lunedì 26 novembre 2012

Bar a 5 Stelle

Sono appena arrivati all’Ars e sono già agguerriti e battaglieri. I consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle, capitanati dal portavoce Giancarlo Cancelleri, candidato alla presidenza della Regione, denunciano «i privilegi a sbafo per gli “onorevoli”». A cominciare dal listino prezzi del bar di Palazzo dei Normanni, che nulla hanno da invidiare ai tanto discussi prezzi della buvette del Senato a Roma.
Una colazione completa – cappuccino, cornetto e spremuta – costa solo 2 euro, ma se ci si limita a un caffè al bancone i deputati siciliani se la cavano con 45 centesimi. Meno di quanto costi il caffè in certi distributori. Prezzi molto più bassi di quelli del mercato corrente, persino in una terra, la Sicilia, dove il costo della vita è più basso che altrove. Il bando prevede infatti testualmente che i prezzi devono essere «ribassati del 35% rispetto alla media dei prezzi di listino, consigliati dalle associazioni di categoria più rappresentative operanti nella piazza di Palermo, aggiornati alla stipulazione del contratto».
«Con 11 euro circa – scrivono i 5 Stelle sul sito siciliano del movimento – viene servito un pranzo luculliano con antipasto, primo, secondo, frutta e caffè. Per coprire quei prezzi ribassati è prevista una quota fissa di 31.000 euro oltre Iva, pagata mensilmente». Indovinate, conclude la nota di Francesco Lupo, attivista di Palermo, «chi paga la differenza».
Il problema non è solo nei prezzi agevolati offerti ai deputati del più antico parlamento d’Europa. Ci sono anche i cosiddetti “graditi”, denunciano i 5 Stelle. Si tratta dei camerieri o banconisti che, al momento della stipula del contratto (con la ditta che vince l’appalto), hanno raggiunto «una continuità lavorativa di almeno 10 anni, ancorché con diversi appaltatori» all’interno dell’Ars. Sembrerebbero lavoratori assidui da almeno 10 anni. E invece, questi “graditi” percepiscono un doppio stipendio rispetto ai loro colleghi pur svolgendo le stesse mansioni, in base a un “premio di gradimento” (di qui il nome). Oltre allo stipendio della ditta appaltante, possono percepire anche 14 mensilità aggiuntive del valore di 1.800 euro (dato aggiornato in misura al 100% della variazione Istat).
Alla faccia del caffè.

Il menù del bar alla buvette dell'Ars.
Si risparmia anche sull'ortografia

[articolo pubblicato su Affaritaliani.it]

venerdì 16 novembre 2012

Il ballo del quaquaraquà

"Agghiaccianti"
Se ne sono dette di tutti i colori soprattutto una combinazione di bianconero e nerazzurro. Si chiamano tutti e due Antonio. Uno è barese, l'altro è leccese. Vista così, la polemica tra Cassano e Conte è un bel miscuglio di rivalità calcistiche e campanilismi. Ma c'è qualcosa che va oltre la Puglia e oltre la serie A. Oltre i soldatini, i professionisti e le supposte moralità. E oltre la "simpatia" degli interpreti di questa farsa. Tra le altre cose, infatti, i due contendenti si sono reciprocamente accusati di essere quaquaraquà.
Un termine bellissimo, nella sua cruda e inequivocabile efficacia. Cosa c'è di meglio di quaquaraquà per descrivere uno che parla tanto, anzi troppo, e alle parole non fa seguire i fatti?
Cito testualmente la definizione che ne dà il dizionario enciclopedico Treccani:
Quacquaraqua (o quaquaraquà) s. m. e f. [voce fonosimbolica, che ricorda il verso delle oche: v. qua1 e cfr. quacquarare]. – Voce sicil., ma diffusa anche altrove, con cui si allude genericam. a chi parla troppo, quindi chiacchierone (e, nel gergo della mafia, delatore), o anche a persona alla cui loquacità non corrispondono capacità effettive, e perciò scarsamente affidabile.
Fonosimbolica, cioè onomatopeica. "Qua qua qua": sequenza di suoni e versi rumorosi ma inconcludenti, dunque. La definizione è chiara, da parte dei due Antonio. Parli troppo, e sai fare solo quello. La parola in questione è siciliana, ma ormai la utilizzano in tanti, soprattutto nel resto del sud Italia. Una parola che ha avuto successo. Chissà, può darsi che Conte, da buon salentino, la utilizzi anche perché il suo è un dialetto della lingua siciliana...
Ma della diffusione di quaquaraquà è "responsabile" sicuramente un siciliano. Leonardo Sciascia. Se ormai questa parola è entrata nel linguaggio comune, il merito è del suo capolavoro Il giorno della civetta. La definizione della Treccani si conclude in effetti con uno stralcio del passo più celebre e citato di quel libro del 1961, la frase di don Mariano Arena, il boss del paese. Una tassonomia, una classificazione del mondo che vale la pena rileggere per intero.
«Io [...] ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

martedì 13 novembre 2012

Nessuno tocchi Anthony Farina

Santo Stefano di Camastra è un comune di 4.500 abitanti del parco dei Nebrodi, in provincia di Messina ma quasi al confine con il palermitano. È conosciuto come il “paese delle ceramiche”. Qui potrebbe cominciare la seconda vita di Anthony Farina. Se lui lo vorrà, naturalmente.
Farina è un cittadino statunitense, originario di Santo Stefano, da 20 anni in carcere per una rapina commessa a Daytona Beach, in Florida. Nello “Stato del Sole” è stato condannato per questo alla pena di morte. Aveva 18 anni, nel 1992, quando insieme al fratello sedicenne Jeffrey, rapinò un fast food. Il fratello sparò e uccise una dipendente, ma essendo minorenne all’epoca dei fatti la sua pena è stata tramutata in ergastolo, con la possibilità di ottenere la libertà condizionata dopo 25 anni.
Anthony Joseph Farina.
Compirà 39 anni il 20 novembre 2012
(quando scadrà la proroga
dei termini per la memoria difensiva,
anche da parte dell'Italia)
Anthony, invece, pur non avendo materialmente commesso l’omicidio, si è ritrovato condannato alla pena capitale. Dopo un processo in cui il pubblico ministero aveva invocato la Bibbia per proclamarsi “agente di Dio”. In carcere Farina ha già passato la maggior parte della sua vita finora.
Per salvarlo da una condanna ingiusta e crudele nelle scorse settimane è partita una campagna, “Anthony non deve morire”, promossa da Amnesty International, Nessuno tocchi Caino, Comunità di Sant’Egidio insieme al Partito Radicale. Un’iniziativa che puntava a far concedere a Farina la cittadinanza italiana e che è riuscita almeno nel suo primo intento: il consolato italiano a Miami gliel’ha infatti rilasciata il 2 novembre. Così il governo potrà intervenire più direttamente sulle autorità statunitensi per chiedere che un cittadino italiano non venga giustiziato. E sconti la pena nel suo “nuovo” Paese.
Chi si è mosso, oltre alle associazioni abolizioniste e ai radicali, è stata la stessa comunità di Santo Stefano di Camastra. «Se c’è la sua volontà, noi saremmo ben lieti di accoglierlo», ha spiegato Francesco Re, sindaco del paese delle ceramiche. Il primo cittadino aveva inviato il mese scorso una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e a Papa Benedetto XVI, per chiedere un loro intervento.
Francesco Re,
sindaco di
Santo Stefano
di Camastra
«Pur riconoscendo la gravità dell’accaduto – scriveva il sindaco – siamo consapevoli che bisogna dare ad ogni uomo, specie se in giovane età e soprattutto non direttamente autore del grave fatto di sangue per cui è condannato, un’opportunità di riscatto all’interno di una comunità che gli offra una diversa prospettiva di vita». Forse il Quirinale e il Vaticano non si sono mossi direttamente ma, come ha precisato Re, «c’è stata una buona partecipazione delle istituzioni, tramite l’ambasciata e il ministero degli Esteri abbiamo avuto un riscontro quasi immediato». La diplomazia italiana ha seguito da subito il caso e tutti erano fiduciosi nella concessione della cittadinanza.
Ma non basta il passaporto italiano. Adesso toccherà a Farina decidere se provare a rifarsi una vita nel paese dei suoi genitori. «Qui ci sono ancora suoi parenti, i Farina sono tanti a Santo Stefano», ricorda il sindaco Re. «Noi ci siamo mossi con il parroco e abbiamo rapporti e collegamenti con le associazioni, con l’onorevole Elisabetta Zamparutti, anche con l’associazione di don Ciotti (Libera, ndr)». A Santo Stefano di Camastra Anthony Farina potrebbe dunque trovare una comunità disposta a dargli una mano: «La nostra non sarebbe solo un’accoglienza sulla carta, per ragioni di residenza e documenti, ma vorremmo offrire un’opportunità». Una seconda chance che vuol dire anche trovare un lavoro. «Noi facciamo un appello generale – dice il sindaco – e diamo uno sguardo anche al di là del nostro comune. Non dovrebbe essere difficile trovare qualcosa, di sicuro questa parte di territorio non farà mancare il suo buon cuore».
La questione è pure giuridica. Anche in Italia, Farina verrebbe a scontare la pena, naturalmente secondo modalità e tempi che sarà la magistratura italiana a stabilire. Dopo vent’anni già passati in carcere, però, potrebbe trattarsi di una pena alternativa. D’altra parte 20 anni è il massimo che il codice penale italiano prevede per la rapina a mano armata. E Santo Stefano di Camastra è un bel paese dove vivere. Altro che Raiford, Florida. Lì c’è il braccio della morte, qui potrebbe esserci una nuova vita.

[articolo pubblicato su Affaritaliani.it]


Aggiornamento del 30 settembre 2013. La condanna a morte di Anthony Farina è stata annullata!
La Corte Federale d'Appello per l'11° Circuito degli Stati Uniti ha riconosciuto "inadeguata assistenza legale", con quel pubblico ministero che parlava di Dio e di missione divina dell'accusa. C'è di mezzo anche l'VIII Emendamento della Costituzione, quello che vieterebbe le pene crudeli. [Nessuno tocchi Caino lo spiega bene qui]
Purtroppo però la pena di morte esiste ancora, negli Stati Uniti. E un'iniezione letale è considerata non-crudele...
Anthony dovrebbe farcela, stavolta. Chissà che non torni davvero a Santo Stefano di Camastra.

martedì 30 ottobre 2012

Crocetta e delizia

Rosario Crocetta è il nuovo presidente della Regione Siciliana. Tanti auguri Saro. E tanti auguri Sicilia. Non faccio commenti, riflessioni, analisi sul voto, lascio queste incombenze a chi ne sa più di me. Mi limito a registrare l'ovvio: i siciliani hanno eletto un presidente comunista antimafia gay e cattolico. Alla faccia dell'omofobia degna del Medioevo...
Stavolta - ed è un caso rarissimo - non sono tornato a casa a votare. Quindi ho seguito tutto da lontano. Quello che è successo prima del voto, tipo i 300 dipendenti (soprattutto autisti) dell'Amat, l'azienda palermitana dei trasporti, che sabato, domenica e lunedì hanno lasciato il lavoro per fare i rappresentanti di lista. Chissà per quali partiti, mentre gli autobus restavano fermi.
Poi quello che è successo domenica, durante il voto. Come i disagi per i 50 elettori del borgo eoliano di Ginostra, da vent'anni senza seggio: possono votare solo nell'unica sezione di Stromboli. Ma non ci sono potuti arrivare, perché il mare agitato ha impedito la partenza dell'aliscafo della Compagnia delle Isole. Si dice che entro le elezioni politiche del 2013 il seggio di Ginostra sarà ripristinato.
Infine quello che è successo dopo, a partire dall'interminabile, solito, lunghissimo spoglio. Era quasi mezzanotte e mezza quando mi sono accorto che mancava ancora una sezione.
Perché?
L'ho spiegato in questo articolo pubblicato su Affaritaliani.

Ore 00.39 di martedì 30 ottobre. Mancano venti minuti all’una di notte quando il sito del servizio elettorale della Regione Sicilia viene aggiornato definitivamente, per l’ultima volta. Fino a qualche minuto prima mancava ancora una sezione da scrutinare su 5.308.
Ci sono volute più di 16 ore per completare lo spoglio delle schede delle regionali. E la colpa è stata anche di quell’ultima sezione. È successo a Mascalucia, comune di 30 mila abitanti in provincia di Catania. Lì, fino a mezzanotte inoltrata, erano stati inviati i dati definitivi di 24 sezioni su 25. Una dunque mancava ancora all’appello.
Ma per quale motivo? Tensioni al seggio? Sospetti di brogli? Schede contestate? No, semplicemente «un presidente di seggio si è impappinato», come fanno sapere dall’ufficio dei servizi elettorali del Comune. Ma i problemi ci sono stati anche in altre sezioni. Problemi “tecnici”, errori umani. «Hanno comunicato dati non corretti, hanno sbagliato», dice un responsabile dell’ufficio elettorale. Al momento dei verbali, ecco il busillis. «Forse non hanno letto bene i verbali, hanno avuto problemi nella trascrizione».
Quindi nessun rappresentante di lista a contestare fino a notte fonda una ics ambigua. Forse solo la stanchezza dopo una giornatona di lavoro tra schede e urne. Non c’entrano le tensioni elettorali, e questo è già un bene. Meglio così, dopo che già un mese fa si era rischiato persino l’incidente diplomatico, proprio a Mascalucia. Il 28 settembre in piazza San Vito era tutto pronto per il comizio di Salvatore Maugeri, sindaco dimissionario e candidato Fli a sostegno di Gianfranco Micciché, quando per sbaglio si presenta scortato Rosario Crocetta. Che invece avrebbe dovuto parlare nella vicina piazza Chiesa Madre. Tutto si è risolto in risatine e qualche imbarazzo: come giustificarsi altrimenti con chi dava per certo l’inciucio Crocetta-Micciché?
Per la cronaca, Maugeri è stato l’aspirante consigliere, pardon deputato regionale, più votato e Crocetta il candidato presidente preferito dai mascaluciesi.

sabato 27 ottobre 2012

(L')Ora e sempre Spampinato

Quarant'anni fa veniva ammazzato Giovanni Spampinato, giovane giornalista di Ragusa. Una storia di mafia, di trame segrete, di traffici illeciti svelati da un cronista caparbio. «Una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani», mi ha detto Carlo Ruta, in un'intervista pubblicata su Affaritaliani. Eppure pochi conoscono la vicenda di Spampinato. Che invece merita di essere ricordata. Perché dimostra che la mafia c'è stata (e c'è) anche a Ragusa. Perché Giovanni è uno dei nove giornalisti uccisi dalle mafie in Italia. Perché mafia vuol dire anche intrecci tra poteri, istituzionali, informali e occulti. Perché fare giornalismo d'inchiesta in un certo modo significa disturbare connivenze e complicità, dare fastidio a chi si crede intoccabile.
Mi ha sempre colpito che a Giovanni Spampinato, morto qualche settimana prima di compiere 26 anni, il tesserino da pubblicista sia arrivato postumo. Era stato lasciato solo.
Perché ricordarlo? Perché non succeda più che quando si entra in una libreria e si chiede il libro di Alberto Spampinato, quirinalista dell'Ansa (C'erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo), rispondano «Spampinato il cantante (Vincenzo, cantautore catanese, ndr)? Ma è un romanzo?».

Ecco il pezzo pubblicato su Affaritaliani, con l'intervista in cui Carlo Ruta ripercorre la storia di Giovanni Spampinato.

«Qui ci sono i fili dell’alta tensione, chi li tocca muore. E Giovanni aveva toccato quei fili». Giovanni è Spampinato e i fili mortali sono le trame, gli intrecci e le connivenze tra poteri occulti e istituzioni che il giovane giornalista de L’Ora aveva scoperto prima di morire, ucciso il 27 ottobre di 40 anni fa a Ragusa. A parlare è Carlo Ruta, giornalista, blogger e saggista, che ricorda la figura di Spampinato, morto poche settimane prima del suo 26esimo compleanno. Ruta si è occupato della vicenda soprattutto tra il 2002 e il 2005, nel 2008 ha pubblicato Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra. Il suo interesse gli è costato decine di querele, quasi tutte vinte, più l’assurda condanna per stampa clandestina, ora annullata dalla Cassazione, che comunque l’ha costretto a chiudere il suo blog di informazione Accade in Sicilia. Una storia complessa, quella di Spampinato, un caso a lungo sconosciuto in Italia, di cui ancora si parla poco. «Eppure è una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani». 

Chi era Giovanni Spampinato?
«Era una persona molto colta, un laureando in filosofia. Non era un giornalista d’assalto e velleitario, come lo hanno voluto descrivere alcuni, non voleva fare gli scoop a tutti i costi. Era una bravissima persona, senza quei grilli per la testa di cui parlano i giornali “moderati”».
In che senso giornali moderati”?
«La stampa in Sicilia ha un orientamento moderato, in alcuni casi quasi reazionario. E parte di quell’opinione pubblica non si è mai affezionata all’idea che il delitto Spampinato sia mafioso, ma tende a registrare il fatto come una storia privata, viene fatto passare come una reazione sconsiderata dell’uccisore».
Come andarono allora le cose? Qual è la storia di Giovanni Spampinato e della sua morte?
«Spampinato fu ucciso il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa. Probabilmente Campria era coinvolto in traffici di oggetti d’arte e reperti archeologici. Giovanni indagava anche su questo e sulla morte di un complice di Campria, l’imprenditore Angelo Tumino».
Perché è considerato un delitto di mafia?
«Il fatto è che quell’area, il sudest siciliano, è il paradiso fiscale della mafia, qui ci sono i fili dell’alta tensione e chi li tocca muore. Spampinato aveva provato a svelare quei traffici, il contrabbando di armi e di sigarette, il mercato illegale dell’arte e gli intrecci tra l’eversione nera, i colonnelli greci e la criminalità mafiosa. Ma di quelle cose non si doveva parlare e dunque Giovanni era una spina nel fianco».
Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, dopo che nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì il premio Saint Vincent” alla memoria, aveva scritto che quelle trame occulte e quelle connivenze effettivamente erano mafiose.
«Infatti Giovanni Spampinato aveva fatto molte inchieste su quelle illegalità diffuse, sul terrorismo di estrema destra, sulla mafia, sui traffici. Forse il delitto non è di quelli mafiosi “classici”, ma è il contesto, di impunità e complicità a vari livelli, a essere mafioso».
In cosa consistevano queste complicità?
«In sede giudiziaria non furono presi in considerazione alcuni testimoni che avrebbero svelato che quella notte, sul luogo del delitto, non c’era solo Campria. Non si tratta ormai di arrivare alla verità giudiziaria, ma perlomeno a quella storica. Io ho parlato di omissioni nell’inchiesta e per questo c’è stato un accanimento: presentavano tre querele in tre tribunali sullo stesso articolo, più una quarta civile. La rimozione della vicenda Spampinato è partita subito, appena dopo il processo a Campria, che peraltro, tra sconti vari e semi-infermità, ha fatto 5-6 anni di carcere. E parliamo degli anni in cui il carcere di Ragusa era soprannominato “Hotel Bristol”. Non è un caso se molti boss mafiosi premevano per farsi portare lì».
La provincia di Ragusa è stata sempre considerata babba, senza mafia. Ma la storia di Spampinato sembrerebbe smentire questa convinzione.
«La mafia non è solo quella militare, che pure qui c’è stata. Io temevo la mafia, ma non conoscevo i metodi e l’aggressività dei poteri forti. Tutti si sentono intimiditi e ricattati, e questo è tipico di un contesto mafioso».
Che cosa significa oggi ricordare Giovanni Spampinato?
«Io ho cominciato a occuparmi della sua storia dieci anni fa, nel trentennale della morte, grazie agli articoli che aveva raccolto Etrio Fidora, ex direttore de L’Ora. C’era questo senso evidente di rimozione, non se ne doveva parlare. Qui siamo nel “cono d’ombra” di Cosa Nostra, dove tutto deve restare nascosto, segreto, coperto. Tra Vittoria e Gela ci sono state stragi di mafia persino più pesanti che a Palermo: nonostante questo, bisogna rimuovere completamente. Ancora oggi, come ai tempi di Giovanni, chi fa inchieste e analisi di un certo profilo, tocca quei pericolosi fili dell’alta tensione. E la vicenda della sala stampa del comune di Ragusa, inaugurata nel 1995 e intitolata a Giovanni, ma chiusa per lungo tempo e riaperta pochi mesi fa, dimostra che la memoria di Spampinato è pesante e dà ancora fastidio».

sabato 15 settembre 2012

15 settembre

15 settembre 1937: Giuseppe Puglisi nasce nel quartiere di Brancaccio, a Palermo

15 settembre 1993: don Pino Puglisi viene ammazzato dalla mafia nel quartiere di Brancaccio, a Palermo

15 settembre 1999: il cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi apre ufficialmente la causa di beatificazione di padre Puglisi, proclamato Servo di Dio

15 settembre 2012: nel quartiere di Brancaccio, a Palermo, si chiude la settimana di manifestazioni in ricordo di Pino Puglisi, a 19 anni dalla morte. Tre mesi fa, il 28 giugno, il papa ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto di martirio e a proclamarlo beato.

In un Paese (o meglio due, Italia e Vaticano) in cui pare basti proclamarsi, anche con discrezione, cattolici praticanti e molto osservanti per essere considerati eventualmente post mortem martiri della fede, ci sono voluti 19 anni per far diventare beato chi lo meritava davvero mi permetto di dire da laico.
Certo, la solita formula "in odio alla fede" mi convince poco: sarebbe più opportuno ricordare che don Pino Puglisi è stato testimone (martire vuol dire questo, sia benedetto il greco antico, ndr) del vero messaggio evangelico, quello che può piacere anche a chi non crede.
Mi ha fatto impressione ripescare in questi giorni la foto storica di un giovane Pino Puglisi con il cardinale Ernesto Ruffini, austero e accigliato come da tradizione.
Sì, Ruffini. Quello che lo aveva ordinato sacerdote il 2 luglio 1960. Quello che ridimensionava la mafia, «un gruppo di ardimentosi mobilitati da alcuni».

domenica 2 settembre 2012

Un accento stonato

Se penso che appena dieci anni fa il ministero delle Finanze ha stabilito che sulla A112 "Elegant" targata Roma Y97252 su cui viaggiavano il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro quando furono uccisi, finalmente considerata "auto storica", non bisognava più pagare il bollo di circolazione (180 mila lire), cosa che Giuseppe Beccari, responsabile del Museo Storico di Voghera, ha fatto ogni anno dal 1983...
Se penso che uno dei primi a denunciare questa assurdità era stato nel 2000 Mario Borghezio (sic) con un'interrogazione parlamentare ("indimenticabile dalla Chiesa", nelle testuali parole del deputato leghista)...
Se penso che Rita dalla Chiesa per la prima volta in trent'anni andrà a una commemorazione ufficiale del padre a Palermo, insieme alla di lei figlia quarantenne che mai era stata in quella "Sagunto espugnata dai nemici"...
Se penso che, a rileggere il post che ho scritto un anno fa, c'è da cambiare solo 29 con 30...
... se penso a tutto questo, e a tanto altro, alla verità che non sapremo mai e ai misteri e segreti così tanto italiani, mi convinco sempre di più che in quel cartello non c'era nulla di sbagliato. Forse solo un accento.

 

giovedì 30 agosto 2012

«Ho conosciuto Ettore Majorana» / 2

Cristiano Ceroni, Gli mancava il più comune buonsenso (omaggio a Ettore Majorana)
2007, olio su tela (dittico), cm 50 x 85
Leggi la prima parte: «Ho conosciuto Ettore Majorana» / 1

Sembrava un barbone, l'Ettore Majorana sulla strada provinciale 37 per Caltagirone, ma forse non lo era davvero. Indossava sempre un cappotto e un berretto militare, si portava dietro un grosso sacco di tela. Nei primi tempi dormiva fuori, appoggiandosi allo zaino, poi gli operai dell'Anas gli concessero di stare nella casa cantoniera. Strana la sua vita tra quelle mura rosse, con i vestiti stesi ad asciugare sopra i fichi d'India. «Una volta eravamo lì e a un certo punto si è messo a piovere», ricorda Ernesto Scibona, «noi siamo entrati in auto, lui invece è rimasto fermo al lato della strada, voltando le spalle al temporale». Per quattro anni è stato in quella casa, ma soltanto nei mesi primaverili. Nella casina rossa Scibona ha preso gli "effetti personali" del presunto Majorana, da cui si potrebbero ricavare tracce di Dna: reti per materassi, ombrelli, cinghie, penne, un pettine, uno specchio triangolare, un piatto, scarpe. «Purtroppo ho trovato solo un pezzetto di carta dentro a un nido di topi, sopra c'erano formule matematiche». Una volta il Major/Majorana aveva chiesto al padre di Scibona un quaderno con una matita: «Speravo di trovarlo», si rammarica ora Ernesto, «ma lui distruggeva tutto nel fuoco». E per questo le pareti della casa cantoniera sono annerite. Come in un'altra casa al bivio della statale Caltagirone-Gela, dove si diceva vivesse sempre quello strano personaggio.
Cosa sperava di trovare in quel quaderno? Le prove che quel barbone gentile e acculturato («Mio padre diceva che parlava sei lingue, invece mia sorella mi ha detto che mischiava parole italiane e straniere») fosse davvero lui, quell'Ettore Majorana avvistato un po' ovunque, ancora oggi al centro di misteri e ipotesi fantasiose. E non sarà un caso se quell'uomo col cappotto leggeva romanzi gialli e di spionaggio della collana "Segretissimo" di Mondadori... «Secondo me era un ex prigioniero di guerra, un internato, magari in Russia, dove forse era stato utilizzato come scienziato», azzarda Scibona. «A mio padre aveva detto di sapere tante cose, alcune segretissime che nessuno avrebbe dovuto sapere, per il bene di tutti».
Segreti militari, spionaggio, scienza al servizio della guerra (anche di quella "fredda"): queste le affascinanti ipotesi che però sembra impossibile confermare o smentire. Di certo c'è che «si comportava da morto vivente e la testa sicuramente "non era a posto"». Voleva mantenere un segreto e c'è riuscito, anche perché il padre di Ernesto ha tenuto fede alla promessa e non ha mai rivelato di cosa parlassero. E pensare che nei primi tempi Scibona senior si era convinto di aver capito cosa turbava quell'uomo: «Lo sapevo, c'entra una donna!».
«Sono sicuro che è stato in Germania e poi l'hanno preso i russi», insiste Ernesto Scibona. A quell'adolescente di Mirabella, una delle poche volte che gli rivolse la parola, lo strano signore regalò una volta una moneta d'argento del Terzo Reich, datata 1936. Il "vero" Majorana in Germania c'era stato sicuramente nel 1933.
«L'ultima volta che l'ho visto sarà stato nel 1974, stavo andando a Caltagirone», conclude il suo racconto Scibona. «Era in un campo di frumento in una strana posizione e non si capiva bene cosa stesse facendo». L'ennesimo mistero di questa storia? No, in realtà. «Stava facendo i bisogni!».

mercoledì 29 agosto 2012

«Ho conosciuto Ettore Majorana» / 1

«Un viso marcato e ben definito, caratteristico, con zigomi accentuati». Un identikit preciso, anche a decenni di distanza. Evidentemente certi volti, certi particolari, non si dimenticano. Ernesto Scibona non lo vede da 40 anni, quel viso, eppure è sicuro: è lui, l'ha riconosciuto. Il "lui" è – o meglio sarebbe – Ettore Majorana. Proprio lui, lo scienziato catanese scomparso nel nulla nel 1938 e avvistato un po' ovunque, in giro per il mondo. Ernesto Scibona è di Mirabella Imbàccari, paesino dell'entroterra catanese, ma ormai vive da tanti anni a Ragusa. E dalle parti di Mirabella ricorda di averlo visto, uno che assomigliava tanto a Majorana. Con quegli zigomi pronunciati e il viso marcato, «decisamente brutto». Un avvistamento che risale alla fine degli anni Sessanta, quando Scibona era ancora adolescente e in una casa cantoniera dell'Anas andava ogni tanto con il padre a trovare questo strano personaggio.
Parlava poco, quell'uomo sulla sessantina che sembrava un barbone pur essendo distinto. Un po' pelato senza barba, «aveva un aspetto burbero, ma l'animo gentile». Ricorda ora Scibona che «sembrava sempre assente, borbottava tra sé e sé, come se facesse dei conti». Viveva in una casina rossa sulla provinciale tra Caltagirone e Mirabella, in mezzo a copertoni, metalli e oggetti raccolti qua e là. Si confidava solo con il padre di Scibona: forse, ricorda oggi Ernesto, parlavano della guerra. Che fosse davvero Majorana o no, in quel periodo le campagne siciliane erano piene di militari sbandati e disadattati dopo la guerra.
Ma era davvero Majorana? A Ernesto Scibona questo dubbio, quasi un'ossessione, è venuto quattro anni fa, quando a Chi l'ha visto? si parlava della scomparsa del fisico, con l'oramai solita e vasta gamma di ipotesi: rifugiato in Sudamerica, barbone in Sicilia o al soldo della Germania nazista. «Sono saltato sulla sedia quando ho visto la sua fotografia». E da lì è cominciata un'inesauribile e affannosa ricerca sulle tracce di quel finto barbone della casina rossa dell'Anas. «Ho contattato la trasmissione di Rai3, ma non mi hanno creduto, volevano una foto», racconta ora Scibona. «Ma chi ce l'aveva a quei tempi una macchina fotografica?». E poi, che senso aveva andare in giro a fotografare un barbone? Così Scibona ha provato pure a chiedere ai carabinieri, a Mirabella, a Ragusa e persino a Roma, ma con scarsa fortuna. E anche «i parenti non ne vogliono sapere, per loro la storia è chiusa».
Mirabella Imbàccari
L'unico con cui parlava era il padre di Ernesto. Gli avrebbe detto di chiamarsi Ettore Major e di provenire da una buona famiglia di Catania. «Ne ho parlato con mia madre», spiega Scibona, «lei mi disse che mio padre aveva capito male e che quel signore disse "mi chiamo Ettore, Ettore Majorana"». La famiglia Scibona passava spesso da lì, per andare in campagna, e ogni tanto si fermava a parlare con lui, gli portava da mangiare. Una volta addirittura Scibona senior lo invitò ad andare con loro in campagna, ma quell'uomo così educato e schivo rifiutò. Così come rifiutava tutte le offerte di soldi.

Leggi la seconda parte - «Ho conosciuto Ettore Majorana» / 2

mercoledì 18 luglio 2012

Caro Paolo ti scrivo...

Ciao Paolo,

anche se non ci conosciamo personalmente, spero non sia un problema se ti do del tu. "Dottor Borsellino" mi suona un po' troppo distaccato.
Hai visto cosa sta succedendo? Io non so se vent'anni fa la parola "default" fosse così tanto utilizzata, ma di fallimento si parlava eccome. E dire che tu, Giovanni Falcone e tutti gli altri l'avevate detto: con le collusioni e il clientelismo, la nostra Sicilia non ha speranze di crescita e sviluppo. Voi lo dicevate in un contesto particolare, quello della magistratura, dei processi, del diritto. Ma in fondo il messaggio rimane quello: la Sicilia soffoca sotto l'oppressione della mafia e delle degenerazioni della vita politica e sociale.
Quando voi parlavate di queste cose, magari eravate marchiati con l'etichetta di "professionisti dell'antimafia". Invece ora siamo in mano ai dilettanti o a ben altro tipo di professionisti... Sono passati vent'anni e la situazione è peggiorata, la Sicilia è sull'orlo del fallimento. E non ci sono più "professionisti" come te e Giovanni. Tutto cambia per non cambiare niente, oppure non cambia nulla per far cambiare tutto. Insomma, lo sai meglio di tanti altri com'è fatta la Sicilia.
Vent'anni dopo siamo ancora qui, a chiederci cos'è successo in via D'Amelio, o meglio perché, o meglio ancora chi. Il tempo è passato ma i nomi son rimasti sempre gli stessi. C'è chi ha fatto carriera e chi semplicemente ha continuato a vivere. Alla seconda categoria appartiene la tua famiglia. Ad Agnese, tua moglie, attribuiscono una demenza senile, perché soltanto adesso dice di ricordarsi di certi dettagli di allora. Il garantismo della memoria, evidentemente, vale solo per il senatore Mancino. Tua sorella Rita un po' di carriera, a dire il vero, l'ha fatta: è stata una speranza effimera, ma si sa che in democrazia ha ragione la maggioranza. E alla maggioranza dei siciliani andava bene Cuffaro. Questa è storia, non un'opinione. Ora è a Strasburgo, Rita, nel limbo dove non si dà fastidio. Salvatore è il tuo fratello battagliero. L'hai visto in giro con le sue agende rosse, cioè le tue? A lui e a Rita, pensa un po', rimproverano di utilizzare il tuo cognome per la propria visibilità. La loro colpa, sai, è di essere di sinistra. Tu sei di destra, continuano a ripetere. Pensavo che foste semplicemente una famiglia antimafia, non una campagna elettorale.
Poi ci sono i tuoi figli. Lucia è una bravissima dirigente regionale della sanità. Manfredi è commissario di polizia. Fiammetta, che vent'anni fa era in Thailandia, è rimasta un po' defilata e infatti ricorda che "spesso le commemorazioni si tramutano in passerelle". Passerelle per gli ipocriti che forse neanche ti sopportavano. E invece alla tua famiglia si rimprovera addirittura la voglia di conoscere la verità. Solo a loro, pensaci, viene richiesto un rigoroso rispetto delle istituzioni.
Poi c'è la politica, ci sono i commentatori, gli opinionisti, i venditori di verità assortite e di dubbi perentori. C'è una magistratura delegittimata dalla politica e a volte da se stessa. A molti la carriera e la visibilità non dispiacciono affatto.
E infine ci sono io – e tutti gli altri come me. Gli anonimi, "dilettanti", eravamo bambini vent'anni fa e siamo cresciuti. Forse un po' in fretta, in un certo senso. E dopo due decenni ci fermiamo ancora a riflettere su quel giorno, a pensare a quell'estate troppo calda. Penso anche a chi era troppo piccolo o non c'era ancora, e magari ti ha conosciuto nel volto e nei baffi di qualche attore che ti ha portato sullo schermo.
Il vero "default", il vero fallimento della Sicilia, è questa lunga agonia. Che forse finirà, come diceva Giovanni, perché tutte le cose umane finiscono. Ma tu, Giovanni e i veri Eroi non finirete mai. Altrimenti per quei bambini "dilettanti" sarà davvero difficile crescere.

martedì 10 luglio 2012

Arancina meccanica

A differenza di molti miei conterranei che ne hanno fatto una questione di principio quasi "ideologica", io gli aerei della discussa WindJet li ho presi diverse volte in passato. Essendo stato dunque un cliente della compagnia, ricevo ogni tanto email con offerte e notizie. Come tutte le altre di analogo tenore, finiscono spesso nel cestino. Ieri no, però. Ieri ne ho ricevuto una davvero particolare. E l'ho conservata.
L'inconfondibile profilo siculo
di zù Arancinu
Si tratta di una curiosa campagna di comunicazione, promossa da WindJet Mobile e dal portale Twittering Tube. Iù sugnu sicilianu!!, "lezioni semiserie di lingua siciliana e sicilianità". Con un professore d'eccezione, zù Arancinu. Ventiquattro lezioni gratuite fino al 30 giugno 2013. Un anno con proverbi, miniminagghi (indovinelli), situazioni, modi di dire, piatti e dolci tipici. Naturalmente non sto facendo pubblicità a questa iniziativa, mica Pulvirenti ha bisogno di me.
Siccome si tratta di una cosa semiseria, allora mi adeguo anche io. Anzi , o meglio ìu. Oppure ? No, non è una filastrocca. Semplicemente una constatazione linguistica. non è siciliano, è catanese. Dalle mie parti invece si dice ìu. E è messinese. E mi sono limitato alla Sicilia orientale. Questo per dire che le lezioni – appunto semiserie – non sono di siciliano ma di catanese! Infatti gli esempi riportati nel messaggio pubblicitario sono decisamente caratterizzati da un umorismo made in Etna. C'è il proverbio Cu di n'sceccu ni fa n'mulu, u primu cauciu è do so' (riporto la grafia così com'è nel messaggio): se tratti qualcuno (l'asino) come un mulo (animale di maggior valore), quindi con più rispetto, sarai ricambiato con un calcio. Saggezza molto siciliana, senza dubbio, ma credo che chiunque in Trinacria sia in grado di collocare geograficamente l'espressione "do so'". E anche chi, nella "situazione" proposta, chiede una granita con panna e si lamenta del fatto che "d'a panna ci misi sulu u ciauru" (c'è solo l'odore della panna), sembra uscito da una di quelle barzellette in dialetto che imperversano sulle tv catanesi. Ma va bene, anzi benissimo. Meglio se lezioni così le fa chi sa non prendersi sul serio.
Chi pensa che la mia sia inutile pedanteria o pignoleria (non pignolata, quella è messinese), avrà pure ragione. Ma almeno un particolare tutti i siciliani dovrebbero notarlo. L'insegnante esclusivo è zù Arancinu. Zio Arancino. Un nome che se non è catanese, perlomeno va dallo Stretto a Capo Passero. Di sicuro a Palermo non si affiderebbero mai a uno così. Lì non esistono arancini. Quella delizia che altrove tentano con inutili e spesso osceni risultati di imitare, inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) riconosciuti dal ministero dell'Agricoltura, nel capoluogo si chiama "arancina", al femminile. Si dice perché prende il nome dall'arancia, di cui replica la forma. Eppure anche a est il riferimento è il frutto simbolo dell'Isola. Solo che qui è maschile, come l'albero. E peraltro la forma è a cono. Insomma, la questione a suo modo è seria e irrisolta. Una disputa vecchissima e forse non solo campanilistica. Intanto il Traina, uno dei dizionari siciliani più importanti, già nel 1860 riporta "arancinu". Edito a Palermo, peraltro. Per Andrea Camilleri, agrigentino, quelli di Montalbano sono gli arancini, non le arancine. E lui di cibo se ne intende...
Già 1.700 persone si sono iscritte a questo corso atipico di siciliano(-catanese) via mail. Tutti aspirano a diventare siciliani "cca scorcia". Con la corteccia o con la scorza, cioè. Che poi potrebbe essere proprio la scorza d'arancia. Non d'arancina, casomai di arancino, giusto ?

giovedì 28 giugno 2012

Tutte le stragi portano a Ustica

via di Saliceto, 3/22 - Bologna
Ieri era l'anniversario della strage di Ustica. Il 32esimo. Ero in consiglio comunale a Bologna all'incontro tra il sindaco Virginio Merola e i familiari delle vittime. La "novità", quest'anno, era il neosindaco (sic) di Palermo Leoluca Orlando. La presenza di Orlando mi ha fatto riflettere su una cosa. Quella strage non è siciliana solo perché l'aereo è caduto al largo di Ustica: il DC-9 era diretto a Palermo e scorrendo la lista dei nomi delle vittime si leggono tanti nomi e cognomi siciliani. A Palazzo d'Accursio, prima che cominciasse la cerimonia, a un certo punto mi ha incuriosito sentire cadenze e inflessioni sicule. Erano alcuni dei parenti che prendevano posto, e lo facevano con discrezione, quasi pudore. Erano tre signori, forse palermitani, che stavano per sedersi in fondo all'aula e non ai banchi dei consiglieri (perlopiù assenti). Quella strage è bolognese e palermitana insieme. C'è una sorta di triste gemellaggio.
Ecco perché, tra le altre cose, ho sentito alcune frasi. Daria Bonfietti, presidente dell'associazione dei parenti delle vittime, ha accolto così Orlando: «Ritroviamo un amico, una memoria storica degli anni Novanta, ma pensiamo anche di incontrare la passione di una città». Merola addirittura gli ha dedicato un «bentornato tra noi, ce n'era bisogno». E quindi il neo-di-nuovo-sindaco è diventato a suo modo il protagonista della giornata, ricordando che era sindaco ai tempi dell'istruttoria Priore. Era il 1999.
Leoluca Orlando se l'è presa con i "muri di gomma" e non ha dimenticato di essere un pasionario dell'Idv quando ha attaccato "l'Europa subalterna alle banche" («Indigna e scandalizza la posizione su Ustica di Stati che si dicono europei»). Sa tenere la scena, ormai è abituato. Non ho motivo di credere che non fosse sincera la sua emozione nel rivedere i familiari («Le lacrime a volte si asciugano, ma il dolore resta intatto») e nel promettere a Daria Bonfietti che si rivedranno ancora ogni 27 giugno. Ma in fondo quella di ieri a Bologna è stata una delle prime uscite ufficiali da sindaco di Palermo al quarto mandato.
E allora c'è stato spazio anche per qualche battuta. «È la prima volta che entro in consiglio comunale da quando sono stato eletto», ha detto Usinnacollando. Eh sì, perché ancora il consiglio palermitano quasi monocolore non si è insediato, bisogna aspettare il 9 luglio. E Orlando dice che ha passato finora più tempo negli scantinati del Comune di Palermo. Non so cosa volesse dire di preciso, ma qualcuno in aula ha sorriso. Forse parlava in aramaico e io non l'ho capito.
Era invece in italiano e ben comprensibile un altro messaggio, arrivato 32 anni fa. Ne ha parlato in questi giorni l'avvocato dell'associazione dei familiari, Alessandro Gamberini. Un necrologio un po' particolare, che lui dice pubblicato sul Giornale di Sicilia due giorni dopo la strage, ma di sicuro ve ne fu uno il 2 luglio su L'Ora di Palermo. I necrologi a volte dicono tanto. Autore: il consolato di Libia nel capoluogo siciliano. Testo: «Il Consolato Generale della Giamahiriah Araba Libica Popolare Socialista partecipa sinceramente al dolore che ha colpito i familiari delle vittime della sciagura aerea di Ustica e manifesta tutta la sua solidarietà al Presidente della Regione e al Presidente dell'ARS per questo grave lutto che ha colpito la Sicilia». Un dolore espresso in un tripudio di maiuscole. La Libia dunque c'entra, ed è per questo che i familiari delle vittime sperano che si possa interrogare Abdel Salam Jalloud, ex primo ministro di Gheddafi forse rifugiato in Italia dopo la caduta del Raìs.
Per la cronaca (e la storia), il presidente della Regione era il democristiano Mario D'Acquisto, mentre l'Ars era presieduta dal comunista Michelangelo Russo, esponente della corrente migliorista di Giorgio Napolitano. Leoluca Orlando era già consigliere comunale a Palermo.

mercoledì 20 giugno 2012

Rinviati a pregiudizio

«Anche se l'Italia ha avuto una legislazione piuttosto liberale sull'omosessualità fin dal 1861, la Sicilia rimane una delle roccaforti dell'omofobia in Europa. Alcuni degli abitanti dell'Isola esprimono attitudini omofobe che potrebbero appartenere più propriamente al Medioevo. Aperte dimostrazioni di affetto tra coppie dello stesso sesso incontrano la palese disapprovazione degli isolani intolleranti.
Non fatevi fuorviare: gli uomini siciliani sono spesso molto affettuosi, si abbracciano e si baciano sulle guance per salutarsi. Questo è un comportamento da uomini etero, e un affetto di questo tipo non ha alcuna implicazione sessuale.
Ci sono poche opportunità per i gay in Sicilia. Se siete omosessuali e volete andarci comunque, la scelta migliore è la sofisticata Taormina, a seguire le orme di visitatori del passato come Tennessee Williams e il suo compagno storico, Frank Merlo.
Se veramente volete una vacanza gay in Italia, la Sicilia non fa per voi»
La traduzione è mia, ma qualcuno le ha scritte davvero queste cose, in inglese. Nella sua quinta edizione dedicata alla Sicilia, la guida turistica statunitense Frommer's avverte i suoi lettori Lgbt (immagino che l'arretratezza medievale sicula sia da estendere anche a bisex e trans) di evitare l'Isola. Un inferno per la comunità gay. La guida è a cura di Conchita Vecchio, scrittrice e traduttrice italo-americana, anzi siculo-americana, nata a Brooklyn e ri-trapiantata a Palermo.
Io posso anche riconoscere che su certe cose la Sicilia sia arretrata, non lo metto in dubbio. E non posso escludere che molti siciliani siano omofobi. Ma l'idea di mettere la mia terra così all'indice pubblicamente proprio non la accetto. Per di più con parole approssimative e discutibili rivolte a un pubblico che già ha una concezione spesso limitata di tutto quel che c'è nel mondo circostante al di fuori dei confini a stelle e strisce. [Ecco, lo vedete, cari signori della Frommer's, qual è il rischio? Che a pregiudizi e stereotipi si risponda con la stessa moneta. E non è il dollaro, né l'euro, né tantomeno il vecchio e arretrato tarì della Sicilia arabo-normanna]
Da quando in qua, poi, l'Italia è un Paese avanzato in tema di legislazione pro-gay? Dal 1861? La semplificazione è chiara: l'Italia adottava il codice napoleonico che poi influenzò il codice civile unitario, e allora anche nella Penisola sarebbero arrivati gli influssi delle idee di Jean-Jacques Régis de Cambacérès, cui è attribuita erroneamente la decriminalizzazione dell'omosessualità. Che negli Stati Uniti – per inciso – è arrivata definitivamente nel 2003 con l'abrogazione della legge contro la sodomia. Ma, storia del diritto a parte, fa sorridere sentir parlare di "legislazione piuttosto liberale" in Italia su questi temi. Frommer's ci tiene in effetti a precisare che «questo non vuol dire che l'omosessualità sia vista con favore in un Paese cattolico». Comunque ribadiscono che «è accettata più al Nord che al Sud», e che nel Meridione si distingue in negativo proprio la Sicilia, anche se «Taormina è stata a lungo una mecca gay». La responsabilità di utilizzare il termine "mecca" se la prendano loro. E anche quella di aver scomodato Tennessee Williams. Bastava citare piuttosto Rosario Crocetta, europarlamentare ed ex sindaco di Gela. Il primo sindaco gay d'Italia.
Se non fosse offensivo quello che scrive la guida, ci sarebbe anche da sorridere. Non avrei mai pensato che salutarsi con il doppio bacio sulla guancia potesse fuorviare. Chiedo scusa a nome di decine di generazioni di siculi se abbiamo fatto credere ai dear American friends che dietro quel gesto d'affetto, educazione e calore potessero esserci implicazioni sessuali. In futuro cercheremo di essere più espliciti. Ormai che c'erano, comunque, avrebbero potuto scomodare anche i famigerati baci in bocca dei mafiosi.
Spero si capisca che le questioni sollevate dalla guida sono serissime, però trovo discutibili toni e modi. Così, anche io mi preoccupo per le donne. State attente a scippi e borseggi, «se viaggiate da sole nella maschilista Sicilia». Siamo indietro su molte cose, noi siciliani. Talmente indietro che, a leggere le illuminanti "dritte", l'oggettiva e innegabile arretratezza nell'accoglienza e nei servizi ai disabili, per esempio, è praticamente colpa dei nostri secoli di storia. Scrive ancora Frommer's: «Le stradine strette di pietra di città e villaggi siciliani, molti dei quali risalgono al Medioevo, non sono state costruite per persone che girano in carrozzella».
Ma va'? Anzi, you don't say!

sabato 16 giugno 2012

Isolani isolati #8

Dici Lampedusa e ti vengono in mente tante cose. Sappiamo benissimo quali. Se parliamo di politica, è quasi inevitabile pensare alla Lega Nord. Solo in Sicilia (e in Italia) può succedere che il partito nordista sia riuscito a sfondare nel comune più meridionale. Alle elezioni di maggio, però, il sindaco uscente Bernardino De Rubeis - che si presentava con le liste "Dino il Sindaco Buono" e "Tre Isole... un Cuore" ed era sostenuto dalla pasionaria leghista Angela Maraventano - è stato sconfitto. Addirittura è arrivato quarto, con il 17,5% dei voti, preceduto anche da altri due ex sindaci, Bruno Siragusa e Totò Martello, oltre che dal nuovo primo cittadino. Che si chiama Giusi Nicolini, storica esponente di Legambiente.
Cambiano i sindaci, com'è anche normale che sia, ma restano disagi e problemi. Il comune di Lampedusa comprende tutto l'arcipelago delle Pelagie, dunque anche Linosa e Lampione (appunto tre isole, come nella lista di De Rubeis). L'ultima è piccolissima e disabitata, ma a Linosa un po' di gente ci vive. E anche lì i problemi e i disagi non mancano. Non bastasse la frequenza irregolare della nave che porta a Lampedusa e Porto Empedocle, ci si mette adesso anche la mancanza di benzina sull'isoletta. In realtà il carburante a Linosa manca da molto tempo: la precedente giunta aveva concesso il suolo pubblico a una ditta palermitana, la Cusumano, per costruire - con le procedure speciali riservate alle opere di pubblica utilità - un distributore di benzina, che c'è ma non funziona.
Ora i cittadini di Linosa protestano, radunando le loro auto davanti alla delegazione comunale e chiudendo i negozi, e denunciano i disagi che rischiano di peggiorare con l'arrivo dell'estate. Anche perché l'alternativa è fare rifornimento a Lampedusa, dove la benzina costa due euro al litro. E pure il neosindaco Nicolini si fa portavoce delle lamentele dei linosani: «Se Cusumano non è realmente interessato a quel punto vendita, ha il dovere di dirlo chiaramente e noi ci muoveremo di conseguenza per garantire l'erogazione di un servizio di pubblica utilità». Nicolini dice anche altro: «Va garantito l'accesso ai rifornimenti. Sarebbe estremamente grave se l'idea del distributore si rivelasse un'ennesima presa in giro nei confronti di una comunità piegata per tanti anni dall'isolamento, dalla crisi e dall'abbandono». Come sempre, vanno risolti prima i problemi quotidiani, poi si può pensare ai progetti ambiziosi. Il sindaco di Legambiente si dice «convinta che Linosa debba puntare per il futuro sulla mobilità sostenibile». Ha ragione. Al momento è insostenibile.

mercoledì 6 giugno 2012

AbBarwuahti

Mario Balotelli non è siciliano. Io sono un sostenitore dello ius soli, e il fatto che Supermario sia nato a Palermo per me vuol dire semplicemente che lui è italiano. Stop, non ne faccio una questione troppo locale o localistica. Al limite, dico che Mario è bresciano, perché lì è cresciuto, dopo l'adozione dei Balotelli. Il fatto è che io ancora adesso sento alcuni palermitani rivendicare la "compaesanità" con il campione del Manchester City. Lui mi sta simpatico, non lo nascondo, ho sempre trovato eccessive ed esagerate le posizioni – spesso per partito preso – nei suoi confronti. Ma, a parte questo, parlare di lui in questo blog in effetti può sembrare forzato. Il suo legame con la Sicilia è quello della nascita, quasi casuale, a Palermo.
La Sicilia però, che lo si voglia o no, è Italia. E Mario Balotelli è italiano. A pochi giorni dall'inizio degli Europei, che in teoria dovrebbero finalmente consacrarlo, l'attaccante rimane sempre al centro dell'attenzione. Non parlo soltanto degli inesauribili tabloid inglesi. Ieri in molti hanno fatto notare l'eccesso e/o difetto di political correctness del Corriere della Sera che ha colorato di nero la sagoma di Balotelli nella formazione che dovrebbe scendere in campo per la prima partita contro la Spagna. Oggi l'altra novità. Ma questa è anche più seria. La notizia è partita, manco a dirlo, da un giornaletto inglese, il Daily Mail, però l'ha confermata ufficialmente anche la Uefa. Mario dovrebbe giocare col doppio cognome sulla maglia azzurra. Cioè "Balotelli Barwuah", sopra il numero 9. La Uefa dice di aver ricevuto il nome così sulla lista presentata dalla Figc. In realtà già in passato la federazione europea ha riportato quel cognome, anche in referti ufficiali. Comunque ha prevalso alla fine un po' di buonsenso, e Balotelli giocherà solo con un cognome, quello suo.
E io che credevo fossero ormai passati i tempi in cui, da minorenne sui campi di provincia, Balotelli si ritrovava sulle distinte con il solo nome "Mario": per la vita era un Balotelli ma per la legge ancora un Barwuah, e risolvevano la cosa chiamandolo solo per nome. Che poi in realtà lui non è stato mai un Barwuah (ma è normale che ora possa voler frequentare i fratelli naturali, loro sì Barwuah pure all'anagrafe).
Non me l'aspettavo, questa novità del doppio cognome. Qualcuno addirittura pensa che sia un bene, contro il razzismo. Sarò scemo io, ma a me sembra proprio il contrario. Così non si fa altro che sottolineare che questo ragazzone bresciano ha origini ghanesi. Origini che nessuno può negare, ovvio, ma che è fuori luogo richiamare in questo modo. Ho l'impressione che così si faccia solo un "favore" a certi razzisti da stadio, a cominciare da quelli di casa nostra, quelli che – bontà loro – ci tengono a farci sapere che "non esistono negri italiani". Mi chiedo se Platini, sempre molto attento alla propaganda e alle campagne mediatiche, si renda conto che una cosa del genere c'entra davvero poco con il "Respect" tanto predicato dalla sua Uefa.
Solitamente il doppio cognome evoca nobiltà, aristocrazia, sangue blu. Nel caso di Balotelli non può essere così: lui il sangue ce l'ha africano, e l'anima è siciliana, come scriveva qualcuno tempo fa.

P.S. Nota linguistica: nella Sicilia orientale il verbo abbarruàrisi significa sbigottire, abbattersi, confondersi, demoralizzarsi, scoraggiarsi. Quanto suona simile a Barwuah...
Qui non si vede, ma dovrebbe esserci un "Barwuah" da qualche parte...

venerdì 18 maggio 2012

Il sorriso di Giovanni

«A vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età», cantava Francesco Guccini. Invece un mio amico dei tempi dell'università, guarda caso a Bologna, diceva che «a vent'anni sei già vecchio, hai dato tutto nella vita». Inguaribile pessimista. Mi sono tornate in mente queste cose ultimamente, all'idea che sono già passati vent'anni dalla morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca e della sua scorta. Ci penso ogni anno a quel tratto d'autostrada, e non solo in coincidenza con l'anniversario. Quella tragedia mi ha segnato fin da bambino. Come quando se ne va un parente lontano, di quelli che non hai mai conosciuto personalmente ma di cui hai spesso sentito parlare. Familiare, a suo modo. Ora, però, è passato troppo tempo, appunto un'età intera, di quelle che già richiedono riflessioni e bilanci.
E allora cos'è rimasto di tutto quel dolore? Cos'abbiamo imparato da questi 20 anni? Io la risposta un po' ce l'ho e purtroppo sembra ispirata agli opposti pessimismi del Guccio e del barbuto Dario da Crotone. Dopo vent'anni, alla vigilia dell'anniversario che vedrà inesorabilmente scatenarsi le ipocrisie ufficiali, vedo che con il solito rimorso tardivo si preparano cerimonie e celebrazioni.
Il mio ricordo, quest'anno, è fatto di immagini, numeri, mappe. Per tanto tempo ho pensato a una cosa che ho visto una decina di anni fa per la prima volta. Era un ritaglio di un quotidiano inglese. Mentre in Italia i giornali parlavano di orrore, la rassegna stampa estera raccontava della "vergogna italiana". C'ho pensato davvero tante volte a quel titolo, a quel ritaglio. E ho pensato soprattutto alla difficoltà per noi italiani di riconoscere la vergogna, e non solo l'orrore.
So bene che all'estero la considerazione della mafia è strana. Non tutti riescono ad ammettere che si tratta di un fenomeno pericoloso quanto il terrorismo, spesso sembra che lo si voglia derubricare a crimine comune. E invece su questo blog ho scoperto con mia grande sorpresa che forse non è del tutto così. Nell'ultimo anno, il post che ho scritto per il 19° anniversario della strage di Capaci è stato letto oltre 3.000 volte. Il più cliccato. Forse non tutti l'hanno letto, molti ci sono finiti per caso cercando su Google "Giovanni Falcone", soprattutto sue immagini. Ed è proprio questo che mi ha colpito. Che la curiosità di vedere sue immagini da vivo è trasversale, anzi transnazionale.
Mezzo mondo è arrivato qui cercando foto di Falcone, e ci è arrivato cliccando sull'immagine del giudice sorridente che tanto mi piace. Elenco in ordine sparso i Paesi di provenienza delle visite a quel post: Francia, Svizzera (tedesca), Repubblica Ceca, Bulgaria, Tunisia, Estonia, Stati Uniti, Austria, Regno Unito, Croazia, Norvegia, Germania, Australia, Egitto, Malta. Dalla Turchia sono arrivate almeno tre visite digitando "Falcone Gioivanni", ma l'ortografia qui non conta. Su Google Serbia hanno scritto "Giovani Falkone" (anzi "Ðovani Falkone", trascrizione in caratteri latini dell'originale cirillico "Ђовани Фалконе"). A me piace tanto la geografia, in questo caso ancora di più. È persino emozionante. E ci aggiungo pure chi dalla Lettonia ha visitato un altro post dedicato a Giovanni e Francesca Falcone. Qualcun altro mi è sicuramente sfuggito.
Ecco, io non mi accodo alle frasi fatte, ai proclami scontati. Preferisco ricordare, nel giorno del suo compleanno (oggi sono 73), l'eroismo umile e silenzioso di Falcone e quelli come lui, prima e dopo di lui. Lo faccio così, notando questo piccolo passo in avanti. La curiosità, la voglia di conoscere chi è Giovanni Falcone, una volontà che va oltre i confini di questo Paese.
Diciamo che quel sorriso mi lascia una piccola speranza, nel buio del pessimismo dei venti(nove) anni.

venerdì 11 maggio 2012

E sei come non sei, nella clandestinità...

Finalmente. La Cassazione ha dato ragione a Carlo Ruta. Un blog non è una testata giornalistica, dunque non deve essere registrato al tribunale. E dunque non può essere considerato "stampa clandestina". Si chiude così una pagina molto controversa (anzi, vergognosa) del rapporto tra stampa, potere e magistratura. Carlo Ruta aveva semplicemente informato dalle pagine del suo blog Accade in Sicilia sugli intrecci tra mafia e istituzioni in provincia di Ragusa, raccontando in particolare la storia del povero Giovanni Spampinato. Un giudice, l'allora procuratore di Ragusa Agostino Fera, si era sentito diffamato e querelò Carlo. Nel 2008 il tribunale di Modica condannò in primo grado il giornalista e nel 2011 la Corte d'Appello di Catania confermò la condanna.
Ora finalmente la Suprema Corte si è espressa sulla legittimità. Che non c'è. Non erano legittime quelle condanne, cioè Carlo Ruta poteva regolarmente scrivere sul suo blog senza doverlo registrare come testata. Pazienza che gliel'hanno fatto chiudere... Il Palazzaccio «annulla senza rinvio perché il fatto non sussiste», una sentenza che in pratica mette al riparo i blogger (anche giornalisti) dalle querele di diffamazione. Fermo restando il buonsenso, naturalmente.
A Carlo comunque il buonsenso non manca. Quello è mancato sicuramente a qualcun altro. E non solo il buonsenso, a dirla tutta.

Aggiornamento del 15 settembre 2012. Pochi punti, ma chiarissimi. Sono state rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione. La Corte Suprema ha rilevato soprattutto che «il giornale telematico non rispecchia le due condizioni ritenute essenziali ai fini della sussistenza del prodotto stampa come definito dall'art. 1 L. 47/1948 ed ossia: a) un'attività di riproduzione tipografica; b) la destinazione alla pubblicazione del risultato di tale attività». In sostanza, l’informazione che viene dal web, non solo quella che passa attraverso i blog, ma anche attraverso giornali telematici (escluse le testate che richiedano le sovvenzioni pubbliche destinate alla stampa), non può essere soggetta alle imposizioni della legge 47 del 1948.
Chiaro, in punta di diritto.

giovedì 10 maggio 2012

Uefa, 'mpare!

Al ritorno del Catania calcio in serie A dopo molti anni, Brigantony dedicò una canzone, CatAcchianau, che pure io – che non tifo affatto Catania – trovo molto carina e divertente. Chissà se il maestro del trash dialettale ha pensato a un altro inno per il Catania, magari con tonalità più europee.
C'è anche il Catania, infatti, tra le 12 società italiane a cui la commissione di primo grado per le licenze Uefa ha rilasciato l'idoneità a giocare nelle coppe europee, per la stagione 2012/2013. Mi stupisce un po' vedere nella lista la Sampdoria che gioca in B (e non il Genoa), ma il dato che più mi interessa è la presenza delle due squadre siciliane di serie A. Il Palermo, nonostante i risultati non esaltanti degli ultimi anni in Uefa/Europa League, non è una sorpresa, tutto sommato si conferma. E malgrado il presidente Maurizio Zamparini favoleggi spesso del nuovo stadio, viene fuori che il Barbera è un modello di ospitalità: anche la Lazio ha indicato la Favorita come stadio per la prossima stagione europea. All'inizio della stagione ormai quasi finita, invece si era detto che il Novara avrebbe potuto giocare a Palermo se lo stadio della città piemontese non fosse stato messo a norma.
La grande novità, però, è proprio il Catania. Per la prima volta la licenza Uefa arriva anche sotto l'Etna. Arriva a Catania, sì, ma non proprio al Cibali. Una considerazione - forse tardiva - doverosa: gli stadi sono il grande problema dell'Italia calcistica. E questa non è una notizia. Ma bisogna tenerne conto. Perché se è vero che la società di Nino Pulvirenti parla di un fatto storico «che certifica ulteriormente i progressi strutturali alla base dei recenti successi sportivi, fondati sui progetti e sul lavoro», la squadra rossazzurra potrebbe finire a giocarsi le sue eventuali chance europee non al Cibali-Massimino (dove suonarono i R.E.M. e morì l'ispettore Raciti), ma a un migliaio di chilometri più a nord. A Udine. Lo stadio indicato è il Friuli di Udine. Lo stadio dell'Udinese, appunto a Udine, Friuli.
Vuoi vedere che ci voleva la Uefa per certificare l'Unità d'Italia?

mercoledì 9 maggio 2012

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Provare a capire qualcosa delle elezioni in Sicilia rischia sempre di diventare un esercizio talmente complicato da risultare persino inutile. Già le primarie di Palermo avevano fatto parlare tutta Italia e i commenti non erano certo dei migliori. Un centrosinistra spaccato (ma questa non è una notizia, in Sicilia e altrove), a tal punto che l'investitura da candidato se l'era presa l'outsider Fabrizio Ferrandelli contro la favorita Rita Borsellino. Poi invece Leoluca Orlando che si candida 24 ore dopo averlo negato (ribadendolo in aramaico, diceva). E ora dopo il primo turno l'ex sindaco della Primavera, "il professore", sembra lanciato verso l'ennesima riconferma, sempre che riesca a vincere al ballottaggio proprio contro Ferrandelli. Cacciato dall'Idv da Orlando, peraltro. Vabbè, non parlo volutamente del centrodestra: difficile trovare qualcuno ben disposto a fare da vittima sacrificale pronta a immolarsi sulle ceneri del fallimento di Diego Cammarata.
Come se non bastasse, c'è stata la vicenda delle percentuali incerte. Che ha interessato tutta la Sicilia e non solo Palermo. Caos nel conteggio dei voti, si è detto, un problema di errore di interpretazione della legge regionale (il sito elettorale della Regione comunque "non è attualmente consultabile per aggiornamento dati", al momento in cui scrivo).
Oltre a Palermo, si votava in altri 146 comuni siciliani, due dei quali capoluoghi, Trapani e Agrigento. Lo so che parlando della Sicilia e del suo rapporto con il potere, mafia a parte, è facile tirare in ballo il solito Gattopardo e il-cambiare-tutto-per-non-cambiare-niente. A me non piace citare quella che è ormai diventata una frase fatta, però in effetti vedendo quello che è successo nei tre capoluoghi siciliani al voto, mi sembra proprio che le cose siano andate così. L'eventuale elezione di Orlando è sicuramente un fatto imprevisto (ma non imprevedibile), eppure stiamo parlando di uno che ha già fatto il sindaco per 12 anni. Di nuovo c'è che oggi è il candidato della sinistra...
Poi c'è Agrigento. Dove il sindaco uscente Marco Zambuto è avanti al primo turno e al ballottaggio se la vedrà con il candidato del Pdl Salvatore Pennica. Zambuto è quello che presentandosi con l'Udeur si fece votare cinque anni fa dal centrosinistra e passò subito dopo al centrodestra, cioè fece una giunta centrista, tra rimpasti e mezzi ribaltoni. Ora si è candidato con l'Udc. Sindaco uscente che può sperare nella riconferma, dunque. Forse ci voleva davvero Fonziu Purtusu per una ventata di novità.
E infine Trapani. Qui il sindaco uscente Girolamo Fazio non si poteva ricandidare, ma ha fatto la sua bella lista in appoggio all'aspirante sindaco del Pdl Vito Damiano. Risultato: la sua lista è la seconda più votata, lui rientrerà in consiglio comunale e Damiano andrà al ballottaggio con l'ex deputato di Forza Italia Giuseppe Maurici. Fazio, tanto per intenderci, è quello che si è fatto propaganda con la riscrittura della Genesi in suo onore recitata da bambini trapanesi.
Certo, il 61-0 sembra ormai davvero un evento storico sbiadito. Ma se questa è la Sicilia dei laboratori politici, mi sa che di test bisognerà ancora farne tanti.

Aggiornamento del 22 maggio 2012. Breve, secco, inequivocabile. Al ballottaggio hanno vinto Orlando a Palermo, Zambuto ad Agrigento, Damiano – cioè Fazio – a Trapani. Niente di nuovo sul fronte (della Sicilia) occidentale.

domenica 29 aprile 2012

Mauro Barbanera, il pirata che faceva paura ai ladroni

Avevo solo cinque anni e mezzo quando fu ammazzato, non potrei effettivamente ricordarlo. Ma come mi è successo per molte altre vittime della mafia, anche Mauro Rostagno l'ho riscoperto con il tempo. Una storia strana, particolare, piena di ironia. Finita però tragicamente. Ammetto di essermi interessato alla storia di Rostagno soprattutto da quando ho deciso di fare il giornalista. E lui non aveva neppure il tesserino. Dunque mi sono appassionato, se così si può dire, alle storie di quei giornalisti e cronisti ammazzati in Italia dalle mafie e di cui molti si dimenticano facilmente. Io li ricordo e Mauro è uno di questi. Ucciso per di più a Trapani, dove ancora qualche giornalista è minacciato.
Quest'anno il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, insieme all'Associazione Ilaria Alpi, ha dedicato proprio a Rostagno il premio "Una storia ancora da raccontare". Ho partecipato. Ho scritto un pezzo sulla storia di quello strano attivista-sociologo-giornalista. Ho giocato un po' con le parole, a dirla tutta. Sono arrivato secondo.
Un racconto di contrasti, tra il bianco e nero e i colori, tra la luce e il lutto, tra la vita e la morte. Eccolo (è anche qui).
La storia di Mauro Rostagno è una storia di colori. Da raccontare un po’ a colori, un po’ in bianco e nero. È a colori il Rostagno “arancione”, quello che abbraccia le filosofie orientali e il pensiero di Osho. È arancione il Mauro che fonda la comunità Saman. È bianco e nero Mauro, quando il boss di Trapani Mariano Agate lo minaccia pubblicamente: «Diteci a chiddu ca varva e vistutu di bianco ca finissi di riri minchiati». La varva, la barba è nera, e Mauro è vestito di bianco. Quasi un’icona: un uomo venuto da lontano a vestire il bianco dell’onestà e della verità in una terra che troppo spesso tra la luce e il lutto, per dirla con Bufalino, sceglie il colore oscuro della morte e del dolore.
I colori, la luce della Sicilia, i simboli, non sono inutili nella storia e nella vita di Mauro Rostagno. Una storia e una vita che diventano siciliane trent’anni fa, ma che in fondo sono siciliane da sempre. Mauro Rostagno non è nato in Sicilia, come Danilo Dolci o Mauro De Mauro. Ma è siciliano nel cuore, “trapanese per scelta”, scelta insolita se nasci a Torino. È siciliana la sua vita, con tutte le complessità che forse solo una vita siciliana può vantare. Sociologo antimafia, come Dolci. Giornalista antimafia, come De Mauro. E ucciso dalla mafia, come De Mauro.
Tutto quello che Rostagno ha fatto prima di diventare “quello con la barba e vestito di bianco” è storia. La “s” è minuscola o maiuscola a piacimento. È la singola storia di un uomo del suo tempo e nel suo tempo, piccola e grande insieme, dunque. La politica, i movimenti, la militanza, la cultura alternativa, la contestazione, il Sessantotto, Trento e la sociologia, Lotta Continua: il Mauro Rostagno giovane è in fondo la biografia di un’intera nazione, di un’intera generazione. La sua vita è il racconto di una società che cambia, anche tra provocazioni, controversie e tensioni. Quella di Rostagno è una delle tante storie minuscole che hanno fatto l’altra Storia, quella maiuscola, grande, italiana.
Prima di Saman, la Sicilia è già entrata nella vita di Mauro. Anzi, è Mauro che entra nella vita e nella quotidianità della Sicilia e comincia già nei primi anni Settanta a rivoltare Palermo e l’Isola, all’università e in politica. Ma è chiaro che con Saman tutto cambia. Da centro di meditazione “arancione” a comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti, un’isola di serenità in un territorio martoriato, dove il dolore è nascosto sotto quel velo nero che non si può squarciare. Ma Rostagno quel velo l’ha strappato e ha provato a far brillare un po’ di bianco e di luce. Lo ha fatto anche da giornalista. E questo dovrebbe insegnare molto a chi vuole fare quel mestiere: non è eroismo, è semplice ricerca della verità. Come De Mauro prima di lui, Rostagno paga con la vita il suo lavoro, la sua missione, le denunce: muore da siciliano, lui che siciliano lo è diventato per adozione. Adozione reciproca, s’intende.
Mauro Rostagno è morto da siciliano, come quei siciliani che cercano la verità e non si fermano alla faccia delle cose, non si accontentano dei colori superficiali. Una passione, il giornalismo, non tanto un lavoro. Anche un modo per dare una seconda occasione ai ragazzi di Saman. Una terapia civile. Dagli schermi di Radio Tele Cine, la Rtc di Trapani, l’uomo con la tunica bianca e la barba nera usava tanti colori. Colorato era il suo “mestiere della parola”. Il boss Agate si sbagliava: non erano “minchiate”, quella era l’ironia con cui Mauro prendeva in giro i potenti. Faceva paura quel sorriso, la veste bianca e la barba lo rendevano un “pirata” molto temuto dai “ladroni”, Rostagno era un giustiziere buono e onesto.
Aveva solo 46 anni, il “pirata”, quando la mafia lo uccise. La mafia, quella trama nera (nera come il lutto) che ha attraversato la Storia – e le storie – d’Italia e della Sicilia. Una trama fatta di morte, depistaggi, connivenze, collusioni, trattative occulte. Appunto un fenomeno nero, oscuro, che si concede un’incursione a colori solo quando vira sul rosso, sul sangue. Il rosso, un colore acceso ma che diventa drammatico, quando sporca la veste bianca di Mauro Rostagno.
C’hanno provato in molti modi, a trovare moventi alternativi, come se fosse sconveniente ammettere che quel 26 settembre 1988 la vita e i colori vivi di Mauro Rostagno finivano sotto i colpi e la violenza della mafia. Ci sono voluti più di vent’anni prima che nel 2009 il boss Vincenzo Virga fosse arrestato come mandante dell’omicidio del sociologo-giornalista torinese per nascita e trapanese per scelta. Un epilogo a tinte solo un poco più chiare. Intanto si è detto di tutto: hanno tirato in ballo l’omicidio Calabresi, le armi in Somalia, Gladio, persino presunti moventi di droga interni a Saman.
Hanno provato a sviare le indagini, creare dubbi, macchiare la reputazione e il ricordo di Mauro Rostagno. Che era vestito di bianco, aveva la barba nera e parlava un linguaggio arcobaleno. Ed è stato macchiato di rosso, colore del sangue e della vergogna, il sangue di Mauro e la vergogna di chi lo ha ucciso e dimenticato. Ma anche il rosso dei melograni in mezzo ai quali riposa, il pirata sorridente che sconfiggeva i ladroni.