sicani a Santo Stefano Quisquina. Lì c'è la sorgente Santa Rosalia. Che ora è l'acqua Nestlé Vera Santa Rosalia. Nel 2007 la Regione Siciliana ha concesso alla multinazionale di aumentare la produzione fino a 250 milioni di litri in cinque anni. Prima c'era la Platani Rossini srl, acquisita dalla San Pellegrino, a sua volta controllata dalla Nestlé. Il problema è che quell'acqua - buonissima - finisce imbottigliata con il marchio di Nestlé Vera e non negli acquedotti agrigentini. Gli stessi comuni del circondario di Santo Stefano, che quell'acqua la bevevano già prima dell'arrivo della multinazionale, ora vedranno quelle falde sempre meno ricche. E comunque quell'acqua è stata lanciata a un prezzo competitivo, 33 centesimi a bottiglia. Sommando la spesa, in un anno una famiglia agrigentina media spenderebbe circa 900 euro all'anno. Il doppio della tariffa stabilita dalla Girgenti Acque. Privata, come la Nestlé.

martedì 7 giugno 2011

La ricomparsa di Majorana?

«Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C'è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentale per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso»
Enrico Fermi non aveva dubbi. Ettore Majorana non era un grande scienziato, era "semplicemente" un genio. Un genio strano, come tutti i geni. Catanese, prima si iscrisse a ingegneria ma poi la grandezza della sua mente matematica lo portò a fisica. E qui ecco Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna: Majorana era uno di loro, si laureò con lode con Fermi relatore. Una mente tanto brillante da arrivare a conclusioni rivoluzionarie, ma era un solitario. Di carattere difficile, timido, chiuso in sé.
Ettore Majorana ai tempi di Ingegneria (1923)
Forse per questo la sua clamorosa scomparsa nel 1938 non è neanche così assurda. Il 25 marzo il trentaduenne Majorana parte da Napoli in nave verso Palermo, lasciando due lettere in cui preannuncia la sua scomparsa. Arrivato in Sicilia, scrive di distruggere quelle lettere e dice che sarebbe tornato a Napoli il giorno dopo. Ma a Napoli non sarebbe mai arrivato. Suicidio? Fuga? Allontanamento volontario? Le ipotesi non sono mai mancate. Qualcuno ha parlato addirittura di collaborazione con il Terzo Reich, altri di fuga in Argentina. Leonardo Sciascia, ne La scomparsa di Majorana (1975), segue la pista monastica: lo scienziato si sarebbe chiuso in convento, preso dal rimorso per i rischi della potenza nucleare che con le sue scoperte aveva anticipato e che già intuiva.
Un grande mistero italiano e internazionale. In Germania sarebbe tornato, diversi anni dopo essere stato a Lipsia per conto del Cnr, per mettere le sue conoscenze a disposizione del Reich. Poi dopo la guerra sarebbe scappato in Argentina. L'ipotesi è stata più volte confutata e forse sarebbe ora di non tirare più fuori un Majorana filo-nazista. Del fisico in convento parla Sciascia ma anche la famiglia di Majorana seguì questa pista, chiedendo all'allora papa Pio XII di sapere se Ettore era ancora vivo e chiuso in convento. Pacelli non rispose mai. Infine Tommaso Lipari. Barbone di Mazara del Vallo nel quale molti credettero di riconoscere il fisico negli anni 70. Persino Paolo Borsellino, allora procuratore a Marsala, se ne occupò ma escluse che Lipari e Majorana fossero la stessa persona.
Ora i Ris dei carabinieri hanno convinto i magistrati romani a riaprire i fascicoli sulla scomparsa di Majorana. Dall'analisi di una fotografia scattata nel 1955 in Venezuela, l'Arma è arrivata alla conclusione che ci sarebbero almeno "10 coincidenze e forti compatibilità ereditarie" tra il volto immortalato in quello scatto e quello del padre del fisico, Fabio Massimo (vale la pena ricordarlo: laureato in ingegneria a 19 anni e poi in scienze fisiche e matematiche), e con il fratello Luciano. Le verifiche sono cominciate nel 2008, quando a Chi l'ha visto? un uomo telefona dicendosi convinto di aver frequentato in Venezuela un certo signor Bini che veniva dall'Argentina.
Io però preferisco ancora il mistero irrisolto, forse mi faccio affascinare più dalle ipotesi plausibili ma non dimostrabili. Majorana – seppur privo del "semplice buon senso" – è riuscito a occupare per 73 anni la mente di studiosi, storici, biografi, giornalisti semplicemente perché non è ritornato a Napoli nella primavera del 1938; beh, questo mi sembra davvero geniale.
Ricorda Sciascia nel suo libro-dossier del 1975: «La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia». E Denis Diderot diceva che «genio e follia si toccano da vicino».

domenica 5 giugno 2011

La Djerba del vicino è sempre più verde

Chi mi conosce o chi ha visitato ogni tanto questo blog, sa che all'università ho studiato diritti umani e cooperazione internazionale. Anche se adesso mi occupo di altre cose, quel mondo e quei temi rimangono sempre tra i miei riferimenti e i miei interessi. Per molto tempo, da siciliano, mi sono chiesto che cosa aspettasse la mia Regione ad approfittare - in senso buono - della sua posizione al centro del Mediterraneo. L'opportunità sarebbe dovuta essere la dichiarazione di Barcellona del 1995, che apriva la strada alla partnership euromediterranea, «al fine di trasformare il Mediterraneo in uno spazio comune di pace, di stabilità e di prosperità attraverso il rafforzamento del dialogo politico e sulla sicurezza, un partenariato economico e finanziario e un partenariato sociale, culturale ed umano», come recitavano le altisonanti intenzioni dei 27 governi che sottoscrissero quell'accordo, i quindici membri Ue di allora più dodici Paesi nordafricani e mediorientali. La presenza di tutti e 15 gli "europei" aveva un senso a livello organizzativo, ma mi sono sempre chiesto che interesse potessero avere i paesi nordici nei confronti dello sviluppo e della cooperazione nel Mare Nostrum. E infatti è rimasto quasi tutto sulla carta, privilegiando piuttosto il veloce allargamento dell'Unione a est. Tra l'altro anche tra gli extra-europei c'era (e c'è) qualche stato dai discutibili legami con il Mediterraneo. La Giordania ha un solo sbocco al mare, ad Aqaba sul Mar Rosso. Però strategicamente vale...
Europa, Tunisia, Sicilia, Italia
Siccome non è mai troppo tardi, ora stringono i tempi per presentare proposte e progetti nell'ambito della cooperazione transfrontaliera tra Italia e Tunisia, un programma di partenariato per il periodo 2007-2013. Quindi qualcosa sembrerebbe muoversi. Sarebbe assurdo che non si faccia nulla in piena "primavera araba". La Tunisia è molto vicina, non solo geograficamente. I territori "eleggibili", cioè che possono essere coinvolti, sono otto gouvernorats della Tunisia settentrionale e cinque province siciliane: Agrigento, Caltanissetta, Ragusa, Siracusa, Trapani. Le stesse già interessate dal programma operativo Italia-Malta, nel quale potrebbero infilarsi anche Catania e Palermo. E comunque Malta è già nell'Unione Europea dal 2004.
In che cosa consisterà questa cooperazione tra Sicilia - pardon, Italia - e Tunisia? E soprattutto, chi ci guadagna di più? Le voci strategiche sono lo sviluppo e l'integrazione regionale (economia, immigrazione, ricerca), lo sviluppo duraturo (energie rinnovabili, patrimonio culturale, ambiente, risorse naturali), la cooperazione culturale e scientifica (associazionismo, formazione e scambio giovanile e studentesco). Insomma, più o meno quello che da oltre quindici anni è previsto sulla carta. Finora nella lista dei beneficiari la Regione Siciliana figura con progetti che ammontano a quasi 1,1 milioni di euro per il 2009 e 2010. Il budget complessivo è di 22 milioni, 9 dei quali predisposti per i progetti strategici. Si parla ufficialmente di "sfide comuni, obiettivi condivisi".
Però c'è un rischio, abituale in queste occasioni: che sia l'Italia (e dunque la Sicilia) a usufruire delle opportunità economiche vantaggiose offerte dal partenariato. Sono già 744 le imprese italiane o a partecipazione italiana in Tunisia. Il nostro paese è il secondo partner commerciale di Tunisi e il terzo per flussi turistici dall'altra parte del Canale di Sicilia. Non c'è certo bisogno di essere dietrologi, ma è più probabile che un investitore (anche istituzionale) italiano vada in Tunisia e non viceversa.
Purtroppo ho già visto come funziona certa cooperazione nord-sud. Soprattutto se il sud è l'Africa.