venerdì 29 luglio 2011

Tra il dire e il fare, c'è di mezzo lo Stretto

In mezzo ai laghetti di Ganzirri, Messina nord
Ci sono scene e frasi che un siciliano vede e sente ripetersi puntualmente ogni anno da tanti anni. Persino uno relativamente giovane come me fatica a contare tutte le volte che ha sentito gli annunci ufficiali e solenni sulla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Oggi è arrivata l'ennesima occasione, l'approvazione del progetto "definitivo" (mi permetto di virgolettare a futura memoria) del general contractor Eurolink da parte del cda della società Stretto di Messina, per la contentezza del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. Scopro subito le mie carte: io sono contrario. Per carità, ammetto che l'idea di un ponte a campata unica di 3,3 chilometri (sarebbe il più lungo al mondo) abbia un suo innegabile fascino. Ricordo quando avevo sei o sette anni e alla Fiera Campionaria di Messina vidi il plastico del ponte. Credo sia ancora lì in una sala. Com'è lì al suo posto il vecchio pilone dell'elettricità di Torre Faro. Probabilmente diventerà un monumento di archeologia industriale.
La società Stretto di Messina è una s.p.a. costituita trent'anni fa in attuazione della legge del 1971 (dieci anni prima...) che prevedeva il "Collegamento Viario e Ferroviario fra la Sicilia ed il continente". In tutto questo tempo ha presentato proposte, progetti, ipotesi. Più dell'80% della proprietà è dell'Anas. I governi che si sono alternati in Italia hanno sempre avuto il ponte come "scheggia impazzita" nel proprio programma. Favorevoli e contrari stanno tanto a destra quanto a sinistra. Io ricordo sempre con una punta di fastidio la mossa di Antonio Di Pietro quand'era ministro nel governo Prodi II. Nel novembre 2006 disse che non esistevano penali da pagare a Impregilo in caso di mancata realizzazione del ponte, perché non c'era neanche un progetto. Poi, nel 2007, ha cambiato idea e insieme al centrodestra all'opposizione bloccò l'annullamento del contratto, per non pagare una presunta penale di 500 milioni di euro. Presunta, perché appunto non c'era un progetto definitivo, né l'approvazione del Cipe. Insomma, sul ponte si gioca spesso in termini di strumentalizzazione politica.

domenica 24 luglio 2011

Polizia, Gendarmerie e semi di zucca

Fino alla settimana prossima ad Avignone ci sarà il festival del teatro, una bellissima manifestazione che dura venti giorni e che dimostra che con la cultura si mangia, eccome. Sono stato lì due giorni con tre colleghi della "Walter Tobagi" di Milano (faccio un po' di pubblicità: Eleonora Brianzoli, Lorenzo Lamperti e Francesco Riccardi).
Appena partiti da Milano abbiamo cominciato a ironizzare sulle peripezie che avrei potuto avere io con la mia faccia nordafricana all'ingresso in Francia. I tunisini li hanno già respinti nei mesi scorsi. E invece i problemi con le forze dell'ordine li abbiamo avuti in Italia.
Sulla Milano-Genova siamo stati fermati da una volante della polizia. Chiedono i documenti al conducente, normale. Ma poi un poliziotto mi chiede di scendere dall'auto e di mostrargli i documenti. Li prendo dalla borsa. Poi mi chiede di fargli vedere il contenuto della borsa. Ancora adesso abbiamo parecchi dubbi che potesse farlo ma, come sempre, ho deciso di stare al gioco. Tiro fuori tutto, dal portamonete al lettore mp3, ma una delle prime cose che gli ho fatto vedere è quel cartoncino azzurro che risponde al nome di tesserino dell'ordine dei giornalisti (da praticante). Tesserino che, per inciso, in tempi non sospetti ho definito come l'ennesimo documento con foto da mostrare alle forze dell'ordine.
Poi chiedono agli altri due di far vedere i documenti e giustificano il controllo perché avevano visto "un movimento sospetto in macchina". Oddio, e che cosa hanno visto? Sono convinto che abbiano scambiato il mio sgranocchiare semi di zucca per qualche oscura mossa da spacciatore/tossico. La conferma che ci hanno fermati perché hanno visto me e le mie fattezze così "a sud di Tunisi". Ma poi arriva la domanda incredibile: "Qualcuno di voi ha precedenti con la giustizia?". Come rispondere? Le alternative ragionevoli sarebbero state due: "No, ma perché, questo mi impedirebbe di andare in autostrada?" oppure la più cattiva "No, però sono stato in carcere". Mi sono accontentato della terza via: "No, anche perché altrimenti nessuno di noi potrebbe avere il tesserino dell'ordine dei giornalisti". Questa credo proprio non se l'aspettasse e infatti la risposta imbarazzata è stata "Non ho visto nessun tesserino". Dopo questa pantomima ci hanno fatti ripartire. E intanto le altre auto sfrecciavano a 170 km orari...
Dopo tutto questo, ci chiediamo: chissà cosa farà la Gendarmerie appena varchiamo il confine? Niente. In Francia i miei connotati maghrebini non hanno destato alcun sospetto. Forse perché avevo già finito i semi di zucca e le arachidi. O forse perché avevano altro da fare. Infatti, un paio di giorni dopo, appena rientrato in Italia, leggo una notizia carina che mi fa riflettere.
A Taormina (Taormine, in francese), quindi poco più a nord di Tunisi, i carabinieri hanno ingaggiato come collaboratore estivo un gendarme transalpino per dare assistenza linguistica ai turisti francofoni. Tre giorni fa una donna francese aveva denunciato ai carabinieri che non riusciva più a trovare il figlio di dieci anni e un suo amichetto. Li ha ritrovati l'adjuvant-chef Jean Gammino, ai quali i bambini si erano avvicinati avendone riconosciuto la divisa. Tutto è bene quel che finisce bene, anzi tout est bien, qui finit bien. La collaborazione tra le due Armi sarà ricambiata: alcuni carabinieri faranno servizio nelle località turistiche francesi di maggior richiamo per gli italiani.
Nel caso dovessi andare in Costa Azzurra, starò attento alla frutta secca che mi porterò dietro.

mercoledì 20 luglio 2011

Il gioco dell'oca è bello quando dura poco

Ogni città, paese, territorio in Sicilia ha la sua caratteristica, la sua tradizione, la sua festa tipica. Ogni celebrazione religiosa ha sempre qualche carattere pagano o comunque fortemente popolare (a me viene in mente spesso Sud e magia di Ernesto De Martino). Ma non basta il fascino "etnografico-antropologico".
Non sapevo, per esempio, come si passa il ferragosto a Butera (CL). Il mare non è neanche lontano, ma la gente rimane in città per la festa di San Rocco. Festa religiosa, dunque, direte. Da duecento anni il momento clou di quella festa è il cosiddetto "jocu di lu sirpintazzu". Dal nome si direbbe che protagonista è un serpente. Una leggenda racconta che un serpente gigante terrorizzava i contadini finché non è stato ucciso e il suo corpo portato in paese tra la folla festante. Quel momento viene rievocato il 15 agosto: un uomo si infila in una struttura di legno e tela che riproduce quel serpentone, anzi il "sirpintazzu". La processione termina nella piazza principale di Butera, dove l'uomo cerca di afferrare un'oca sgozzata appesa a un filo.
Alt. Che c'entrano le oche? Io sinceramente non lo capisco. La festa avrebbe come protagonista il serpente, simbolo del male e della trasgressione. E invece ci va di mezzo un'oca, oggetto di una tradizione cruenta. Come tutte le celebrazioni paesane con animali, è inevitabile - e in questo caso ineccepibile - che si levi la voce degli attivisti animalisti e antivivisezione. Da anni le associazioni si battono contro questa manifestazione pubblica di crudeltà sugli animali. Nel 2010 la Lav di Caltanissetta aveva inviato una diffida formale, alla quale l'arciprete Filippo Provinzano, parroco di San Rocco, aveva così risposto. Testuale.
«Non si ritiene di aderire alla diffida, risultando la medesima del tutto fuori luogo; non risultano sussistenti i presupposti di illiceità; la manifestazione del gioco in questione risulta rappresentare meno di quello che si è soliti vedere giornalmente in un qualsiasi documentario afferente la vita animale diffuso in televisione»
A parte che sembra scritta da un avvocato e non da un prete, scopro così che i normali equilibri biologici della natura (leone insegue gazzella e poi se la mangia) secondo qualcuno sarebbero rappresentati in una festa paesana in cui si sgozzano oche. Ma il punto è anche e soprattutto un altro. I "presupposti di illiceità" ci sarebbero eccome, padre Provinzano. L'articolo 70 del testo unico delle leggi si pubblica sicurezza lo prevede (già dal 1931): «Sono vietati gli spettacoli o trattenimenti pubblici che possono turbare l'ordine pubblico o che sono contrari alla morale o al buon costume o che importino strazio o sevizie di animali». Le leggi poi cambiano, si adeguano ai tempi e al linguaggio, ma il divieto di "strazio o sevizie" sugli animali rimane, a tal punto che il codice penale, agli articoli 544-bis e 544-ter, prevede i reati di uccisione e maltrattamento di animali.
Stavolta gli animalisti ce l'hanno fatta. A ferragosto 2011 non ci saranno oche sgozzate a Butera. La decisione l'ha presa il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza, alla presenza del sindaco della cittadina, Luigi Casisi, strenuo difensore della tradizione. Soddisfatto Enrico Rizzi, esponente siciliano del Partito Animalista Europeo (Pae, ne ignoravo l'esistenza, ndr), che con Casisi non ha propriamente un buon rapporto. In alcuni forum su internet, i buteresi smentiscono tuttavia il Pae e dicono che la "festa" si farà lo stesso.
La morale? L'hanno detta in tanti nel passato, da Federico II di Prussia a Oscar Wilde, ma io amo ricordare Totò in una scena memorabile di Siamo uomini o caporali?: «Più conosco gli uomini e più amo le bestie».

martedì 19 luglio 2011

Il 19 luglio, diciannove anni dopo

Cinquantasette giorni non sono neanche due mesi. Tra Capaci e via D'Amelio, tra il 23 maggio e il 19 luglio, tra la morte di Falcone e quella dell'amico Paolo Borsellino, passano meno di due mesi. Un assedio breve in una guerra troppo lunga. La strage in cui morirono Borsellino e i suoi agenti di scorta la ricordo un po' meno di quella di Capaci, forse perché si era in estate e nel pieno di un trasloco. Però col tempo l'ho "riscoperta", forse anche grazie a un generale interesse crescente per la grande figura di Paolo Borsellino. Come ogni attentato di mafia, è l'ennesima storia di sangue, violenza, misteri, falsità, depistaggi. Non dico nulla di nuovo rispetto a quello che si ripete puntualmente da diciannove anni. Né intendo parlarne.
Mariano D'Amelio, casualmente,
era un giudice
(1871-1943)
Ragiono però sul dolore e su un aspetto che mi ha sempre colpito, sin da quel 19 luglio 1992. Non è una frase scontata, ma penso alle famiglie. La strage di via D'Amelio mi fa sempre riflettere sulla famiglia. Di Borsellino, della sua famiglia, forse ormai sappiamo quasi tutto. I fratelli: Salvatore con le Agende Rosse (in ricordo della famosa rubrica su cui Paolo segnava tutto e che scomparve appena dopo la strage), Rita, effimero simbolo di speranza per la politica siciliana (ma ora "parcheggiata" a Strasburgo); i figli: la bravissima Lucia, dirigente regionale della sanità, e Manfredi a capo del commissariato di polizia di Cefalù. Ma in quel tragico pomeriggio Borsellino, dopo aver pranzato con moglie e figli, stava andando a trovare la madre che viveva proprio in via D'Amelio. E famiglie avevano anche i cinque agenti della scorta morti con il giudice. Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Max Cosina, Claudio Traina e soprattutto Emanuela Loi.
Emanuela Loi, sarda, neanche 25 anni, prossima alle nozze, la prima donna in Polizia a morire in servizio. La famiglia di Emanuela seppe che era morta dal telegiornale. La sorella Claudia: «Almeno questa sconcezza lo Stato poteva evitarcela». Ma lo Stato ha scarsissima memoria: presente il 19 luglio, assente gli altri 364 giorni dell'anno. La regione Sardegna non garantisce l'assunzione ai familiari di "vittime del dovere", a differenza della Sicilia.
Catalano lasciò due figli; Cosina, triestino nato in Australia, si era fatto trasferire a Palermo dopo la strage di Capaci; Traina lasciò la moglie e un figlio piccolo; Li Muli, il più giovane di tutti, aveva 22 anni e lasciò genitori e fratelli. Anche loro, tra di loro, erano una famiglia: Cosina, prima di morire, chiese in ambulanza «come stanno i miei colleghi?».
C'è però un'immagine che davvero mi fa rabbrividire e piangere quando penso a via D'Amelio ed è con questa che devo chiudere questo post. In realtà non ce la faccio neanche a spiegarla...
Antonino Caponnetto, "inventore" del pool antimafia, maestro di Falcone e Borsellino. Che per lui, però, erano come dei figli.

giovedì 14 luglio 2011

La Lega è mobile

Ministeri al nord, imperativo categorico. Poi uno si stupisce (mica tanto) se le province non si possono abolire ed è difficile proporre veri tagli ai costi della politica. Trasferire una sede ministeriale, o meglio qualche ufficio decentrato, non mi pare rientri proprio tra le ipotesi di risparmio. Però è ormai chiaro che in questo Paese si deve puntare (imperativo categorico assoluto) sull'estrema difesa dei localismi e delle identità territoriali.
Villa Reale, finte priorità?
Ecco perché aprire sedi ministeriali al nord. Meglio ancora se in una di quelle nuove province che rappresenta la riscossa del sentimento federalista. Ministeri a Monza. Altro che Milano. Monza. Monza e Brianza, la provincia che si è staccata orgogliosamente da quella che molti chiamano "la capitale del nord". Così Monza diventa la seconda capitale italiana, pensate un po'. Uffici di tre ministeri trasferiti nella prestigiosa sede della Villa Reale del giovane capoluogo brianzolo. Semplificazione, Riforme e Tesoro: Calderoli, Bossi e Tremonti. L'asse nordista regge, pare. Anche se l'accelerazione sembra interessare solo i due ministri lumbard.
Appena Calderoli ha detto qualche giorno fa che Monza sarebbe diventata «sede periferica di rappresentanza operativa con funzioni di sportello a disposizione dei cittadini» (il lessico ci ricorda che il Jack Nicholson bergamasco è ministro della Semplificazione, ndr), è partita la corsa a sistemare le sale dedicate della Villa Reale. La Brianza è patria di mobilieri, si è sempre detto. Comodo allora procurarsi gli arredi per le nuove sedi ministeriali. Invece no. I mobili, sedie, poltrone, scrivanie, armadi, arrivano da Scordia. Località poco padana...
Scordia si trova a una trentina di chilometri da Catania. Vai a capire perché li hanno presi lì. Un motivo ci sarebbe ed è serio: la ditta Compir ha allestito gli arredamenti della sala commissione del Parlamento Europeo, di alcune istituzioni e università italiane ed estere. Persino all'Hermitage di San Pietroburgo. Quindi sanno fare il loro mestiere. E hanno una rete di vendita estesa in tutt'Italia. Insomma, nulla di strano in un libero mercato. Però mi chiedo come riusciranno i leader leghisti a spiegare alla loro base la scelta di pagare una ditta "terrona" per un lavoro di sicura riuscita se affidato agli esperti brianzoli. Evidentemente quello che conta è la comodità della poltrona.

mercoledì 13 luglio 2011

SPQR: Sarà Preoccupato Questo Romano?

Domanda logora, abusata, quasi banale, per qualcuno addirittura ideologica: che aspetta un ministro indagato a dimettersi? Non stiamo a fare paragoni con Paesi dove ci si dimette per vicende che in Italia farebbero sorridere anche un'educanda. In Italia persino i reati di mafia non sono ritenuti così gravi da comportare un gesto di buonsenso (e di vergogna, in realtà). Ma scusatemi, ho sbagliato domanda. Il ministro non è indagato, ora è rinviato a giudizio, imputato formalmente. Che è peggio. Ed è imputato per concorso in associazione mafiosa, quel reato previsto dal famoso art. 416-bis "di" Pio La Torre. Un ministro che andrà a processo per mafia. Il ministro è Saverio Romano, il titolare dell'Agricoltura, il responsabile Francesco Saverio Romano, il leader di quel Pid che ha portato in dote alla maggioranza il sostegno di qualche ex Udc un po' nostalgico degli anni di governo.
Quattro giorni fa il Gip di Palermo ha rigettato la richiesta di archiviazione presentata inizialmente dalla Procura, imponendo ai magistrati inquirenti il rinvio a giudizio - e dunque l'imputazione. Così il pm Nino Di Matteo e il sostituto Ignazio De Francisci hanno depositato l'atto con la richiesta. I condizionali in questo sono sempre d'obbligo, ma ecco cosa scrivono i giudici nella richiesta di rinvio: «Nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale, Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento dell'associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell'acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell'organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella».
Per chi non avesse conoscenza delle vicende e della storia della mafia, Siino è stato noto, almeno fino agli anni Novanta, come "il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra". Guttadauro e Miceli sono nomi di una certa notorietà negli ultimi anni: il mafioso-chirurgo Guttadauro seppe delle cimici in casa sua da Miceli, assessore alla sanità a Palermo, che a sua volta l'aveva saputo da Totò Cuffaro. E infatti c'entra pure l'ex presidente della Regione, insieme al quale Romano avrebbe accolto la richiesta del capomafia Nino Mandalà di Villabate, che voleva Giuseppe Acanto tra i candidati del Biancofiore (lista che riuniva Ccd e Cdu) per le regionali del 2001.
Il ministro naturalmente è "addolorato e sconcertato". Però poteva immaginarselo, no? Già all'epoca della sua nomina il Quirinale aveva espresso forti riserve, proprio a causa dell'indagine palermitana. Eppure domenica così scriveva sul suo sito: «La mia vicenda è un paradosso del nostro sistema giudiziario e la tratto come se non mi appartenesse, come in effetti nella sostanza non mi appartiene. Andiamo avanti senza tentennamenti. Ogni cosa andrà al suo posto». Al suo posto e senza tentennamenti: dove, signor ministro, a Palazzo Chigi o in tribunale?

Aggiornamento del 28 settembre 2011. Il ministro Romano ha superato indenne una mozione di sfiducia individuale presentata dall'opposizione alla Camera. In questo post ho inserito alcuni punti interrogativi: rileggendoli, non sarà difficile trovare le risposte. Scontate già prima di questo pomeriggio. Ah, tra l'altro ha attaccato la disinformazione che c'è stata sulla vicenda. E dire che non ho il piacere di annoverarlo tra i miei lettori.

Aggiornamento del 21 dicembre 2011. Sgretolato il centrodestra e caduto con le dimissioni di Berlusconi il governo di cui faceva parte, Romano è tornato un "semplice" deputato. Forse è caduta pure la copertura che lo stare tra i banchi dell'esecutivo gli garantiva: un mesetto dopo il ritorno nella sparuta truppa parlamentare del Pid, Romano ha dovuto sorbirsi pure un voto sfavorevole a Montecitorio. Infatti l'aula ha approvato la proposta della Giunta della Camera di dare l'autorizzazione a utilizzare le intercettazioni nei confronti dell'ex ministro. I sì sono stati 286, i no 260, 4 gli astenuti. Molti gli assenti, soprattutto tra le fila degli (ex?) alleati di Romano.

Aggiornamento del 17 luglio 2012. "La toga è pulita". Romano, che oltre a essere parlamentare è pure avvocato, ha detto praticamente questo in tribunale, tra le lacrime, prima di essere assolto. Dopo un anno, cade l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L'ex ministro ha reso questa dichiarazione spontanea prima della camera di consiglio: "Signor giudice, non ho mai tradito la legge dello Stato italiano, men che meno sostenendo quella forza criminale che più di tutti rappresenta l'antistato. Ho una toga che è pulita e spero di poterla consegnare a mio figlio al più presto. Soprattutto, in questi venti anni, ho sempre osservato le leggi e più volte giurato sulla Costituzione. Signor giudice, io amo questo Paese". Comprensibile la sua commozione. Se è stato assolto, buon per lui e - si spera - per la verità giudiziaria. Chiedo solo a Romano una cosa: la toga passerà al figlio per diritto dinastico?

sabato 9 luglio 2011

La minaccia pro-messa

Fare il giornalista in certe zone dell'Italia non è per niente facile. La categoria non gode di tantissima stima nell'opinione pubblica (opinione comune?), però ci sono colleghi che fanno questo mestiere-lavoro-professione-chiamatelo come volete, con passione, dedizione, impegno e consapevolezza dei rischi che si possono correre. In Sicilia i giornalisti minacciati per le loro inchieste purtroppo non mancano. E non sono mancati i morti. Sembra scontato che le intimidazioni vengano soprattutto da quell'agglomerato che chiamiamo mafia. Ma non solo. 
Gianfranco Criscenti è un collaboratore trapanese del Giornale di Sicilia e dell'Ansa, Giuseppe Pipitone scrive sui Quaderni de L'Ora, rivista erede del glorioso quotidiano palermitano. Criscenti ha ricevuto una lettera anonima in cui lui e Pipitone sono minacciati di morte. Quale filo scoperto hanno toccato? Quale merda hanno pestato (non nel senso portafortuna)? Insomma, a chi hanno dato fastidio? La lettera è chiara: i due devono «lasciare in pace monsignor Miccichè». Francesco Miccichè è il vescovo di Trapani. Nelle ultime settimane sono stati pubblicati articoli su un'inchiesta della magistratura trapanese su un ammanco di un milione di euro da parte di alcune fondazioni gestite dalla Curia. Il Vaticano era corso ai ripari, mandando in "ispezione" il vescovo di Mazara, monsignor Domenico Mogavero, ufficialmente "visitatore apostolico" nella vicina diocesi del capoluogo. Come se non bastasse, si è poi parlato di una lettera che Miccichè avrebbe mandato per raccomandare in Vaticano il faccendiere della P4, Luigi Bisignani. Tutto smentito dal vescovo, naturalmente. La lettera in realtà esiste, firmata e timbrata dallo stesso monsignore, che però l'ha denunciata come un falso.
Il messaggio di minacce a Criscenti e al giovane Pipitone allude anche a Giuseppe Lo Bianco, altro cronista siciliano che della vicenda si è occupato sul Fatto Quotidiano. Naturalmente ai tre arrivano attestati di stima e solidarietà da parte dei colleghi, dell'Ordine dei giornalisti e dell'Unione nazionale dei cronisti italiani. Il presidente dell'Ordine regionale, Vittorio Corradino, parla esplicitamente di «poteri affaristico-mafiosi» infastiditi dalle inchieste di una stampa libera e indipendente. In effetti dubito che la lettera fosse solo lo sfogo di una "pecorella smarrita" che ci tiene tanto al suo "pastore"...

venerdì 8 luglio 2011

Più province per tutti

Di abolire le province, in Italia non se ne può parlare. Tutte le volte che viene proposta la cancellazione di questi enti territoriali abbastanza inutili (ma bei poltronifici), si trova sempre un'opposizione trasversale. Quanto è successo alla Camera qualche giorno fa ne è un esempio evidente. Una provincia vuol dire tanti uffici, tante poltrone, tanti posti, tanti altri enti collaterali. Quel che più mi colpisce è una specie di regola non scritta, uno strano rapporto di "proporzionalità": più si parla di abolire le province, più se ne propone la creazione di nuove. Come se 110 fossero poche. Ricordo ancora quando nel 1992 furono istituite otto nuove province, che nella mia mente di bambino curioso delle elementari erano otto nuove sigle e targhe automobilistiche. Crotone = KR fu una grande sorpresa. Poi però col tempo ho capito che le province esistono solo in Italia come ente intermedio e ne ho compreso i motivi. Soprattutto ho capito perché nessuno vuole davvero abolirle.
Una nuova provincia è, appunto, un nuovo insieme di posti di lavoro e di potere. Dal 1992 a oggi ne sono state istituite in tutto altre 15. Il problema è naturalmente a monte. Se non esistesse l'istituto-provincia, non ci sarebbe la corsa a proporne di nuove e talvolta improbabili. D'altra parte le proposte le fanno quasi sempre i parlamentari eletti nelle zone interessate e far creare una nuova provincia immagino garantisca un certo credito elettorale.

mercoledì 6 luglio 2011

Isolani isolati #7

Dici vulcano e ti viene in mente il fuoco, di certo non l'acqua. Se poi Vulcano ha la "v" maiuscola e dunque è la terza isola delle Eolie, all'acqua ci pensi ancora di meno. Per carità, è un'isola e quindi l'acqua in qualche modo c'è... E ci sono pure le acque termali. Il fatto è che in tutto l'arcipelago delle "sette sorelle" i disservizi maggiori, oltre a quelli nei collegamenti con la terraferma, sono nell'approvvigionamento dell'acqua. Il problema delle risorse idriche peraltro non risparmia il resto dei siciliani: servizi carenti, tariffe altissime, forniture saltuarie. A Vulcano però da tre giorni le scorte di acqua sono praticamente esaurite nelle case, negli alberghi e nei residence. La seconda interruzione in pochi giorni dipende dalla rottura di una tubatura, che ha impedito alla nave cisterna della Vemar di riempire i serbatoi. Residenti e turisti costretti a lavarsi con l'acqua minerale! (e io che in Congo mi lavavo con l'acqua piovana...)
Un paio di giorni fa è arrivato nell'isola il classico ospite vip che popola le estati eoliane. Elton John è sbarcato con il suo mega-yacht. Elton, compratela almeno una cassa da sei bottiglie.

martedì 5 luglio 2011

Tagliare l'artista al Toro

Tremiladuecento (3.200) chilogrammi sono più di tre tonnellate. Quasi tre metri e mezzo (3,4) d'altezza e cinque (4,9) di lunghezza. Insomma una "bella bestia", la statua in bronzo del Toro, il Charging Bull, davanti alla Borsa di New York. L'autore della scultura è un mio conterraneo, si chiama Arturo Di Modica ed è nato a Vittoria. Un artista italo-americano sicuramente estroso e provocatorio. Nel dicembre 1989 Di Modica, con un atto di guerrilla art, piazzò la statua a sorpresa sotto un albero di Natale davanti alla Borsa newyorkese, come regalo per i cittadini della Grande Mela. Lo ha portato su un camion con gru. Peraltro ha fatto tutto a sue spese, dalla creazione all'installazione, e gli è costato 360mila dollari (del 1989). In Borsa, il Toro è il simbolo della prosperità e dell'ottimismo degli investitori finanziari, in contrapposizione all'Orso.
Praticamente la statua-simbolo del New York Stock Exchange è nata come abusiva e in seguito "condonata". Però non sempre le cose vanno così bene. La Guardia di Finanza di Vittoria ha avuto qualche dubbio sulla residenza dello scultore a New York. Se così fosse, dovrebbe pagare le tasse al fisco statunitense, però le Fiamme Gialle sono convinte che Di Modica vive, lavora e "crea" a Vittoria. Dove tra l'altro ha appena ritirato il premio "Garofalo d'oro" per l'impegno artistico in giro per il mondo. E dove sta pure costruendo una specie di casa-museo. Dunque gli interessi e le attività economiche di Arturo Di Modica sarebbero nella natìa Vittoria e non nella adottiva New York: la residenza fiscale sarebbe italiana e non americana. Mancano all'appello 5 milioni di euro di redditi, più 600mila euro di Iva non pagata.
Diceva quel gran produttore di aforismi che risponde al nome di Stanislaw Jerzy Lec: «Raramente nella corrida vince il toro. Gli manca lo stimolo economico». Per una volta che il Toro ha uno stimolo economico, è qualcun altro a perdere.

lunedì 4 luglio 2011

Il vecchio e il male

Oggi avrei voluto limitarmi a scrivere un post sul restauro del murale di Giovanni Falcone a Catania. Ma ai volti dell'antimafia fanno purtroppo da contraltare i volti della mafia e oggi uno di questi si riaffaccia prepotentemente sulla cronaca.
La polizia scientifica ha ricostruito il nuovo identikit del superboss Matteo Messina Denaro. La tecnica è quella dell'age progression, che tiene conto dell'evoluzione dei connotati in funzione dell'avanzamento dell'età. L'identikit è stato rielaborato su quello precedente del 2007 e sulle poche immagini (datate) conosciute. MMD è invecchiato. Sembra più vecchio dei quarantanove anni che ha in realtà, ne dimostra qualcuno in più. Saranno gli stenti della latitanza, chissà... In fondo il volto è lo stesso, solo con qualche ruga in più e qualche capello in meno. Anche Diabolik invecchia. Certo, se Messina Denaro ha chiesto aiuto alla chirurgia plastica ed estetica l'identikit non può dirlo.

Rosso di sangue, rosso di vergogna

Vernice rossa.
La vernice sporca, imbratta, se poi ha il colore del sangue sporca ancora di più. Mi aveva sempre colpito che l'unico oggetto, sull'autostrada per l'aeroporto di Palermo, a memoria della strage di Capaci sia stato per lungo tempo un pezzo di guard-rail dipinto (artigianalmente) di rosso. Con vernice rossa, appunto. Tre giorni dopo il 19° anniversario della strage, a Catania la vernice rossa finisce per imbrattare la memoria di Falcone. Lungo viale Ulisse, sulla circonvallazione, Addiopizzo aveva realizzato un bel murale per ricordare quella tragedia. Il volto di Giovanni era stato sfregiato, proprio con la vernice rossa. Ci sono passato accanto pochi giorni dopo quell'atto che non riesco a definire semplicemente di vandalismo. Il murale fa parte del progetto "Un muro contro la mafia", ora è stato restaurato e sarà regalato alla città di Catania. All'inaugurazione di sabato prossimo saranno presenti anche i familiari delle vittime di Capaci.

venerdì 1 luglio 2011

L'Angelino custode, segretario e tuttofare

Niente burocrazia, per favore. Mica abbiamo tempo da perdere. Le nomine si fanno per acclamazione. Quindi Angelino Alfano diventa segretario politico del Pdl in pochi secondi. «Gli organizzatori del Pdl hanno previsto da statuto una votazione che prevede i due terzi, ma io da presidente e fondatore del partito vi propongo l'elezione di Alfano con questo applauso, a suffragio generale», Berlusconi dixit al Consiglio nazionale del suo partito. Basta con le burocrazie interne, facciamo presto, siamo il governo (e anche il partito) del fare. Un solo voto contrario su 1.107, quello del consigliere friulano Antonio Pedicini.
L'Angelino e il santino
Dunque Angelino, il giovane Angelino, il quarantenne Angelino, il ministro Angelino, il "mai menzognero" (cit.) Angelino, il giornalista pubblicista Angelino, l'avvocato Angelino, è da oggi il segretario Angelino. A 19 anni è diventato pubblicista, a 24 è stato eletto consigliere provinciale ad Agrigento, a 26 deputato all'Ars (il più giovane di quella legislatura), dal 1998 al 2001 capogruppo regionale di Forza Italia, a 31 anni eletto per la prima volta alla Camera, a 37 anni e mezzo è il più giovane ministro della Giustizia della storia repubblicana. Giovane, ma da un po' studia da leader. E a 40 diventa il più giovane segretario politico della storia del Pdl. Come dite, è il primo? Ah. E chiede pure che sia il "partito degli onesti"? Ah.