domenica 29 dicembre 2013

Permesso scaduto

Titoli di coda
Nel mondo del giornalismo e dell'editoria si dice che è una buona notizia quando nasce un nuovo giornale. E naturalmente la notizia è pessima quando invece un giornale o una testata chiude, o più brutalmente, muore. Diciamo che, nonostante la mia categoria non goda di ottima fama (più o meno meritata), questo luogo comune è quasi sempre vero. Ecco perché sono molto dispiaciuto dopo aver saputo che l’ultimo numero in edicola del mensile di Modica Il Clandestino – con permesso di soggiorno è proprio l’ultimo. Cioè chiude. Finisce l’avventura, iniziata nel 2010, di questo giornale che ha provato, e molto spesso ci è riuscito, a fare le pulci al potere e al malaffare delle mie zone. Un mensile venduto al prezzo di un euro, che quindi non era nato per fare soldi ma per smuovere le acque, e anche proporre finalmente un livello di giornalismo che a Modica e dintorni non si è mai visto. Poi qualcuno potrà dire che i ragazzi del Clandestino facevano “politica”. Vabbè, è solo un complimento: politica in senso letterale e nobile, cioè dovere di cittadinanza. Senza di loro non ci sarebbero state inchieste importanti, denunce, prese di coscienza, iniziative, e neanche quella eccellente manifestazione culturale e sociale che è stato il Festival di Giornalismo. Modica se li sognava certi ospiti e senza dibattiti, senza il Clandestino… Io sono contento di aver collaborato con questi ragazzi che hanno avuto anche un meritato successo.
Ora è finito. Purtroppo è stato difficile per chi lo produceva continuare a farlo al meglio compatibilmente con gli impegni (tutti lavorano, qualcuno ancora studia). Si chiude tristemente una pagina. Di giornale e di civiltà.

martedì 12 novembre 2013

Mattarellum, Porcellum, Mirellum

Mirello non è bello, è grasso, ed è pure siciliano. Una coincidenza di disgrazie, non c'è che dire. Mirello però è pure molto potente. Mirello a casa sua sta tanto bene, così bene da farsi sempre acclamare. E pazienza se lontano da casa non ha lo stesso successo.
Mirello all'anagrafe fa Vladimiro, bel nome da comunista, ex, post, vetero o quello che è. In effetti nascere nel 1950 ed essere battezzato con quel nome lì, beh, qualcosa vorrà pur dire. (*)
Vladimiro "Mirello" è di Enna. Di cognome fa Crisafulli. Lo zar di Enna, il ras di Enna, una vita da comunista, poi Pds, Ds, Pd, tutta al seguito dell'annacquamento delle sigle. Ma quello che non si è mai annacquato è appunto il suo radicamento sul territorio, questa formula magica che in politica vuol dire tutto o niente, leghismi o autonomismi, clientelismi e partecipazione. E nel caso suo vuol dire che al congresso provinciale di Enna ha vinto con l'ottanta per cento, precisamente il 79,98 (ma in alcuni circoli ha toccato vette del 98,5%: credo insomma che in Bulgaria dovranno abituarsi al concetto di "percentuali ennesi"...). Qualcuno dice che è più facile destituire Fidel Castro a Cuba.
La terra dei Pupi
Crisafulli a questo giro non è in Parlamento, perché, nonostante la dote di voti e nonostante avesse vinto ovviamente l'anno scorso le "parlamentarie" Pd nella sua roccaforte blindata, i garanti del partito gli chiesero gentilmente di farsi da parte. Era il periodo in cui si parlava di deroghe, dispense e candidature discutibili. Mirello faceva parte dell'ultima categoria. Un impresentabile, secondo tanti. Chiacchierato, discusso, criticato: persino intercettato e filmato nel 2002 a un congresso Cgil con un avvocato in seguito condannato come boss mafioso di Enna, Raffaele Bevilacqua. Il procedimento che si aprì allora su Crisafulli fu poi chiuso, perché lui non sapeva che l'avvocato era un mafioso né le sue richieste di favori e raccomandazioni furono accolte (però le chiese, vabbè). Ma siccome siamo garantisti, nessun problema. Certo, la reputazione ne ha risentito. Ormai è risaputo che bisogna stare attenti alle frequentazioni (trovo significativo questo passaggio dell'inchiesta: «Si fa baciare sulle guance»...). Nel settembre 2010, comunque, è stato rinviato a giudizio per concorso in abuso d'ufficio con due dipendenti della provincia. Avrebbe ottenuto la pavimentazione di una strada comunale, che porta a casa sua, a spese della provincia di Enna. Più un altro rinvio a giudizio per truffa e falso in bilancio nell'inchiesta sull'Ato rifiuti.
L'exploit del congresso provinciale torna a far parlare di Mirello. Dal palco della Leopolda di Matteo Renzi è stato anche Pif, la iena Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, palermitano, a mettere il dito nella piaga. E sono proprio i renziani i più scatenati. Perché Crisafulli è saldamente cuperliano (si fa per dire), cioè bersaniano, anzi dalemiano, insomma sta sempre con gli eredi di quello che fu una volta, e con altri leader, il Pci. O meglio sono loro, i presunti eredi, che stanno con Crisafulli. In fondo non è altro che uno di quei solidi e radicati leader locali che garantiscono, a chi la vuole, la vittoria nei congressi, nella corsa alle tessere, nelle conte interne a un partito come quello Democratico. Perché Bersani le primarie non le vinse solo nelle fantomatiche "regioni rosse", ma anche dominando al sud. Dove persino Cuperlo è avanti, per dire.
Quindi Renzi e i suoi ce l'hanno con Mirello. Lo criticano, dicono che quando il Sindaho sarà segretario metterà ancora sul tavolo la questione Enna. E Crisafulli, stizzito, si lamenta che «Se fossi belloccio come Renzi, se non fossi siciliano e non pesassi 110 chili, non sarei stato coperto di insulti da simpatizzanti renziani negli anni: nei loro attacchi ci sono punte di razzismo». Capito? Lui non è un "fighetto", un modello, né mai farà una dieta, inutile che lo attaccate sul piano fisico. Onestamente non credevo che le critiche si concentrassero sull'aspetto fisico, mi sembrava ce l'avessero con una questione politica e, virgolettiamolo pure, "morale". Ma, seriamente, devo confessare che mi infastidisce quest'autodifesa velenosa laddove Vladimiro Crisafulli, già senatore della Repubblica, tira fuori quel «se non fossi siciliano». Dice che «parlare male della Sicilia fa comodo a qualcuno». Gliene do atto, a volte è davvero così. Però io non mi sento offeso come siciliano se qualcuno critica e mette in dubbio la legittimità dei trionfi politici di un pezzo grosso di provincia. La critica piuttosto è a lui, a quel pezzo di partito e di apparato che sta con lui, a chi una volta lo considerò impresentabile (non per la faccia sicula né per la mole) e oggi ne gradisce il consenso sovietico. La presentabilità a voto alterno. Voto che, peraltro, lo premierebbe comunque. Crisafulli ama ripetere infatti, ed è quasi l'argomento più forte di ogni sua campagna elettorale, che a Enna lui vince «con il maggioritario, con il proporzionale e anche per sorteggio».
Mattarellum, Porcellum, Mirellum.

(*) ché poi, il suo nome mi ha sempre fatto pensare a questa scena...

venerdì 1 novembre 2013

Qui non è Halloween

Se mi va bene, snob. Sennò bigotto, bacchettone, retrogrado, moralista. Così, in ordine un po' sparso, elenco gli epiteti che potrei sentirmi dedicare se dicessi che ne ho abbastanza di Halloween. Insomma, sarà pure simpatica la cantilena "dolcetto o scherzetto" che ormai sembra più una battuta da film cult americano (tra l'altro, Halloween/Hollywood è un'allitterazione da urlo), ma a me questa festa d'importazione anglosassone non dice nulla. E so, appunto, che potrebbero apostrofarmi come tradizionalista cattolico retrivo e brontolone chiuso alle novità. Ma figuriamoci. Con tutte le feste siciliane ammantate di religiosità, però in realtà di derivazione pagana...
Personalmente, non c'entrano la religione né un'improbabile chiusura mentale o diffidenza. Sgombriamo subito l'equivoco (e così spiego perché ne parlo su questo blog). Halloween è nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre. Il calendario segna come giorno festivo proprio il primo di novembre, Ognissanti, festività effettivamente religiosa. Eppure per me, ma non solo per me, il vero giorno di festa è sempre stato il 2 novembre, quello che per tutti gli altri è il giorno triste per eccellenza, persino proverbiale. Il giorno dei Morti. Cioè, tecnicamente, la commemorazione dei defunti. Ecco, se a me i costumi da streghe, fantasmi, scheletri e vampiri non dicono nulla, se la zucca è solo un meraviglioso ingrediente in cucina, se Halloween mi piace solo negli appositi speciali dei Simpsons, è perché vengo da una terra in cui esiste(va) una festa dei Morti di tutt'altro genere.
I tempi, è vero, sono cambiati, ma in Sicilia erano i morti a portare i regali ai bambini. E non c'è nulla di macabro in questo. Ancora adesso, in molti paesi dell'Isola, la tradizione è molto sentita. L'usanza risale almeno al X secolo e, al netto di tutte le legittime letture religiose, per molte generazioni (però temo che la mia sia una delle ultime) il 2 novembre era quasi l'unica ricorrenza in cui si ricevevano doni. Altro che Babbo Natale o la Befana. Più che i regali, poi, erano i dolci, come la frutta martorana (altro che cake design) o le cosiddette "ossa dei morti".
Ma c'è dell'altro. Io ho imparato sin da bambino l'importanza di certi legami, ché neanche Foscolo con la sua corrispondenza d'amorosi sensi... Il rispetto per gli affetti che non ci sono più non è solo una tradizione che può apparire "vecchia" a chi pensa che i bambini debbano divertirsi con travestimenti da paura. Ricordo che addirittura per me era quasi un divertimento girare per i cimiteri alla ricerca di un lontano parente che con la sua sola "presenza" mi raccontava qualcosa della nostra famiglia, della nostra storia. E giuro che non c'è niente di horror o di blasfemo in questa frase. Solo tanto rispetto e amore.
A proposito: ciao Caterina, le due Marie, Giorgio. Io festeggio con voi.

giovedì 24 ottobre 2013

Bella di mamma


Per molti mesi, la foto che tutti hanno visto è stata questa. Una mamma sorridente, come solo può esserlo una mamma orgogliosa della figlia, e la figlia accanto a lei altrettanto sorridente. Solo che il sorriso e gli occhi della figlia non si vedevano. La ragazza, che si chiama Stefania Vincenzi, era minorenne. Sono quelle prassi e quegli accorgimenti che giustamente si utilizzano in casi di cronaca. Stefania e la mamma Maria Grazia Trecarichi erano insieme sulla Costa Concordia all'isola del Giglio. Maria Grazia non ce l'ha fatta e solo da pochi giorni il suo corpo è stato ritrovato nel ventre d'acciaio del mostro marino. Stefania invece è una superstite di quella tragedia figlia della vanità. Adesso Stefania è maggiorenne e infatti finalmente quella foto presa da Facebook è senza filtri: il sorriso, lo sguardo, il bel volto di questa giovane e bella ragazza sono visibili a tutti.


Maria Grazia e Stefania sono siciliane. Elio, padre e marito di questa sfortunata famiglia, è diventato noto alle cronache per le sue immersioni nel mare del Giglio per omaggiare la moglie scomparsa. Ma è proprio tra queste due donne di Priolo, Siracusa, che il rapporto evidentemente era particolare, profondo. Se l'erano promesso: Stefania andrà a Miss Italia. Come abbiamo scritto noi giornalisti con quel pizzico di retorica e patetismo che spesso ci rende insopportabili, "la vita continua dopo il dolore". Così in effetti è, o sarà, o perlomeno Stefania ci prova. Promessa mantenuta e quindi a Jesolo, domenica 27 ottobre, alla finale del concorso ci sarà pure lei. Tra le 63 finaliste, una delle 6 siciliane in gara. Le cronache locali siciliane hanno scritto di lei che durante le selezioni ha dimostrato di essere brava e spigliata. Bella lo è senza dubbio. Tutte le altre foto che circolano sul web non lo smentiscono affatto. Tralascio i cliché sulla bellezza mediterranea e i soliti bla bla bla nazional-popolari (che fanno tanto Rai1, e infatti quest'anno la novità è la finale su La7), ma mi sembra un bel segnale che concorra con la fascia numero 62 di "Miss Forme Morbide Sicilia" (62, come l'anno di nascita di mamma Maria Grazia...).
Ora dovrei dire una cosa fastidiosa. Spero che Stefania non "sfrutti" Maria Grazia. Quel dolore è solo suo, anzi loro. Farsi strumentalizzare è un rischio troppo facile in quel mondo lì. Magari Massimo Ghini, Cesare Bocci (televisamente, il fimminaro Mimì Augello, vice del commissario Montalbano) e Francesca Chillemi (momento confessione: eletta dieci anni fa, sicula pure lei, in assoluto è la mia preferita...) sapranno essere delicati ed eviteranno la spettacolarizzazione del dolore. Le lacrime in tv sono spesso pornografia.
D'altra parte, sono sicuro che, come sempre, la Sicilia non farà mancare a lei e alle altre ragazze dell'Isola il suo sostegno. Nella dittatura del televoto è così: si scatenano sentimenti patriottici e campanilistici al limite del protezionismo. E Stefania, non me ne vogliano le altre, probabilmente suscita ancora più senso di protezione.
Nella storia di Miss Italia hanno vinto nove siciliane. Nel 1954 Eugenia Bonino (non sfondò nel cinema, si disse, per il pesante accento catanese); nel 1966 Daniela Giordano (una carriera minore nel cinema di serie B); nel 1976 Paola Bresciano (giocava a calcio a buon livello, smise quando assicurò le sue gambe); nel 1977 Anna Kanakis, metà greca, metà messinese; nel 1988 Nadia Bengala, regina del primo televoto, con 140mila voti da casa; nel 1995 Anna Valle (ricordo che i paesi vicini, quasi attaccati, di Lentini e Carlentini, ancora scossi dal terremoto di qualche anno prima, videro in lei un riscatto e se la contendevano: lei è nata a Roma); nel 2003 appunto la barcellonese Chillemi; nel 2008 Miriam Leone, la prima rossa incoronata; nel 2012 Giusy Buscemi, di Menfi, Agrigento.
Nei giorni scorsi Patrizia Mirigliani, organizzatrice di Miss Italia, si è detta "ferita" per la querelle con la Rai e per le polemiche puntuali sul concorso. «In Italia il merito è reato», si è lamentata. È la meritocrazia, bellezza. O è la bellezza che è un merito? Speriamo conti solo quello...

Aggiornamento del 28 ottobre 2013. La nuova Miss Italia è ancora una siciliana, la messinese Giulia Arena, 19 anni, Miss Cinema. I giornali siciliani sono già scatenati. Nel duello finale ha battuto un'altra sicula, Fabiola Speziale, che alla vigilia veniva data per favorita. Stefania Vincenzi non ha ottenuto il titolo di Miss Forme Morbide, quello per le taglie over 44. Ma non è detto che non vincere sia una sconfitta. Forse è meglio così. La vita continua oltre il dolore, figuriamoci oltre le fasce di un concorso di bellezza.

sabato 12 ottobre 2013

Emolumento per l'Autonomia


Anni fa, in uno dei miei tanti viaggi in treno su e giù per l'Italia, mi capitò di sentire un dialogo interessante. Stavo tornando in Sicilia per le elezioni. Nel mio scompartimento c'erano altri ragazzi che approfittavano come me degli sconti elettorali e tornavano perché erano davvero interessati a votare. Uno di loro disse timidamente di essere elettore berlusconiano. L'altro, con l'aria di chi ha capito come vanno le cose e può insegnare agli altri come si vive, disse più o meno "ma quale Berlusconi e Forza Italia, io voto Mpa". Il senso della sua frase era: io voto per la novità, per il futuro e per chi pensa davvero alla Sicilia. Fino ad allora aveva votato Berlusconi.
Dunque l'Mpa, cioè Raffaele Lombardo. Il Movimento per l'Autonomia (ma dal 2009 la "a" è plurale, Autonomie) per alcuni anni è stato oggetto dell'infatuazione dei miei corregionali. Ma poi, anche nel laboratorio-Sicilia, le cose finiscono. Adesso è diventato il Partito dei Siciliani. Piaceva l'idea del partito che si dichiarava autonomista, per il bene dell'Isola. Certi temi e parole d'ordine non sono mai stati sopiti del tutto in Sicilia. Poi qualche scricchiolio, diciamo così: perché in effetti allearsi nel 2006 con la Lega Nord e ricevere un bel po' di finanziamenti dai padani non ha contribuito molto all'immagine del movimento...
Statura politica
E proprio di soldi voglio parlare. Qualche giorno fa sulla Gazzetta Ufficiale sono stati pubblicati i rendiconti dei partiti per il 2012. C'è pure l'Mpa, con i conti in negativo come quasi tutti gli altri partiti italiani. Il bilancio del movimento è in disavanzo di 787.036,19 euro, ma l'anno prima il rosso superava il milione di euro. Io non sono un grande esperto di bilanci, ma qualcosina la capisco o perlomeno ci sono voci e aspetti che catturano la mia attenzione. Soprattutto a livello politico. L'Mpa, tra 2011 e 2012, ha ricevuto infatti 95mila euro di rimborsi elettorali in meno, oltre ad aver perso i 91mila euro che arrivavano come contributo dal Partito socialista-Nuovo Psi.
La vera autonomia, per Lombardo, a dire il vero è sempre stata quella di fare quello che voleva, inventandosi alleanze a destra e a manca e tirando dentro tanti fuoriusciti dal centrodestra e dal centrosinistra (quanti ex comunisti hanno ri-scoperto il valore dell'autonomismo...). Tanto per ricordarlo, il movimento era nato nel 2005 quando Lombardo era presidente della Provincia di Catania con l'Udc e alle comunali etnee presentò, in supporto al centrodestra e a Scapagnini, quattro liste civiche (appunto il nascente Mpa, Famiglia Lavoro Solidarietà, In Centro democratico e Ama Catania) che in totale presero il 20,1%, una quindicina di consiglieri e quattro assessori.
L'Autonomia a tutti i costi...
Ma quando cominciano a mancare i voti arrivano sempre meno soldi.
Nelle attività messe a bilancio ci sono 450mila euro di crediti che l'Mpa vanta dal movimento La Destra di Francesco Storace e Nello Musumeci, con cui fece una lista per le Europee del 2009 insieme all'Alleanza di Centro di Francesco Pionati e al partito dei Pensionati di Carlo Fatuzzo, chiamata L'Autonomia (appoggiavano la lista anche la Lega Italia di Carlo Taormina, la Lega d'Azione Meridionale di Giancarlo Cito, la Lega Padana di Max Ferrari e S.O.S. Italia di Diego Volpe Pasini: più liste che voti, prese il 2,22%, con un picco del 12,4% nell'Italia insulare, ovviamente grazie alle 200mila preferenze per Lombardo). Si tratta di "importi esigibili entro l'esercizio successivo", recita il rendiconto. Ma 450mila euro erano segnati anche nell'esercizio precedente, cioè al 31 dicembre 2011. Fino al bilancio del 2008 erano noti peraltro i nomi dei sostenitori del partito: allora il maggiore "contribuente" dell'Mpa fu con 200mila euro il presidente del Palermo calcio Maurizio Zamparini (nella stagione 2008/'09 pagava uno stipendio di 1,2 milioni a Fabrizio Miccoli e Fabio Liverani, tanto per fare un confronto).
Ma più dei numeri, a volte, contano le parole, anche in un bilancio. Cito testualmente dalla relazione del tesoriere Natale Giuseppe Strano:
Il risultato prevedibile della gestione 2013 è stato caratterizzato dagli eventi politici che si sono succeduti nel corso dell'anno, come ad esempio le elezioni politiche tenutesi nel mese di febbraio e quelle amministrative tenutesi nel corso del mese di giugno.
Tali eventi hanno influenzato, sulla base delle scelte politiche deliberate dagli organi del Partito, il risultato economico, finanziario e gestionale del corrente anno 2013.
Nel mese di marzo è stato licenziato tutto il personale in forza a tale data e successivamente sono state disdettate le sedi politiche di Roma e di Catania.
Insomma, le elezioni sono andate male (alle politiche nessun eletto dell'Mpa, a parte tre esponenti autonomisti candidati con il Pdl), ed evidentemente le "scelte politiche deliberate dagli organi del Partito" hanno inciso sulle casse del movimento, a tal punto che nel 2013 è stato smantellato quasi tutto: già alla data del 31 dicembre 2012 i dipendenti erano appena tre (un addetto alle mansioni di segreteria, un fattorino e un responsabile dei servizi della segreteria politica).
Neanche Lombardo è riuscito a farsi eleggere al Senato. Più che l'aula di Palazzo Madama, gli toccherà frequentare quelle di piazza Verga. Cioè quelle del Tribunale di Catania.

mercoledì 2 ottobre 2013

L'ultima spiaggia


Ora, mentre scrivo, il 38% è triste. Fino a ieri invece il 36% (ma prima ancora il 40, il 45, il 46%) si diceva "soddisfatto". Parlo dei lettori del Corriere.it, di quelli che ci hanno tenuto a esprimere il loro stato d'animo sulla notizia della morte di 13 migranti sulla spiaggia di Sampieri, vicino a Scicli, dalle mie parti. Quindi per molte ore, a caldo, la reazione è stata quella: soddisfatti. Altro che indignati o preoccupati. Ho tremato quando l'ho visto. Perché nel mio pessimismo cronico ho trovato conferma a ciò che spesso penso: per un'Italia solidale, buona e pronta a correre in soccorso di chi soffre, ce n'è un'altra – che a me pare maggioritaria, mi spiace per chi è convinto della retorica contraria – che invece è cattiva, razzista, xenofoba, disinteressata, che esulta persino se 13 disperati eritrei e siriani muoiono annegati in uno sbarco tragico. Un'Italia stronza, che ha reagito contravvenendo a quello stereotipo insopportabile degli "italiani brava gente".
Ma basta, finiamola con questi luoghi comuni. In quei commenti – e sottolineo che erano sul Corriere, non su testate che di una certa xenofobia neanche velata fanno la loro ragione sociale e linea editoriale – c'è forse l'Italia vera. Sarà pure un Paese esasperato dalla crisi, dall'instabilità, dai rischi di default, ma se questo deve tradursi nella "soddisfazione" per la morte tragica di 13 eroi (Fabrizio Gatti li ha definiti così; sono quelli morti per aver aiutato i loro compagni di sventura a salvarsi, anche se neppure loro sapevano nuotare), allora torno alla mia immediata reazione. Mi viene da tremare.
Un'Italia stronza, come quel ghigno apparentemente innocente. Con quella faccina sorridente che dice andreottianamente "se la sono andata a cercare". E se la prende con il ministro Cécile Kyenge (ah, per inciso, a me non piace) e con la presidente della Camera Laura Boldrini (capolista di Sel nel mio collegio elettorale), e naturalmente pure con il papa (visto, Santità, cosa succede a lanciare un messaggio rivoluzionario come quello di Lampedusa?). Perché per questa Italia "soddisfatta", ma che pretende pure di essere rimborsata, gli ipocriti sono sempre e solo gli altri.
La vignetta di oggi su il manifesto
Poi, come al solito, mi fermo a riflettere. Penso a come la mia categoria tratta questi temi e quale servizio offre ai lettori. E allora, per la mia solita pignoleria (ma non solo), mi sono innervosito per la sciatteria di chi continua a ignorare la geografia. "Sbarco a Siracusa"??? Bah, Scicli e Siracusa mi sembrano due nomi diversi, oltre al fatto che, ancora una volta, si confondono le province. Ma questa, lo ammetto, è una mia fisima (anche se, sia chiaro, un giornalista questi errori non deve farli).
Molto più serio il dubbio che mi è venuto leggendo le pur belle pagine di Repubblica (decisamente migliori di quelle del Corriere) sul tema: mi ha lasciato perplesso leggere nome e cognome di due migranti salvati a Sampieri. La Carta di Roma del 2008, il protocollo deontologico su profughi, migranti e richiedenti asilo, prevede un trattamento molto preciso e attento in questi casi. Cito testualmente:
Tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti che scelgono di parlare con i giornalisti, adottando quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entità non statali o di organizzazioni criminali.
Spero che il bravo Francesco Viviano di Repubblica Palermo abbia adottato tutte quelle accortezze...
C'è poi un secondo problema, apparentemente meno serio, ma che mi infastidisce lo stesso. Mi chiedo perché molti giornali l'abbiano buttata quasi esclusivamente su "la strage dei migranti sulla spiaggia di Montalbano". Capisco che fa gioco, che un riferimento del genere si fa leggere, ma i dubbi rimangono. La Fornace Penna ha fatto da sfondo a più di un episodio della fiction, è un luogo suggestivo. Ma sono rimasto senza parole, deluso per la sciatteria appunto, quando ho letto che quella zona si chiamerebbe "'a mànnara", anzi Mànnara con la "m" maiuscola, come se ci fosse una contrada, una località con quel nome. No, non esiste. Quel nome è casomai nei romanzi di Camilleri e si riferisce a un luogo, credo fittizio, dalle parti di Porto Empedocle (la Vigàta del commissario). La Fornace Penna non si trova in una fantomatica contrada Mànnara, ma in contrada Pisciotto. Addirittura qualcuno ha scritto "Fornace Pisciotto". Io sarò pure pignolo, ma con i mezzi oggi a disposizione sarebbe bastata a tanti colleghi una ricerchina su Google. Tutto qui. Anche perché mannara vuol dire mandria, gregge; più precisamente dalle mie parti significa ovile. Un luogo che abbonda di capre e pecoroni.

mercoledì 18 settembre 2013

L'Homo del Ponte

Il Ponte sullo Stretto non s'ha da fare. Se proprio i traghetti non ci sembrano un'alternativa praticabile (in 20 minuti si è dall'altra parte, ma tant'è), bisogna trovare altre soluzioni. Il tunnel è complicato: persino in quello della Manica c'erano infiltrazioni.
Non so se a questo punto conviene aspettare la prossima glaciazione per (ri)avvicinare Sicilia e Calabria. Anche se qualcuno dice che si allontanino di circa un centimetro ogni anno.
Torniamo indietro. Molto indietro. In un periodo compreso tra 27 mila e 17 mila anni fa, proprio dalle parti di Messina. Nel corso dell'ultima glaciazione sarebbe emerso un "ponte continentale", la cosiddetta Sella (ora sommersa a 81 metri di profondità), che avrebbe permesso all'Homo sapiens di migrare dalla terraferma verso l'isola. Insieme a lui arrivarono anche mammiferi non particolarmente abili nel nuoto. Dunque, se oggi la Sicilia può essere raggiunta a nuoto solo da mammiferi e/o ominidi, anche pelosi, con spiccate capacità natatorie, allora non era così. C'era proprio bisogno del ponte sullo Stretto: per 1.500 anni è rimasto lì. Poi, si sa, la spending review della Storia... In sostanza, e questa è pure una bella notizia per qualche leghista incallito, l'uomo "civile" arrivò in Sicilia più tardi che nel resto d'Europa (lì c'era già 35-40 mila anni fa). E si trattò di una migrazione via terra, senza barconi. Insomma, l'assistenzialismo della geofisica.
Ironia a parte, la scoperta è sicuramente importante. Spiega forse alcuni caratteri dell'isolanità sicula. Si tratta di uno studio, serio, coordinato dall'Enea insieme alla Sapienza di Roma, alla Federico II di Napoli, alle università di Palermo, Messina e Trieste, oltre al Max Planck Institute di Lipsia, l'Australian National University di Canberra, l'Ispra e l'Iamc-Cnr. Un team di ricerca di tutto rispetto: geologi marini, studiosi di tettonica, geofisici, modellisti oceanografici, paleontologi, antropologi. In pratica ai tempi dell'ultima glaciazione il mare si abbassò fino a creare questa sorta di ponte, un passaggio naturale che ha consentito non solo all'uomo ma anche ad altri animali, presumibilmente non in grado di attraversare a nuoto il braccio di mare su cui passavano correnti a 16 nodi (il quadruplo di oggi), di approdare sull'isola. I resti di uno di questi, l'Equus hydruntinus, il cosiddetto asino europeo (letteralmente "di Otranto", come la o) ormai estinto, sono stati trovati nella grotta di San Teodoro, in provincia di Messina. Il radiocarbonio li data a 22 mila anni fa.
A quei tempi, il ponte sullo Stretto era roba da asini.

giovedì 5 settembre 2013

(Bon)ajuto!!!

Tutte le volte che mi è capitato di far mangiare i 'mpanatigghi a chi non è di Modica, è la solita storia. Diventa un quiz. "Qual è l'ingrediente segreto?". E allora tutti a dire cioccolato, mandorle, zucchero, cannella eccetera. Il dolce più tipico di Modica (io ne ho trovato una descrizione anche in un ricettario della Averna, riferito alla Sicilia occidentale, ma è fuori discussione che si tratti di un retaggio della "nostra" Contea), dal nome difficilmente pronunciabile per chi non padroneggia quello strano gruppo consonantico -ggh, suscita sempre una reazione strana. Attenzione, momento spoiler: sto per svelare il finale del mistero! L'ingrediente segreto è... carne di manzo! Ebbene sì. Di solito la reazione è un misto di indignazione, curiosità, incredulità. Qualcuno, non necessariamente vegetariano, è pure schifato. Ma tant'è.
Evidentemente però non avevo messo in conto la reazione che qualche giorno fa è finita su TripAdvisor, il sito con le recensioni degli utenti e dei turisti. A Modica, non solo secondo la mia opinione, le migliori pasticcerie in assoluto sono l'Antica Dolceria Bonajuto e il Caffè dell'Arte. Il cioccolato di Modica che fanno loro è il più buono, con una grandissima attenzione alla tradizione (ma anche alla sperimentazione: al Caffè dell'Arte per esempio hanno proposto di recente un'interessante variante al gelsomino, dedicata alla Primavera araba in Tunisia). E ciò vale anche per gli altri dolci tipici. Bonajuto in particolare è una tappa quasi obbligata per molti turisti e visitatori che finiscono nella mia città.
Ecco cosa è successo nei giorni scorsi (leggere per credere...):
- clicca per ingrandire -
Capisco lo stupore, persino lo shock, di sentirsi dire che in quei biscotti c'è della carne tritata di manzo, ma forse così è un po' troppo. Per fortuna poi ci ha pensato la stessa Bonajuto a replicare con spirito, però con fermezza. In fondo la figuraccia l'ha fatta Claudio R. Ci dispiace per lui. E per il suo italiano. Spero perlomeno che non si sia lamentato anche della mancanza di latte nel cioccolato di Modica... Bonajuto è "la più antica fabbrica di cioccolato in Sicilia" (dal 1880): saprà come si fa il suo lavoro, che piaccia o meno agli utenti convinti che la commessa sia maleducata e cafona solo perché ha spiegato con un sorriso magari furbetto il gran segreto dei 'mpanatigghi.
Solo un ultimo appunto a Claudio R. Se non fosse scappato zitto zitto (direi anche "maleducato e cafone") per la sua indignazione, magari si sarebbe anche fatto spiegare il perché di quell'ingrediente così scandaloso. E allora avrebbe ascoltato la storia secondo cui questo dolce di probabili origini spagnole (empanadas suona molto simile, in effetti) nacque a Modica per mano delle suore di un convento che, impietosite dalle fatiche dei pellegrini, avrebbero messo la carne in mezzo al cioccolato e le mandorle per corroborarli. Insomma, comunque un modo per aggirare anche i divieti di mangiare carne in periodi di digiuno e Quaresima. Maleducati, cafoni e forse pure blasfemi. Altri dicono che la preparazione di questi biscotti fosse legata all'utilizzo di selvaggina in periodi di grande caccia.
Ma questo a Claudio R. è meglio non dirlo: se sapesse quanto mi viene bene il coniglio al cioccolato...

lunedì 26 agosto 2013

Basta che c'è la salute?

In questi giorni si fa un gran parlare di competitività delle regioni, dopo che la Commissione europea ha pubblicato il nuovo rapporto sull'indice di competitività regionale (Rci), dal quale – notizia clamorosa che ha riempito i giornali e molte bocche vogliose di parlare dopo la sosta estiva – è risultato che la Lombardia, locomotiva d'Italia, ha frenato un po' e rispetto al 2010 è uscita dalla top 100 ed è scivolata al 128° posto. Polemiche politiche: Roberto Maroni che attacca Mario Monti, dimenticando che nel frattempo al governo c'era stato anche Berlusconi (e Maroni era pure ministro, ma tant'è), i montiani e la Lega che si insultano a vicenda. Niente di nuovo, insomma.
"Competitività" è una parola strana. Chi crede poco a queste classifiche dice che non è possibile che la Lombardia sia stata superata da piccole regioni di Paesi considerati minori. Se ne può discutere, certamente. Il fatto è che il Rci 2013 prende in esame 11 indicatori e tanti parametri specifici. La fredda matematica porta poi a fare una media.
Dico questo perché, per ovvie ragioni, mi sono preoccupato piuttosto di guardare nel dettaglio il motivo per cui la Sicilia è l'ultima delle regioni italiane, al 235° posto su 262 nell'Europa a 28. Tra Melilla e Ceuta, le città-enclave spagnole in Marocco, tanto per intenderci, e poco sopra le lontane terre d'oltremare francesi di Guyana e Réunion. Poi peggio ci sono solo regioni rumene, bulgare e greche. E allora mi sono chiesto cosa c'è dietro. Degli 11 indicatori, due sono considerati aggregati a livello nazionale, cioè la stabilità macroeconomica e l'istruzione di base: l'Italia va maluccio in entrambi i casi.
Vediamo gli altri parametri. Sul versante istituzionale (governance, efficienza della pubblica amministrazione, corruzione, burocrazia) la Sicilia è 249ª. Fanno peggio solo Calabria e Campania, in Italia. Mal comune? Le infrastrutture, elemento fondamentale per definire la competitività di qualsiasi territorio, me le aspettavo persino più disastrose; posizione 194 per la mia Isola, con qualche aeroporto, i porti e una rete autostradale così così, mentre per esempio la Sardegna è messa peggio. Certo, l'obiezione è già pronta: ah, se ci fosse il ponte sullo Stretto...
Vanno male, anzi malissimo, gli indicatori dell'istruzione superiore e dell'apprendimento permanente (240° posto, ma la Valle d'Aosta è addirittura 250ª!), dell'efficienza del mercato del lavoro (251 su 262, colpa della disoccupazione giovanile e femminile, della scarsa produttività, dei Neet – i giovani che non lavorano né studiano), della tecnologia (Internet, banda larga, digital divide: Sicilia 239ª in Europa) e analogamente l'innovazione, intesa come ricerca e sviluppo, brevetti, pubblicazioni scientifiche: posizione numero 211.
C'è poi un "pilastro" che colloca la Sicilia al 189° posto: il market size, l'ampiezza del mercato si potrebbe dire. I parametri che lo compongono sono sostanzialmente il reddito netto disponibile delle famiglie, il Pil calcolato secondo la parità del potere d'acquisto e il fattore demografico. La Sicilia, tutto sommato, è una regione piuttosto abitata. La percentuale di lavoratori nei servizi, nell'amministrazione, nell'immobiliare, nella finanza, insieme al valore aggiunto prodotto in questi settori e al numero di lavoratori in aziende di proprietà straniera, concorrono invece a definire il parametro della "business sophistication". La Sicilia, per mia sorpresa (o ignoranza), è l'88ª regione dell'Unione europea.
Chiudo con l'ultima, magra consolazione. La mia terra è nella top 100 in un altro caso: la salute. Sembra di sentire i vecchi proverbi della saggezza popolare. "Basta che c'è la salute". Tutta l'Italia sta bene, in effetti, non solo la Sicilia con il suo 98° posto. Contano le malattie, le morti per infarto, i tumori, gli incidenti stradali, gli ospedali. E i suicidi. Stanno sicuramente peggio nell'est europeo e in parte del nord. Noi, nonostante la malasanità e gli sprechi, l'inquinamento e l'ambiente violentato, abbiamo ancora una ottima aspettativa di vita. Forse non saremo troppo competitivi, ma almeno siamo sani. Sarà perché mangiamo bene.

lunedì 19 agosto 2013

Ansa da prestazione

Non è bello scherzare sulle cose serie, lo so. L'immigrazione, il dramma degli sbarchi in Sicilia, le centinaia, migliaia di disperati che fuggono da guerra, violenza e povertà (non ci sono solo siriani ed egiziani, ma ancora subsahariani e del Corno d'Africa), insomma non sono argomenti da trattare con sufficienza. Io però l'altro giorno non ho potuto fare a meno di lasciarmi scappare un sorriso amaro, che non riguarda direttamente l'emergenza di queste settimane ma anzi ha a che fare con la mia professione. E questo mi serve da spunto per parlare anche d'altro.
- clicca per ingrandire -
Io sono fissato con la geografia, su questo blog ne ho dato prova. Però la mia "ossessione" non c'entra con un errore macroscopico battuto dalle agenzie Ansa. Non mi permetto di giudicare nessun collega. Solo che Pozzallo, dove è attraccata la motovedetta della Guardia costiera con 95 migranti a bordo, non è in provincia di Siracusa ma di Ragusa. Per quel che valgono le province siciliane prossime all'abolizione, chiaro. L'errore è comunque serio, non è un mio capriccio. L'ho fatto notare a un'amica e collega ragusana, con la quale – per il consolidato campanilismo – scherzo spesso su Modica, Ragusa, la provincia e amenità simili. La sua risposta: «Mandiamo all'Ansa una vecchia mappa dei Cabrera?».
I Cabrera sono una delle famiglie, di origine spagnola, che governò in quella che per lunghi secoli è stata la Contea di Modica. L'inizio della Contea è datato al 1296 e la sua fine ufficialmente al 1816. I Cabrera regnarono dal 1392 al 1481, quando poi si unirono agli Enriquez e insieme furono al potere fino al 1742. A Pozzallo, che negli anni del Regnum in Regno modicano (ecco perché "regnarono" e non semplicemente "governarono"; proprio sotto i Cabrera quello status di autonomia riconosciuto ai conti dai regnanti di Sicilia venne formalizzato anche negli atti di investitura, ndr) era il caricatore, cioè il porto della Contea, il monumento più famoso è la Torre Cabrera, costruita nel XV secolo a difesa dei moli e dei pontili.
Con la fine della Contea e del feudalesimo sotto i Borbone, Modica divenne capoluogo di distretto all'interno della nuova intendenza di Siracusa. Dal 1860 poi cambiarono pure i nomi e Siracusa divenne provincia e Modica capoluogo di circondario. Questo fino al 1926, quando la mia città fu provincia – per un solo anno – prima dello scippo ragusano (fascista) su cui ancora oggi si ironizza con l'amica e collega Silvia. Ecco, dal 1860 al 1926 Pozzallo fu davvero in provincia di Siracusa. L'Ansa deve essersi evidentemente rituffata nella storia delle pubbliche amministrazioni della Sicilia sud-orientale.
Che roba, Contessa...
Tornando all'oggi, esiste ancora qualcuno che possa fregiarsi del titolo di conte di Modica. In realtà è una contessa. Doña María del Rosario Cayetana Paloma Alfonsa Victoria Eugenia Fernanda Teresa Francisca de Paula Lourdes Antonia Josefa Fausta Rita Castor Dorotea Santa Esperanza Fitz-James Stuart, Silva, Falcó y Gurtubay è la 21ª contessa di Modica. E non elencherò gli altri suoi 50 e passa titoli nobiliari... (è suo il Guinness dei primati in materia) La regina del gossip Cayetana Fitz-James Stuart – molto chiacchierate le sue terze nozze nel 2011 – è soprattutto la 18ª duchessa di Alba e proprio gli Alba de Tormes sono stati gli ultimi conti di Modica.
Una volta gli stranieri che arrivavano dalle nostre parti erano gli spagnoli. Quelli ricchi, i nobili che poi comandavano. Adesso le nazionalità, le provenienze e i motivi sono diversi. Ma questa, naturalmente, è un'altra storia. Forse anche un'altra geografia.

P.S. Silvia è mezza spagnola.

giovedì 8 agosto 2013

Il Massimo comun divisore

L'anno scorso, più o meno di questi tempi, in piena discussione su spending review, abolizione delle province e accorpamento dei piccoli comuni, mi sono messo a lavorare su uno spunto che mi sembrava interessante. Sull'isola di Salina, una delle "sette sorelle" delle Eolie, ci sono ben tre diverse amministrazioni comunali. Nel resto dell'arcipelago c'è un solo altro comune, Lipari, 11mila abitanti distribuiti su sei isole. A Salina invece nessuno dei tre comuni – Malfa, Santa Marina Salina e Leni, in ordine di grandezza – raggiunge i mille abitanti, e in tutto sull'isola i residenti sono 2.500 circa. Mi intrigava l'idea che, in caso di obbligo all'accorpamento (perché inferiori ai 5mila abitanti), tre comuni non proprio in rapporti idilliaci tra di loro dovessero mettersi insieme. E allora cercai di parlare, a ridosso di ferragosto, con i sindaci di quei paesini. Mi rispose uno solo, dicendomi che prendevano atto di quella situazione e che comunque "tocca alla popolazione esprimersi". Dunque mettevano in conto un referendum popolare. Senza tralasciare che in realtà, in virtù dello statuto autonomo, avrebbe dovuto occuparsi della questione la Regione, in quel momento con un presidente dimissionario, Raffaele Lombardo, e ancora in attesa del rinnovo elettorale che sarebbe poi arrivato a ottobre. Insomma, mi rispose quel sindaco, "al momento non facciamo nulla e non posso dirle nulla" proprio perché si scaricava sulla Regione quell'incombenza. Per inciso, la giunta di Rosario Crocetta avrebbe, sette mesi dopo, decretato l'abolizione delle province.
Un anno dopo quel mio tentativo e quell'articolo mai scritto, il campanilismo di Salina torna d'attualità. La splendida isola è nota – oltre che per i capperi e la malvasia – soprattutto per essere stata il set de Il Postino con Massimo Troisi e Maria Grazia Cucinotta, nel 1994. In sostanza, Troisi sta a Salina come Roberto Rossellini sta a Stromboli. A quasi vent'anni dalle riprese del film (e dalla morte triste e prematura di Troisi), il comune di Santa Marina Salina ha intitolato un lungomare all'attore napoletano. Il problema è che il sindaco di Malfa, Salvatore Longhitano, non l'ha presa affatto bene: «Non ho compreso che ci azzecca Santa Marina Salina con il film. Lo scenario dell'opera è quello del mio comune: Pollara, la strada che Troisi percorreva in bici, la casa rosa...». E così pure la buonanima di quel grande artista che era Troisi viene tirata in ballo nelle beghe di cortile, anzi di strada, estive. Longhitano accusa poi il collega di Malfa, Massimo Lo Schiavo, di averlo avvertito e invitato solo il giorno prima.
La "casa del Postino" in località Pollara
C'era anche la messinese Cucinotta alla cerimonia. La cosa divertente è che l'attrice ha soggiornato nello stesso albergo, il Signum, che la ospitò 19 anni fa. E l'hotel Signum è a Malfa. Longhitano promette grandi manifestazioni l'anno prossimo per il ventennale, con tanto di intitolazione del viale di Pollara a Massimo Troisi. Ecco perché non gli è andato giù lo "sgarbo" di Lo Schiavo: «Non voglio innescare polemiche, né voglio litigare con il sindaco di Santa Marina. È libero di fare quello che vuole, ma qui si tratta di cattivo gusto». La toponomastica è roba seria.
Povero Mario Ruoppolo, postino comunista, oggetto di contesa tra un sindaco vicino al centrodestra, Longhitano (la cui lista si chiama "Democrazia", testuale), e un altro, Lo Schiavo, della nouvelle vague autonomista (prima Mpa di Lombardo, poi il Partito dei Siciliani che stava con Micciché alle regionali). Povero Mario, che diceva che «la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve...». Se avesse saputo che pure il nome suo, cioè quello di Massimo, «è di chi gli serve...»...

lunedì 15 luglio 2013

In vino caritas

Non sono un vaticanista, da osservatore laico delle vicende di Chiesa mi tiro fuori dalle analisi dotte e mi limito a dire che la visita di Papa Francesco a Lampedusa è stata molto importante e significativa. Ne parlo con una settimana di ritardo per uno spunto che ho ricevuto un paio di giorni fa. Un comunicato stampa in cui veniva esplicitato un aspetto curioso e interessante del primo viaggio di Bergoglio.
Alcuni giornali ne hanno già parlato: il menù del pranzo del Papa. In verità, il comunicato si riferiva al vino! Era delle Cantine Settesoli, la più grande azienda vitivinicola siciliana e tra le maggiori cooperative del Sud Italia, di Menfi, provincia di Agrigento. Il Papa ha sorseggiato Grillo (bianco) e il doc Nero d'Avola (rosso).
Si sa che Francesco mangia poco, ma pare, dalle parole della chef Rosaria Di Maggio del resort Costa House, che abbia assaggiato e gradito. Lo capisco pure, con un menù del genere: tortino di melanzane all'araba (ideato ad hoc: pomodoro, finocchietto, uvetta, pinoli, triglie, pistacchio, mollica al basilico), couscous di verdure, calamari ripieni, caponata, ricciola gratinata al croccante di pistacchio, carpaccio di pesce spada affumicato con melone cantalupo. Di Maggio dice che Su Santidad ha voluto la cassata come dolce. Chissà cosa avrebbe potuto proporgli invece l'ex vicesindaco leghista Angela Maraventano, proprietaria di un ristorante a Lampedusa, "Il Saraceno" (sic)...
Ora, al di là dell'invidia e dell'acquolina che mi sono sorte all'istante, è giusto notare le contaminazioni, il senso di "integrazione", e anche il legame con il territorio. Dieta mediterranea in piena regola. Il Papa avrà sicuramente apprezzato, lui che cucinava per sé quando stava a Buenos Aires. E poi è comprensibile la soddisfazione di Settesoli, un'azienda che dà lavoro a migliaia di persone, ha 2.000 soci, produce 24 milioni di bottiglie di vino all'anno e fattura quasi 50 milioni di euro. Beh, nel comunicato forse si sono lasciati prendere la mano a parlare di "enogastronomia a Km zero" nel piatto lampedusano di Bergoglio...
Il presidente attuale della cooperativa è Vito Varvaro, manager palermitano con esperienze passate da amministratore delegato di Procter&Gamble e un posto tuttora nei cda di Piaggio e Tod's, e addirittura tesoriere di Save the Children, oltre che docente alla Luiss. Insomma, un alto profilo dirigenziale e gestionale. Varvaro è subentrato nel 2011 al barone Diego Planeta, eletto nel cda esattamente 40 anni prima e poi divenuto presidente nel 1973. Un nome, anzi un cognome, che dice molto a chi conosce l'enologia siciliana: tra le altre cose, infatti, è lo zio di Alessio Planeta, uno dei fondatori dell'omonima casa vinicola di Menfi, marito della deputata montiana Gea Schirò.
Tutto ciò per dire che il vino è cosa seria. Sono lontani i tempi in cui le uve siciliane partivano in autobotte per "tagliare" i nobili prodotti dei cugini d'Oltralpe. Ora nell'Isola ci sono una Docg (il Cerasuolo di Vittoria) e 25 Doc, più 7 Igt. Per non dire delle aziende siciliane leader nella produzione di vino da messa, tanto per restare in tema. Vino di qualità, dunque, che si comincia a vendere anche all'estero, su nuovi mercati.
Compreso il Canada, dove qualche vino siculo – come proprio i Planeta – si conosce già, ma dove ci sarebbe ancora molto da fare. Ed è per questo che la Camera di commercio italiana in British Columbia (la zona di Vancouver, in pratica) organizzerà dei tour mirati, chiamati Flavours of Sicily, per spingere eventuali investitori canadesi a fare acquisti tra le vigne della Trinacria. Dalla foglia d'acero a quella di vite. Pare sia un pallino del direttore del Marketing and Business Development. Che si chiama Alex Martyniak, cognome che non tradisce origini propriamente italiane. Però un legame con l'Italia, lavoro a parte, ce l'ha comunque. E qui, peraltro, si chiude il cerchio: dice di essere lontano nipote di Karol Wojtyla.

sabato 6 luglio 2013

«... mi sono girato, ed era lì»

Nell'epoca degli smartphone si dice si siano perse parecchie vecchie abitudini. Come quella di guardare le foto delle vacanze di amici e parenti, per esempio. È vero, sembra preistoria il tempo delle diapositive viste al buio seduti su un divano, visione solitamente accompagnata da sbadigli e/o sorrisini. Non è solo il digitale ad aver stravolto tutto, è la logica dell'immediato, del tutto-e-subito, della socializzazione virtuale. In automatico fai una foto e la pubblichi subito sui social network, in sostanza.
@astro_luca
Quello che la tecnologia però non può fare è appiattire certe emozioni, standardizzare tutto. Ci sono foto digitali, ultratecnologiche, subito condivise, che eppure non perdono la loro umanità, continuano a trasmettere sensazioni. Cosa c'è di più hi-tech di un astronauta che fa foto dalla Stazione Spaziale Internazionale (Iss)? Luca Parmitano è il sesto italiano ad aver volato nello spazio. Il primo siciliano, di Catania. E il primo italiano ad aver effettuato "attività extraveicolari" (Eva), come le "passeggiate spaziali".
Bene, in queste settimane ha utilizzato le piattaforme social – Twitter, Facebook, Flickr – per diffondere foto scattate dall'alto dell'Iss, e il soggetto preferito è la "sua" Sicilia.
Esiste evidentemente un "mal di Sicilia". Nostalgia, "dolore del ritorno": come i navigatori di una volta. Solo che la navigazione di @astro_luca è strana, diversa, oltre i confini, fisici e virtuali. E quelle foto, che a prima vista sembrano semplici cartoline dall'alto, dicono proprio che il legame con l'Isola è profondo anche quando si è molto lontani... Anche 400 chilometri più in su.
Perché ogni istantanea di Parmitano racconta sensazioni, bastano le didascalie per capirlo. Lì dentro c'è il Mediterraneo. Un mare profondamente nostrum.

«Questa immagine mi ha colto di sorpresa… mi sono girato, ed era lì
Lo Stretto di Messina: «Per molti anni attraversarlo significava essere a casa!»
«Una luce diversa sullo Stretto»
L'Etna «si staglia sul terreno circostante, un gigante visibile a occhio nudo»
«Impossibile descrivere cosa un Siciliano provi per l'Etna...»
«Un pennacchio di fumo sul gigante siciliano»
Parmitano è nato a Paternò, ma questa è la "sua" città: Catania

sabato 29 giugno 2013

Fango Unchained

Buongiorno Fabrizio Miccoli,

volevo solo dirle qualche parola, giusto per non sottrarmi ai miei doveri di siciliano incazzato.
Mi chiedevo una cosa: ma in questi giorni ha avuto modo di parlare con il suo amico Mauro Lauricella? Da una settimana ho un pensiero. Lei mi sta sembrando il classico ragazzo buono e sfigato che però vuole apparire "figo" e per questo si fa le sopracciglia strane, si riempie di tatuaggi e soprattutto cerca di emulare l'amico furbo, scaltro, un po' bulletto. Non so perché, ma mi immagino la scena di lei che per non sfigurare davanti all'amico (l'amicizia è un valore importante e credo che lei voglia davvero bene a Lauricella) si ritrova a comportarsi come un aspirante bullo di periferia. E insulta Giovanni Falcone.
Non è per offenderla, anzi io sono uno di quelli che ha sempre apprezzato il Fabrizio Miccoli calciatore e non solo. Ho creduto che lei fosse diverso dagli altri, ho applaudito le sue giocate e i suoi comportamenti. La dedica agli operai di Termini Imerese dopo il gol alla Juve, l'ammirazione per Che Guevara, le lacrime quando segna contro il "suo" Lecce.
Ecco, le lacrime. Il problema, Miccoli, è che quando lei era nel San Donato in Salento e in procinto di finire nelle giovanili del Milan, cioè nel 1992, io ero un po' più piccolo di lei (tifavo già Milan) e le lacrime me le sono portate dietro, sin da allora e per vent'anni e passa, perché ammazzarono quel Falcone che lei, forse per compiacere le sue amicizie palermitane, ha imparato a offendere e insultare. E pensi che Falcone era uno sportivo, credeva nei valori di lealtà e formativi dello sport, prima palestra per imparare il rispetto delle regole. Immagino pure che simpatizzasse per il Palermo, lui che era nato alla Kalsa, lo stesso quartiere del suo amico Lauricella.
Guardi, non sono un pm, né un giudice, né un inquisitore. Sono garantista, non tocca a me condannarla. Dico solo che mi dispiace per la sua stupidità: non è un alibi, è la sua aggravante piuttosto. Come non è un'attenuante il suo stupido datore di lavoro.
Lei chiede scusa a tutti, a cominciare dalla sua famiglia. Ha due figli, di nove e cinque anni, e dice di volerli far crescere nella legalità. Io avevo nove anni quando morì Falcone: vivevo già nel valore della legalità. Spero che non sia stata questa sua pessima figura a farle scoprire l'esigenza di dare un insegnamento importante a Swami e Diego. Ha anche mandato a Repubblica un messaggio idealmente indirizzato a Falcone. Complimenti per la stupidità da "10" (senza lode).
Poi magari abbiamo frainteso le intercettazioni e invece di "fango" lei diceva qualcosa di più esotico, in linea con il suo estro: chessò, mango, tango, Django. Oppure il suo era solo un consiglio per un tour alla riscoperta del patrimonio vegetale della città: prima l'albero di Falcone, poi le palme, i ficus dell'Orto botanico, il parco della Favorita, le erbacce sui ruderi dei quartieri abbandonati, la malapianta. No scusi, quest'ultima non è una specie vegetale, è quell'erba cattiva che si chiama mafia. Che prospera tanto nel fango, peraltro.
Una volta vedeva sugli spalti striscioni contro il 41-bis, ora sente i tifosi che cantano "chi non salta un mafioso è". Non se l'aspettava, eh? Fa parte della natura umana. Succede. Professionisti della mafia e dilettanti dell'antimafia, più gli improvvisati (mafiosi e anti-mafiosi) della domenica pomeriggio. Salvo anticipi e posticipi, naturalmente.
Scelga lei da che parte stare. Tanto si parlerà ancora delle sue lacrime, del "fango", delle intercettazioni e del suo pentimento. Lei ci ha distorto e poi estorto la realtà – e non solo quella. Ma noi siciliani siamo fatti così, ci facciamo conquistare da chiunque. Greci, romani, arabi, normanni, spagnoli, francesi, piemontesi e americani. Ci mancava solo uno stupido salentino. Adesso anche lei è cosa nostra.

Voglia gradire la mia più sincera e profonda delusione. Addio.

venerdì 21 giugno 2013

Meno male che Silvio c'era

[In questi giorni sto pensando molto a Milazzo. No, non la città. Mi piace, da lì si prendono le navi per le Eolie, bello il borgo vecchio, il castello, il promontorio: per carità, nulla da ridire – raffinerie a parte, naturalmente. Ma non è "la" Milazzo, è "il" Milazzo. Un cognome, non un nome di città. Milazzo, Silvio Milazzo]
Una croce sopra Milazzo
Silvio Milazzo fu un politico di una certa rilevanza per la Sicilia e non solo. Se ancora oggi si dice con parecchia approssimazione che la Sicilia è un "laboratorio politico", beh, qualche responsabilità ce l'ha proprio lui, l'esponente Dc di Caltagirone che nel 1958 lanciò una sfida al suo stesso partito con un'operazione che, semplicemente, è passata alla storia come milazzismo. Come molti "-ismi", anche questo termine porta con sé accezioni negative e controverse. Il 30 ottobre 1958 Milazzo fu eletto presidente della Regione con i voti all'Ars dei partiti di destra e di sinistra, contro il candidato ufficiale indicato dai vertici della Dc, allora guidata da Amintore Fanfani.
Nel suo primo governo fece la mossa sorprendente: mise insieme esponenti del Pci e del Msi, comunisti e post-fascisti alleati "in nome dei superiori interessi dei siciliani", come dissero il segretario regionale comunista Emanuele Macaluso e il capogruppo missino all'Ars Dino Grammatico. Milazzo fu espulso dalla Dc e formò un nuovo partito, l'Unione Siciliana Cristiano Sociale (USCS), che ottenne 10 deputati all'Ars nelle elezioni regionali del 1959. L'esperienza del milazzismo finì presto: dopo le elezioni, il 12 agosto 1959 il presidente Milazzo formò un secondo governo, dove però non entrò più il Msi. C'erano le sinistre, i monarchici, i vertici di Sicindustria, allora guidata da Domenico La Cavera. Per non farsi mancare nulla, i "tecnici di laboratorio" misero tra gli ingredienti pure esponenti vicini alla mafia. Scandali, tentativi di corruzione, compravendita di parlamentari (sì, stiamo parlando del 1959...): ecco come e perché finì male l'avventura donchisciottesca di Silvio Milazzo.
La premessa è stata lunga, adesso bisogna spiegare perché penso a lui e alla sua operazione. Innanzitutto mi preme sottolineare che qualche anno fa don Mimì La Cavera ebbe a dire che il vero erede di Milazzo si chiama Raffaele Lombardo: il suo autonomismo, in fondo, altro non sarebbe (sarebbe...) che la prosecuzione di quella politica "in nome dei superiori interessi dei siciliani". Poi, e qui veniamo al punto, da qualche giorno in Sicilia è venuta fuori un'operazione che ha un vago sapore di milazzismo. La notizia è che al ballottaggio a Ragusa è arrivato il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Piccitto, una boccata d'ossigeno in questo momento un po' complicato per la creatura politica di Beppe Grillo. E per provare a vincere, Piccitto rompe il tabù e per la prima volta il M5S si allea con altre liste. Primo e unico caso italiano. Apparentamento con alcune liste civiche, ma poi a Piccitto è arrivato pure il sostegno – non richiesto ma non rifiutato, a quanto pare – di Sel e La Destra. Cioè dei "comunisti" e dei "post-fascisti" (semplifico, lo so, ma le virgolette le hanno inventate apposta, ndr).
Due considerazioni. Beppe Grillo ha gridato all'inciucio perché l'altro candidato, Giovanni Cosentini, ex cuffariano già vicesindaco con il centrodestra, corre per Udc e Pd e si è apparentato con il Pdl. Tecnicamente, le larghe intese riproposte anche all'estremo sud della Sicilia. Grillo certifica un dato di fatto, innegabile. Come è un dato di fatto che qualcuno tra i 5 Stelle inizi a guardare oltre. Forse troppo?
Quello che a Ragusa si fa al ballottaggio, invece a Messina non si è voluto fare al primo turno, in ossequio alle rigide e non emendabili regole del MoVimento. Renato Accorinti, il pacifista e storico leader No Ponte arrivato a sorpresa al ballottaggio, aveva chiesto al M5S di correre insieme, tanto il programma e le istanze erano molto simili. La risposta fu negativa, perché Accorinti aveva nella sua lista esponenti verdi, ex Idv, rifondaroli, persino autonomisti. Lui ha preso il 23%, la candidata grillina il 2,87.

[P.S. Per la cronaca, il sindaco della città di Milazzo, Carmelo Pino, già uomo di Forza Italia, nel 2010 è stato eletto al ballottaggio con l'apparentamento tra le sue liste civiche riconducibili al cosiddetto Pdl Sicilia di allora (l'ala vicina ai finiani e a Micciché), il Pd e gli autonomisti di Raffaele Lombardo. Milazzo, milazzismo.]

Aggiornamento del 24 giugno 2013. Sorpresa – ma fino a un certo punto. A Ragusa ha vinto Piccitto del M5S e a Messina il no global Accorinti. Il laboratorio-Sicilia colpisce ancora? Forse. O più semplicemente perde il Pd che si allea con il centrodestra e con gli eredi della stagione cuffariana, in un malriuscito esperimento di milazzismo del Terzo millennio. Vincono i candidati che rompono con quegli schemi, evidentemente. Piccitto vince perché si è alleato con altri esponenti della "società civile" contro l'abdicazione del Pd, non per la discesa salvifica di Grillo a Ragusa. E Accorinti vince contro tutti, forse persino contro se stesso, dato che non avrà la maggioranza in consiglio comunale. Il messaggio, se ce n'è uno, farebbero bene a leggerlo dalle parti del Pd. Alla voce "larghe intese" e dintorni.

lunedì 17 giugno 2013

Qui una volta era tutta emergenza

Dice il dizionario Treccani che è uso del linguaggio giornalistico affiancare alla parola "emergenza" un altro sostantivo, per definire una «situazione di estrema pericolosità pubblica, tale da richiedere l’adozione di interventi eccezionali». Sarà. Ma io di "emergenza rifiuti" (Napoli docet), per dirne una, leggo anche in documenti ufficiali: ordinanze, decreti, deleghe, nomine di commissari straordinari. Per anni abbiamo sentito parlare di emergenze, anche se questo termine ha ormai perso il senso dell'eccezionalità, della temporaneità, della straordinarietà. Situazioni che vanno avanti da decenni continuano a essere chiamate emergenze.
Parliamo di Sicilia. Dove c'è un'emergenza rifiuti che dura ufficialmente dal 30 giugno 1999, quando fu dichiarato per decreto del presidente del Consiglio dei Ministri lo stato di emergenza. Che doveva finire nel 2000. C'era ancora la lira, eravamo in un altro secolo e in un altro millennio. E il presidente del Consiglio era Massimo D'Alema. Però lo stato di emergenza è rimasto. Anche nelle leggi, ancora oggi.
A poche settimane dal quattordicesimo anniversario della dichiarazione di quello stato emergenziale, sta per essere convertito in legge il decreto 43/2013, del fu governo Monti, proprio sulle emergenze ambientali, ma non solo. Oltre ai terremoti dell'Abruzzo e dell'Emilia spuntano il porto di Piombino, la Tav Torino-Lione, l'Expo 2015, altre questioni datate (tipo i 3 milioni di euro di spesa concessi nel 2013 a Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni «per assicurare la continuazione del servizio pubblico di trasporto marittimo, legato all'aumento di traffico passeggeri del periodo estivo», cito testualmente dall'articolo 6 del decreto), e poi, appunto, l'emergenza rifiuti siciliana, più precisamente palermitana, e quella campana.
Nella vita bisogna saper dire di no...
Ecco la ratio della legislazione d'emergenza. Emergenza è tutto ciò che non si riesce a risolvere con strumenti normali, oppure una questione ritenuta straordinaria e strategica, tipo Tav ed Expo. Alcuni giornalisti e molti politici direbbero invece che gli sbarchi nel Canale di Sicilia sono "emergenza immigrazione". La legge, insomma, dice che in Sicilia l'emergenza è quella dei rifiuti. Certo, i cassonetti pieni – e se sono vuoti è perché sono stati incendiati... – e le strade sommerse, la differenziata inferiore al 10% della raccolta totale (la Sicilia è la peggiore regione italiana), per non parlare dello smaltimento di rifiuti speciali e pericolosi, confermano che il problema c'è, nessuno potrebbe mai negarlo. Però non ho potuto fare a meno di riflettere su questa logica.
Negli stessi giorni in cui in commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera si certifica l'emergenza rifiuti siciliana tra le urgenze straordinarie, due rapporti economici hanno catturato la mia attenzione. Uno è il rapporto Urbes sulla qualità della vita e la soddisfazione della popolazione nelle province. In tanti sostengono che non può bastare il Pil per definire il benessere della gente e così arriva l'indice Bes (benessere equo sostenibile). Nel cui calcolo rientra anche la "soddisfazione per la propria vita". I siciliani? Secondo il rapporto sono i penultimi in Italia: solo il 28,9% è soddisfatto, peggio solo i campani (21,9%). Il secondo rapporto è la stima dell'Osservatorio Confesercenti sugli effetti della crisi economica sugli affari dei negozi al dettaglio. Nei primi quattro mesi del 2013, in Sicilia hanno chiuso definitivamente 1.557 esercizi commerciali – primato negativo tra le regioni italiane – e se le chiusure andranno avanti con gli stessi ritmi, al primo gennaio 2014 nell'Isola, una terra votata all'agricoltura, potrebbero abbassare le saracinesche 1.080 negozi di alimentari mentre ne aprirebbero soltanto 288 nuovi. E Palermo è la quarta provincia, dopo Roma, Torino e Napoli, per il saldo negativo aperture-chiusure.
Il problema vero è che di parametri così negativi, di dati sconfortanti, di ragioni per scoraggiare la soddisfazione, l'ottimismo e l'autostima del popolo siciliano, ce ne sono tanti, purtroppo. La munnizza per le strade si nota più degli altri perché è brutta e puzza.

martedì 11 giugno 2013

La découverte de l'eau chaude

Qualcuno dica per favore al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di stare attento quando va in vacanza. Ogni anno, ogni estate, il capo dello Stato e donna Clio se ne vanno a Stromboli, nelle isole Eolie. E io, giustamente, li invidio. Però qualche giorno fa scopro che il quotidiano francese Libération stila un elenco di spiagge da evitare assolutamente. «Non tutte le spiagge rispondono al cliché delle cartoline», e fin qui siamo d'accordo. Ma nel loro «giro del mondo dei posti che non vi raccomandiamo», i colleghi francesi ci informano che, tra litorali infestati da meduse velenose, isole stra-popolate di uccelli marini e spiagge sorvolate a bassissima quota da Boeing in atterraggio, anche Stromboli merita di essere segnalata tra «le più improbabili».
Pourquoi? Per le lingue di fuoco del vulcano, quelle della Sciara, che quando raggiungono il mare portano la temperatura dell'acqua a 90 gradi. Beh, mi sembra un motivo inappuntabile. Mi chiedo solo perché l'unica spiaggia italiana da evitare sia proprio quella di Stromboli, la cui unica colpa è essere uno dei vulcani attivi più importanti al mondo (non a caso geologi e vulcanologi hanno classificato a livello internazionale la "fase stromboliana" per descrivere l'attività eruttiva esplosiva di media intensità con lancio di lapilli e ceneri).
Immediatamente penso a tutti i litorali cementificati, a quelli inquinati, agli scarichi industriali, alle mucillagini e ad altre amenità che caratterizzano molti chilometri di coste italiane.
La guida di Libération non ha sicuramente la pretesa di essere "scientifica" e riconosco anche una certa ironia in alcune descrizioni. Mi lascia solo perplesso, ripeto, che ci sia Stromboli. Non per puro campanilismo siculo. Certe colate laviche in Islanda o alle Hawaii possono essere pure più pericolose, temo.
L'ultima eruzione tragica dello Stromboli è quella del 1930: 5 morti e decine di feriti. Pare che allora, come già nel 1919, le esplosioni furono causate da infiltrazioni di acqua marina nel camino vulcanico (al contrario di quanto avvertono da Libé, fu l'acqua a entrare in contatto con il magma e non viceversa!, ndr).
Il monito di Libération è rivolto, ça va sans dire, al turista che, intelligente e avveduto, vuole scegliere con oculatezza la spiaggia ideale per le sue vacanze. Dubito infatti che dalla Francia si siano preoccupati dei disservizi e dei disagi con cui hanno a che fare quelli che a Stromboli ci vivono. Immagino che sull'isola, in particolare nel piccolo borgo di Ginostra, siano disposti a barattare un po' di acqua rovente con meno problemi logistici quotidiani, tipo le difficoltà nei collegamenti marittimi, la sospensione di certi servizi (postali, medici e idrici, per esempio), persino le messe razionate perché la chiesa è ancora da restaurare. O, per restare a Ginostra, gli impianti elettrici vecchi che costringono i pochi residenti a continui blackout. E così qualche settimana fa alcuni ginostrani si sono rivolti addirittura alla cancelliera tedesca Angela Merkel, pregandola di portare all'Unione Europea le istanze del borgo. No, amici francesi, non è un sussulto estremo di europeismo, è che a Ginostra il 20% degli abitanti (10 su 50) è tedesco, di quei nordici che a Stromboli sono arrivati nonostante l'acqua calda. Sempre lì, a Ginostra, fino all'autunno scorso, il problema era la mancanza di una sezione elettorale per i 37 elettori del borgo, che solo dalle politiche 2013 hanno potuto votare senza doversi spostare in barca da un'altra parte dell'isola.
Stiamo parlando comunque dell'isola che fece da sfondo a uno dei classici del neorealismo italiano, Stromboli terra di Dio, di Roberto Rossellini con Ingrid Bergman (1950). A quel tempo, al massimo, la temperatura molto alta che avrebbe sconsigliato di fare un giro da quelle parti era dovuta piuttosto alla guerra tra la Bergman e Anna Magnani che si fece soffiare dalla diva svedese il ruolo di protagonista e per ripicca montò a Lipari la produzione di Vulcano di William Dieterle... ("guerra" che fece ri-scoprire le Eolie come mèta turistica, en passant)
Se poi a Libération non sono cinefili e preferiscono la letteratura, ricordiamo che già nel 1864 il loro connazionale Jules Verne ambientò a Stromboli la conclusione di Viaggio al centro della terra.
Un po' di rispetto, colleghi transalpini. Sapete come lo chiamano i suoi abitanti, lo Stromboli? Iddu, Lui. E pazienza se erutta e l'acqua si fa troppo calda ogni tanto. Come direbbe lo zio di Johnny Stecchino, «iè la natura».