sabato 12 dicembre 2015

Felice Natività

Alla Biennale di Venezia del 2013, l'artista vietnamita Danh Vo presentò una bella installazione in cui, tra le altre cose, c'erano lo "scheletro" della chiesa cattolica di Hoang Ly, risalente al periodo coloniale, e di fronte una grande cornice in legno (230 x 197 x 3). Ma non era un telaio qualsiasi: aveva ancora microscopici frammenti di tela, fino al 1969 aveva ospitato la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi, opera di Caravaggio conservata nell'Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Fino al 1969, però.
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre di quell'anno, infatti, il capolavoro di Caravaggio fu rubato. Pare dalla mafia, che ammazza anche arte e cultura, come l'Isis: se ne è parlato in tanti processi, addirittura si diceva che veniva esposto nei summit con Riina, presunta arma di ricatto contro Andreotti. Ancora oggi è tra i dieci quadri più "ricercati" al mondo; ha un valore di mercato superiore ai 20 milioni di dollari. L'episodio fornì a Sciascia lo spunto per il suo ultimo racconto, Una storia semplice.
Danh Vo dunque ne espose il telaio vuoto, grido d'allarme e di dolore, ma anche un potente richiamo al dovere della memoria.
Dopo 46 anni, la Natività palermitana torna (purtroppo solo virtualmente) al suo posto. Lo studio Factum Arte di Madrid ha creato infatti un clone, un Caravaggio 2.0 che replica fedelmente l'opera rubata. Punto di partenza una diapositiva a colori del '57. Il progetto è di Sky. La sostituzione virtuale non basta, chiaro, ma almeno prova a restituire sensazioni ed emozioni che la mafia ha calpestato. Sicuramente un'operazione simbolica. C'erano anche il presidente Mattarella e il neo vescovo Corrado Lorefice, alla prima uscita istituzionale.
Il quadro di Michelangelo Merisi riproduceva il tema sacro per eccellenza ma raffigurando personaggi ordinari, poveri, emarginati, spontanei. Evocazione di una Chiesa diversa. Un messaggio potentemente antimafia...

venerdì 11 dicembre 2015

Winston, abbiamo un problema

Churchill a Villa Politi, Siracusa
Nel 1955, quando aveva 80 anni, Winston Churchill venne in vacanza in Sicilia, meta privilegiata per i britannici di rango. Era aprile e si era appena dimesso. «Tutta la Gran Bretagna pensa che questo sarà il suo vero primo assaggio di riposo», scrivevano i giornali dell'epoca. L'obiettivo del vecchio baronetto è «semplicemente di sedersi sotto il sole». Chissà che opinione avrà maturato in quei soggiorni sotto il sole siciliano, lui che già definì l'Italia "ventre molle dell'Europa"... Considerando pure che il suo nome è stato spesso intrecciato, a torto o a ragione, con evidenze storiche ma anche sotto millanterie fantasiose, al progetto separatista siculo.
Me lo chiedo perché a Churchill sono stati attribuiti aforismi, frasi argute, battute di spirito, giudizi sprezzanti come solo un vero British man può fare. E una delle più celebri è anche quella più politica: «La democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre». Ecco, è vero che 2+2 non fa sempre 4 (come notava tra gli altri il connazionale George Orwell, la cui ultima pubblicazione, nel 1949, fu una recensione delle memorie di Churchill...), ma mi è venuto in mente quello stra-citato e abusato aforisma sulla democrazia alla notizia che ormai persino la mafia siciliana si è adeguata al "peggior sistema di governo".
La cosca palermitana di Santa Maria di Gesù, già mandamento di Stefano Bontate, infatti, dopo decenni di designazione dei vertici dall'alto, ha scelto la via delle elezioni. Metodo semplice, senza premi di maggioranza, resti, sbarramenti, coalizioni e percentuali: per alzata di mano. Trasparenza assoluta nelle stanze del potere criminale. Altro che franchi tiratori e brogli...
Giuseppe Greco ha vinto le elezioni mafiose,
con il metodo "greco" per antonomasia...
Tecnicamente si chiama chirotonia (dal greco χειροτονία, "estensione di mano"). L'alzata di mano come metodo elettorale, in uso fin dalla Atene di Pericle, continua ad avere sostenitori insospettabili. Anche se allora poteva votare solo chi godeva pienamente di tutti i diritti civili... Dunque la chirotonia è la peggior forma di voto, eccezion fatta per tutte le altre che non piacciono ai mafiosi. Il ballottaggio, comunque, non era previsto.

martedì 8 dicembre 2015

Il ponte sul traghetto di Messina

Dopo la tragedia dei 31 morti nel 2009 sotto il fango di Giampilieri, qualcuno a Messina notava che il Ponte sullo Stretto non era certamente l'urgenza principale: «La Sicilia e il Sud hanno altre priorità. Parlare poi della costruzione del ponte all'indomani di una tragedia ambientale con trenta morti e centinaia di sfollati è, tra l'altro, offensivo. Il nostro territorio ha bisogno di risorse per ripristinare i danni dell'abusivismo e per costruire infrastrutture veramente indispensabili. Le priorità sono strade e ferrovie che garantiscano la crescita delle nostre terre, non progetti faraonici, di dubbia attuazione, vere e proprie cattedrali nel deserto utili solo alla celebrazione di un governo del fare che in realtà sa fare solo annunci». Citazione lunga, ma doverosa. Degna di un vero attivista "no Ponte". Tipo Renato Accorinti, attuale sindaco di Messina, tra l'altro.
Come dite? Non l'ha detto Accorinti? Ah.
E in effetti no, quelle frasi, ovvie e scontate, le disse uno che fino all'anno prima era stato sindaco di Messina. Un sindaco molto diverso dal pacifista con i sandali, però. Francantonio Genovese, allora ras del Pd siciliano (eletto segretario in era veltroniana con l'85% dei voti alle primarie), era contro il Ponte sullo Stretto. Ma per motivi diversi da quelli di Accorinti. Infatti è azionista e dirigente di Caronte&Tourist, la principale compagnia privata di traghetti dello Stretto, guidata dal gruppo di Pietro Franza, l'ex presidente del Messina calcio. Quindi le ragioni, forse, erano molto più materiali che ideali...
Questo solo per dire che non c'è troppo da stupirsi se Genovese, libero da pochi giorni dopo l'arresto per il caso dei finanziamenti alla formazione professionale, è ora passato armi e bagagli – insieme ai suoi fedelissimi a Roma, Palermo e Messina – dal Pd che lo aveva scaricato (e infatti lui ha il dente avvelenato con il segretario-premier) alla rediviva Forza Italia. Nessuna sorpresa. Genovese, mister preferenze nel 2012 alle "parlamentarie" democratiche (quasi 20mila voti, campione d'Italia con largo distacco), viene dalla Dc, da quella parte che è stata con Buttiglione e poi con Cossiga e in altri centrodestra. Poi, fiutata l'aria, Genovese è diventato il signore delle tessere del Pd siciliano. E ora invece se ne va con Berlusconi. Tutto merito della campagna acquisti, affatto nascosta, di Gianfranco Micciché, figliol prodigo sulla strada di Forza Italia alla ricerca di un nuovo 61-0. Non tutti sono contenti, comunque. I renziani ironizzano. Qualche forzista dice che così si scimmiotta il Pd. La rottamazione del traghetto?

sabato 5 dicembre 2015

Radical shit

«Vecchioni, Vecchioni... / Già il nome che hai avuto in sorte, Vecchioni, ma non ti dice niente? / E continui a rubarmi giorno dopo giorno, anno dopo anno... / E io a concederteli questi anni e sai perché? / Ogni anno che passa, mi piace vedere la tua faccia da viaggiatore di commercio / che ha scoperto al casello che c'è lo sciopero e non si paga / e fa la faccia seria ma dentro... ride»
(Blumùn, 1993, concepita in spiaggia a Mondello, Palermo; "Dio" è Gene Gnocchi)
Ma sì, alla fine dobbiamo dire che ha ragione Roberto Vecchioni. «Sicilia, sei un'isola di merda». Il dono della chiarezza e della sintesi che solo certi intellettuali possono permettersi. Ma sì, d'altra parte quella storia del finto spinello del 1977 e i conseguenti ingiusti quattro giorni di galera a Marsala nel '79 gli devono essere rimasti dentro, e un po' di rancore lo si perdona pure agli uomini di lettere. Ma sì, davvero a Palermo e dintorni e Sicilia tutta il casco in motorino non è manco un optional, un'opzione da prendere in considerazione. Ma sì, è vero che i nostri gioielli artistici, storici, architettonici, culturali, noi siciliani li lasciamo abbandonati e incolti. Ma sì, le coste deturpate... Ma sì, la Sicilia che si butta via... Ma sì, non abbiamo «capito il senso dell'esistenza con gli altri». Anche se siamo «la razza più intelligente che esista al mondo».
Mah. Altro che "ma sì"... Da siciliano che pure è via dalla sua terra da molti anni, sentire giustificazioni a colpi di "provocazione d'amore" mi sembra paradossale. E non perché siano false le cose negative che Vecchioni e chiunque altro sono perfettamente in grado di notare. No.
Quando il professor cantautor Vecchioni Roberto Michele Massimo da Carate Brianza si trovò a fine gennaio di quest'anno "sul luogo del delitto", cioè Marsala (che gli ispirò Lettera da Marsala e la bellissima Signor giudice: una volta Vecchioni mi piaceva tanto...), disse ad altri giovani: «Non si può affrontare questa disgrazia e gioia che è la vita senza avere come riferimento la classicità». Eccolo, il prof di greco e latino.
Ma ecco anche i motivi per cui tutto ciò è paradossale. E perché rido quando qualcuno bacchetta noi siciliani che ci sentiamo offesi. Tre punti, brevi e sintetici come i giudizi tranchant di Vecchioni all'università di Palermo:
  1. Le razze non esistono. Falso storico e scientifico definitivamente sputtanato. E parlare di "razza intelligente" è assurdo tanto quanto dire "Sicilia isola di merda". Una retromarcia goffa che non si confà a chi ha riscritto Pessoa, Evtušenko e Saffo.
  2. «Dovrei dire che siete la culla della Magna Grecia? Ma la storia antica, la poesia antica, la filosofia antica hanno insegnato a tutto il mondo cos'è l'originalità della vita, la bellezza, la verità, la non paura degli altri. In Sicilia questo non c'è». No, infatti, non lo dica. Non serve. Perché noi la bellezza la conosciamo, siamo originali e non abbiamo paura degli altri. A differenza di certi suoi conterranei. E poi: ma non diceva che l'unica arma che abbiamo è la classicità? Ah, a esser pignoli, la Sicilia non era tecnicamente Magna Grecia. Errore da matita rossa, prof.
  3. I motorini? Il casco? Il traffico? Una critica a metà tra Johnny Stecchino e le signore della Palermo bene, per le quali il problema erano le scorte dei giudici con le loro sirene spiegate, non la mafia.
Ma sì, ha ragione il professor Vecchioni che insegna "Forme di poesia in musica" all'università di Pavia. Ma sì, in realtà è proprio come dice lui: la Sicilia fa schifo per tanti motivi, e dirlo con rabbia e crudezza può essere catullianamente una forte dichiarazione d'amore. Salvo dirlo forse alla platea sbagliata. Il sindaco Leoluca Orlando lo difende? Bene, allora sarebbe stato meglio sfogarsi con politici e istituzioni. Ma sì, facciamoci dare lezioni.
Una lezioncina però, umilmente, con la modestia della "razza più intelligente del mondo", ce la permettiamo pure noi: se crede davvero a quel che dice, prof, poi non dica a Pippo Baudo che «è stato un qui pro quo». Quella sì che è una giustificazione di merda.

venerdì 20 novembre 2015

Ich bin ein Agrigentiner

Giusto un paio di giorni fa è uscito il suo nuovo libro, Chi ha paura non è libero, in cui racconta, con una prosa molto "istituzionale", la lotta italiana contro il terrorismo. Libro scritto prima dei fatti di Parigi, va sottolineato. Ma quello che mi ha colpito è che nel risvolto di copertina, Angelino Alfano parla di sé citando le sue esperienze politiche ma senza mai nominare la Democrazia Cristiana né Forza Italia. Curioso: solo Pdl e Ncd. Poi, qualche giorno dopo, il nome del ministro dell'Interno finisce sulle prime pagine di tutti i giornali e non solo, per le intercettazioni tra mafiosi corleonesi che avrebbero progettato di ucciderlo. «Deve fare la fine di Kennedy», dicevano più o meno. Naturalmente ad Alfano è arrivata tutta la solidarietà di rito, anche dagli avversari come Salvini (che però ne ribadisce «l'incapacità e l'inadeguatezza»); spicca per assenza Matteo Renzi, in realtà...
Ma è il paragone con Kennedy che cattura l'attenzione. Premesso che la stessa Procura di Palermo nutre dubbi sulla consistenza delle minacce, e considerato che pure lo stesso Totò Riina si lascia ogni tanto andare a improbabili commenti e valutazioni dal carcere, il parallelo tra l'enfant prodige della Dc siciliana e il fascinoso rampollo della dinastia irlandese è interessante. Solo alcuni, a sinistra, hanno sommessamente fatto notare che le motivazioni del presunto attentato starebbero in un "tradimento" di fantomatiche promesse fatte ai boss. Dice uno dei mafiosi intercettati e poi arrestati: «Questo Angelino Alfano è un porco con le persone, chi minchia glielo ha portato allora qua con i voti di tutti, degli amici? È andato a finire là, insieme a Berlusconi ed ora si sono dimenticati di tutti». In pratica gli rimproverano di aver dimenticato i suoi trascorsi politici... Proprio come è successo nel risvolto dell'ultimo libro di Angelino.
E JFK? Semplice: aveva vinto le elezioni con i voti della mafia italo-americana (fatto conclamato) e poi aveva voltato le spalle agli "amici". Secondo questi corleonesi sarebbe stata la mafia stessa a fargliela pagare. Ad Alfano avrebbero voluto dunque riservare la stessa «botta in testa», interpretata dunque come la fucilata che uccise 52 anni fa a Dallas, Texas, il 35esimo presidente degli Stati Uniti d'America, John Fitzgerald Kennedy.
Stavolta però i boss non erano neanche d'accordo sul luogo dell'attentato: Roma o Agrigento? E chi avrebbe recitato la parte di Lee Harvey Oswald?
I motivi di tanto odio risiedono nell'inasprimento del carcere duro (il 41 bis) per i condannati per mafia. Sembra un revival del famigerato papello di Riina... O dello storico striscione alla Favorita di Palermo: 22 dicembre 2002, «Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia».
Alfano replica, con una teatralità di linguaggio che ne qualifica perfettamente le origini agrigentine, «la liberazione della nostra amata Sicilia e del nostro Paese da questi maledetti vale più della vita di ciascuno di noi». Kennedy disse pure: «Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi».

lunedì 2 novembre 2015

Lui sapeva

La prima volta che sentii parlare di Pier Paolo Pasolini ero un adolescente. E non fu nessuna citazione polemica, né i film controversi, né "i ragazzi di vita", né il mistero sulla morte né tantomeno lo stigma della sua omosessualità. Il mio primo incontro con PPP si chiama Scicli, o meglio Chiafura.
Nel 1959 Pasolini, insieme ad altri intellettuali "romani" come Carlo Levi e Renato Guttuso, fu invitato a Scicli dal Pci per verificare le condizioni di vita inaccettabili di chi ancora abitava nell'area rupestre di Chiafura, insediamento risalente al XII secolo, sotto il colle di San Matteo (nome che certamente a Pasolini evocava qualcosa...). PPP si mise alla testa di un movimento d'opinione che riuscì a condizionare in qualche modo anche la politica nazionale, che infatti legiferò affinché la popolazione aggrottata di Chiafura (oggetto peraltro di non poca discriminazione) fosse trasferita – anzi, sfollata – nel quartiere periferico del Villaggio Aldisio, oggi Jungi. E così sorse un intero quartiere di case popolari, dove attualmente vive una porzione numerosa della popolazione sciclitana. Dove si trovano lo stadio della città, un palazzetto dello sport, le scuole principali (compreso il "mio" liceo Quintino Cataudella). In quello stadio, il "Ciccio Scapellato", mio padre vide una volta in concerto Fabrizio De André...
Un quartiere popolare, dunque, molto vivo. Ma un posto che assunse presto i profili del ghetto, per la povera gente che fino a poco tempo prima viveva nelle grotte annerite di Chiafura.
Pasolini trovava vergognoso che nell'Italia del boom, nel Paese che si auto-convinceva di essere sulla strada dello sviluppo (ma non del "progresso", avrebbe causticamente notato lo stesso Pasolini), in un angolo periferico e dimenticato decine di sottoproletari vivessero in luoghi che assomigliavano più a stalle che non a case. Ai tempi del liceo feci un giro a Chiafura, che ora è un parco archeologico. E lì ripensai alle parole e allo sconcerto di Pasolini. Ma poi – ed è così, purtroppo, che oggi vorrei ricordare Pasolini a quarant'anni dal suo omicidio – provai sconforto, perché la grandezza dell'intellettuale va a scontrarsi sempre, in questo Paese, con i pasticci della politica, della stessa politica che, fingendo di accontentare l'appello accorato degli scrittori e degli artisti accorsi tra le grotte di Chiafura, finì per soffocare il tutto in un finto sviluppo.
Lui ci provò, sempre. Quando fallì, forse fu perché quell'Italia non lo meritava.
Quella Scicli, quella Chiafura, non era certo un paradiso, ma neanche un inferno. Era una «specie di montagna del purgatorio»; una labile speranza, forse, ancora c'era. Parlando della Sicilia orientale, Pasolini disse «qui il barocco pare di carne...». Di questa espiazione, fisica e non solo spirituale, così scriveva (Vie Nuove, 22 maggio 1959, pagina 29):
Piombati da Roma a Catania, da Catania a Scicli, attraverso cento e più chilometri di Sicilia verde; deserta, araba, greca, gesuitica, coperta di fiori e di pietre, con mucchi di città incolori, raggrumate, senza periferia, come le città dei quadri, sui fronti delle colline, nelle vallate – un gruppo di gente era ad aspettarci nella piazzetta giallognola di Scicli. [...] Eravamo nell'ultimo angolo della Sicilia, ancora un po' di campagna, carrubi, mandorle, villette estive di baroni, poi il mare, il mare africano. [...]
Che cosa dovevo vedere a Scicli? E cosa invece ho visto? È presto detto. Le caverne: immaginate una valletta, dentro la quale, compatta si sparge Scicli: senza periferia e case moderne; un po' fuori, un enorme cimitero, un enorme ospedale, tutto color giallo-rosa, cadaverico; al centro la piazzetta e la strada barocca, dei baroni, dei gesuiti. Da questa vallata si diramano, tutte dalla stessa parte, altre tre piccole valli, dalle pareti quasi a picco, bianche di pietre: da lontano non si nota nulla: ma salendo per sentieri che sono letticciuoli di torrenti; sopra le ultime casupole di pietra della cittadina, si sale una specie di montagna del purgatorio, con i gironi uno sull'altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo.
In cima alla valle centrale, Chiafura, c'è un castellaccio diroccato, e una vecchia chiesa, giallo-rosa, barocca, gesuitica, distrutta da un terremoto e piena di erba. Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli. Come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto. Nella piazza affollata di uomini neri, solo uomini, stavano facendo un pazzesco girotondo alcune giardinette della Dc, urlando slogans in polemica dagli altoparlanti. [...]
Visto così, da lontano e dall'alto, Scicli era quello che si dice la Sicilia. Una comunità di gente ricca di vita, compressa, atterrita, deformata da secoli di dominazione, che troppa intesa a succhiarne il sangue, non ne ha potuto succhiare la vita: e l'ha lasciata viva, e quanto viva, a soffrire, a dibattersi, a uccidere, anziché a operare, a pensare e a amare. Quanto al resto, al ritmo intimo e quotidiano della vita, ben poca differenza mi pare ci sia con un paese ciociaro o magari piemontese. La storia italiana e quella siciliana, tutto sommato si equivalgono. C'è una sostanziale differenza tra i Savoia, i Papi e i Borboni? Qui, a una repressione certo più disperata e massiccia corrisponde ora un risveglio più stupefatto e clamoroso. Ed è questo ciò che ho visto a Scicli. [...]

mercoledì 28 ottobre 2015

Palermo val bene una messa

Ieri a mezzogiorno le campane della chiesa madre di san Pietro a Modica suonavano a festa. Credo che non aspettassero altro che l'ufficialità, dopo giorni di indiscrezioni che in realtà nessuno avrebbe potuto smentire. Don Corrado Lorefice, 53 anni, è dunque il nuovo arcivescovo di Palermo. Una notizia che ha suscitato nei miei compaesani (ero a Modica proprio ieri, peraltro) reazioni positive, orgogliose. D'altra parte, sentire il nome della tua città tra le prime 3-4 notizie di tutti i tg nazionali e sulle pagine principali dei giornali, non è cosa da tutti i giorni. A meno che non si parli del cioccolato all'Expo, del campione olimpico di scherma Giorgio Avola o del cantautore del futuro Giovanni Caccamo...
Non conosco personalmente don Corrado, ma sapevo già del suo impegno sociale, antimafia, di Libera, di don Pino Puglisi (afferisce peraltro a san Pietro la Casa Don Puglisi, una delle più dinamiche realtà sociali della città di Modica), degli scritti su don Dossetti. Un prete giovane e "impegnato", un semplice parroco, perfetto in accoppiata con don Matteo Zuppi, nuovo vescovo di Bologna, prete dei poveri in una curia tradizionalmente "rigorosa" (diciamolo: conservatrice). Ecco, un mio compaesano (originario di Ispica, in realtà) guiderà la diocesi più importante della Sicilia, mentre nella città in cui vivo adesso tocca a un outsider che arriva dalla Comunità di Sant'Egidio.
Da osservatore laico, per quel che ne capisco e nella parzialità delle mie idee, mi fa piacere. Un altro coup de théâtre di papa Francesco!
Con i neo-arcivescovi Lorefice e Zuppi, ho scoperto, condivido l'interesse per le vicende del Nord Kivu, la più martoriata delle regioni congolesi. Potevo immaginarlo, anzi lo speravo, a proposito di don Corrado: la parrocchia di san Pietro, gemellata con Lukanga, è stato uno dei nuclei storici da cui partì nel 1988 l'esperienza del gemellaggio tra la diocesi di Noto e quella di Butembo-Beni. Proprio a Lukanga, quando era vicerettore del seminario di Noto, don Corrado Lorefice portò i seminaristi a fare gli esercizi spirituali... E un mese fa era a Muhanga, nella missione in mezzo a montagne e boschi del piemontese don Giovanni Piumatti e della missionaria modicana Concetta Petriliggieri, dove io ho imparato molte cose, sull'Africa e non solo.
Io, per concludere su un prete che non conosco di persona, prendo a prestito le parole di un prete che invece ho conosciuto, appunto padre Piumatti: «Don Corrado il mese scorso era qua a Muhanga. Anche i ragazzi, le mamme e i giovani hanno avuto la stessa impressione: non sembra un sacerdote eccezionale. Ha doti umane semplici e profonde che contengono una fede seria, visibili a Muhanga come a san Pietro di Modica. Ora, che papa Francesco, la Chiesa, lo scelga come Vescovo di Palermo, Arcivescovo!, scavalcando le prassi comuni, mentre gli apostoli discutono fra di loro per strada… o nei corridoi, è questo il fatto eccezionale». Grazie Padiri. Sono sicuro che monsignor Lorefice saprà trasmettere a Palermo la sua umana (stra)ordinarietà, nel nome di don Puglisi, del beato Pino che in tanti ora vorrebbero, giustamente, compatrono della capitale siciliana (e intanto un discepolo di don Puglisi, monsignor Carmelo Cuttitta, da Palermo andrà a fare il vescovo a Ragusa). Un bel cambiamento, nella "Sagunto espugnata" di cui parlava il cardinale Pappalardo...

martedì 20 ottobre 2015

In questo Vallo di lacrime

Sono pignolo. Lo ammetto e non me ne vergogno. Quasi me ne vanto, certe volte.
Ecco, c'è una cosa che mi ha sempre fatto innervosire tanto. Un errore che commettono molti colleghi giornalisti, ma che diventa ancora più imperdonabile se commesso da altri. In breve: non posso negare l'orgoglio di provenire da una terra che l'Unesco ha dichiarato "patrimonio dell'Umanità". Questa terra, quella delle città tardo-barocche risorte con arte e ingegno dopo il devastante terremoto del 1693, si chiama Val di Noto. IL Val di Noto. Non la Val di Noto. Non esiste una "Valle di Noto". Dunque è un grave errore continuare a scrivere che Caltagirone, Militello in Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Palazzolo, Ragusa e Scicli sono "le città tardo-barocche della Val di Noto", che l'Unesco ha ritenuto meritevoli del riconoscimento nel 2002.
Chiaro? Per molti no, ed è comprensibile. L'errore l'ho letto persino su testate locali, figurarsi. E questo, a me che sono un patito (appunto pignolo...) della geografia, sembra assurdo. Ma che per tanto tempo la dicitura sbagliata campeggiasse persino sul sito Internet della Commissione Nazionale Italiana dell'Unesco... Ci sono ritornato davvero per caso un paio di giorni fa e l'errore era sempre lì. A quel punto, da vero pignolo, ho scritto a Unesco Italia.
Ho scritto questo. Che appunto non esiste la Val di Noto. Che insieme al Val Demone e al Vallo di Mazara (d'altra parte, si chiama Mazara del Vallo, no?), il Val di Noto costituiva le suddivisioni della Sicilia dagli arabo-normanni ai Borboni fino al 1812. E che "vallo" è termine amministrativo di quasi certa derivazione araba, mentre è rigettata ormai unanimemente la pretesa che la definizione possa aver a che fare con le valli della geografia fisica.
La pignoleria ha avuto ragione: con cortesia e sensibilità, Unesco Italia ha rimosso dal sito web la dicitura errata. Piccola soddisfazione personale. Peccato che il link indirizzi comunque alla pagina ufficiale dell'Unesco dove, almeno in francese e spagnolo, è replicato lo stesso errore...

giovedì 24 settembre 2015

La casetta delle lettere

La letteratura è la dimostrazione che la vita da sola non basta. In Sicilia più che altrove. Ma da sole le parole non bastano e ci vuole qualcosa di concreto, anche per il visitatore che voglia fare della letteratura ragione del suo viaggio. Un tour che scavi nelle memorie, le più intime. Come quelle custodite nelle case dei grandi nomi della letteratura della Trinacria.
In principio fu il Caos. Non si può che partire da qui, da Luigi Pirandello. Nella terra che vanta ben due premi Nobel, è lui il padre nobile di un tour letterario che si rispetti. Padre nobile e «figlio del Caos». Il Caos, appunto: la contrada di campagna, ad Agrigento, nella quale Pirandello nacque nel 1867. «Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano». Il pino non è più in piedi, ma riposa adagiato lì vicino, vittima del tempo, del maltempo e dei mala tempora. Ma la casa continua a macinare record di visite. Come un’ultima propaggine della Valle dei Templi, un tempio essa stessa.
Non è un tempio, ma una discreta casa adagiata nel presepe di stradine del centro storico di Modica, invece, l’abitazione natale dell’altro Nobel siculo, Salvatore Quasimodo, geometra ermetico entrato nell’Olimpo delle lettere da figlio di ferroviere (una vecchia e sgrammaticata lapide in pietra gli attribuiva pure un inesistente ‘Nobel per la Poesia’). Qui nacque nel 1901, ma andò via presto da «esule involontario». Sotto il costone dominato dal Castello dei Conti, in via Posterla, il museo custodisce libri, scritti e arredi originali. E vi risuona la voce del poeta.
Ma non tutto è visitabile, purtroppo. Le case di Leonardo Sciascia, a Racalmuto (Agrigento), sono state messe in vendita, per mancanza di fondi. Le amministrazioni locali hanno proposto una colletta e scritto pure al governo nazionale. Il turista deve solo sperare: intanto può camminare insieme a Sciascia, sul corso principale del paese. Lui è lì, in bronzo, svelto, sigaretta in mano, a gettare l’ennesimo sguardo su bellezze e brutture della vita. In attesa di ritrovare, forse, la via di casa.
Contorta anche la via di casa per Giovanni Verga. Nato a Catania. Anzi no: alcuni lo vogliono nato a Vizzini e solo registrato all’anagrafe catanese. Dunque una casa-museo all’ombra dell’Etna e un’altra, dedicata all’immaginario verghiano, proprio a Vizzini. Non male, per il maestro del verismo...
Di case ne aveva tante il nobile Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Le atmosfere del Gattopardo sono custodite nei saloni di palazzi sontuosi, castelli e ville Liberty. Partendo da Santa Margherita Belìce (Agrigento) dove spicca Palazzo Filangeri di Cutò – casa della madre e oggi sede del Comune e del Museo del Gattopardo – fino a Villa Piccolo, a Capo d’Orlando, sulla costa tirrenica messinese. Qui, dai cugini, confidava Tomasi, «ritrovo non soltanto la ‘Sacra Famiglia’ della mia infanzia, ma una traccia, affievolita, certo, ma indubitabile, della mia fanciullezza a Santa Margherita e perciò mi piace tanto andarvi». Era la casa di Lucio Piccolo, poeta esoterico: Ezra Pound spese per i suoi versi un impegnativo «magnificent».
E magnifica è anche l’ultima, colorata tappa di questo tour. A Marzamemi, estremo sud dell’Isola, delizioso borgo che fu di pescatori e tonnare. Nessuna casa-museo, solo una casetta, rossa con finestre gialle e verdi, adagiata su un isolotto. Ci veniva spesso Vitaliano Brancati, ospite del cugino. Non si può visitare. Ma ammirare sì, lì, quasi alla confluenza tra due mari, come una metafora della Sicilia e delle sue letterature.

[articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale]


P.S. Nell'originale ho commesso un'imprecisione, che correggo com'è giusto: sulla vecchia lapide a casa Quasimodo non c'era scritto "quì". L'errore è un altro – peggiore. Passi infatti l'ortografia, ma sbagliare l'intestazione del Nobel... Mi sono evidentemente confuso con un altro accento sbagliato. Càpita. L'importante è averla capìta.


mercoledì 29 luglio 2015

La Tusa ispiratrice

Tusa è l'ultimo comune della provincia di Messina al confine con quella di Palermo. Arrivarci non è difficilissimo, tutto sommato, da quando l'autostrada A20 è ormai definitivamente completata (il "definitivo" siciliano, in realtà, è sempre relativo...). C'è tanto di casello, sulla Messina-Palermo.
Così chi avesse voglia di fare un bagno nella frazione marina di Castel di Tusa, alla spiaggia delle Lampare, Bandiera Blu 2015, non avrebbe grandi problemi. Ed è pure più vicina Palermo, a una novantina di chilometri, mentre il capoluogo Messina è a più di 140 km di distanza.
Ma basta questo? Intendo dire, è sufficiente la relativa vicinanza tra il capoluogo dell'Isola e Tusa per spiegare perché questa cittadina di 3.000 abitanti, la greca Alesa Arconidea, sia diventata la vera capitale della "rivoluzione" di Crocetta? Eh già: il governatore siciliano sotto pressione mediatica, giudiziaria (?) e politica, è ora in vacanza a Vulcano, ma nei giorni più duri e intensi del fuoco incrociato per l'affaire Borsellino era rintanato proprio a Tusa. Dove, ha detto Baldo Gucciardi, l'uomo del Pd che contemporaneamente sostituisce ad interim Crocetta e la stessa Lucia Borsellino, il presidente passava il suo tempo «provato, ma sereno».
E da Tusa tuonava in diretta televisiva. Da Tusa diramava i suoi ormai immancabili comunicati stampa. A Tusa studiava le mosse per riprendersi la scena e scacciare i fantasmi della sfiducia. Ma perché Tusa? Perché non la stessa Palermo o, più logicamente, la "sua" Gela?
Tano Festa, "Monumento per un poeta morto (Finestra sul mare)", 1989
L'equazione è semplice: il legame tra Tusa e Crocetta si chiama Antonio Presti, imprenditore geniale, grande mecenate contemporaneo, un uomo capace di creare quasi trent'anni fa Fiumara d'Arte, uno dei più grandi musei all'aperto d'Europa, nel letto del fiume ("a carattere torrentizio", come scrivevano i sussidiari delle medie) Tusa e nei dintorni, con nomi del calibro di Tano Festa, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mauro Staccioli, Hidetoshi Nagasawa. Un imponente parco di sculture contemporanee, un'iniziativa senza precedenti, nata anch'essa con il sigillo dell'attivismo antimafia. Ma pure un caso giudiziario, perché per alcuni (politici, tra cui Rutelli quando era "verde", e magistrati) si trattava addirittura di un abuso edilizio. E volevano demolire le opere. Adesso le cose sono cambiate: nel 2006 il governo regionale ha varato pure un provvedimento ad hoc, la legge 6/06 dal titolo "Valorizzazione turistica - Fruizione e conservazione opera di Fiumara d'arte". Testuale. Ormai il percorso culturale di Tusa è una realtà internazionale, insieme all'altra alzata d'ingegno di Presti che, quando le cose si stavano mettendo male a Fiumara, si è inventato Atelier sul Mare, un hotel esclusivo con altre opere d'arte e stanze a tema.
Ecco, torniamo a Saro: in quell'albergo così singolare c'è una camera tutta per lui, riservata, con tanto di iniziali sulla porta (una volta, due anni fa, ha dovuto lasciarla per ragioni di sicurezza, cioè per non creare rischi agli altri ospiti). E Antonio Presti è uomo di punta del côté di Crocetta, al punto da candidarsi nel 2013 al Senato nella lista del Megafono, dietro il grande sponsor dell'operazione crocettiana, cioè Beppe Lumia. Lo stesso presidente aveva pensato al mecenate come assessore regionale alla Cultura, nel grande valzer delle poltrone che ha caratterizzato (e/o caratterizza) l'esperienza governativa dell'ex sindaco di Gela da quando è approdato a Palermo. Quindi non c'è solo l'arte, o la cultura, o l'antimafia. No, c'è anche la politica: a Tusa, alle regionali del 2012 vinte da Crocetta, il Megafono è stato il primo partito, e pure con distacco. Prese il 36,7%, 525 voti, ben più della metà di tutti i voti della coalizione di centrosinistra nella cittadina. La prima uscita pubblica, dopo l'elezione, Crocetta la fece proprio a Tusa, all'Atelier dove aveva piazzato il suo quartier generale in campagna elettorale. E Rosario "Saro" Crocetta da Gela è ormai pure cittadino onorario di Tusa. Con tanti ringraziamenti per la pubblicità dal sindaco Angelo Tudisca, un avvocato ex Udc che ora figura nella direzione nazionale di Italia Unica, il movimento di Corrado Passera.

lunedì 20 luglio 2015

La recita del Rosario

Io un abbraccio come quello di Sergio Mattarella e Manfredi Borsellino non ricordo di averlo visto altre volte. Persino il presidente della Repubblica, così schivo e riservato, è andato fuori dal protocollo e ha espresso con naturalezza ed emozione l'affetto per il figlio di Paolo. E questo naturalmente fa più sensazione perché è successo nei giorni dello scandalo e della rabbia per la presunta intercettazione tra il (quasi ex?) presidente della Regione Crocetta e il suo medico-amico Tutino, con le ormai note parole oscene nei confronti di Lucia Borsellino. Forse sarà il solito teatrino alla siciliana, forse no. Certo è che quell'abbraccio sincero e commosso, davanti a sguardi spiazzati, dice più di tante altre parole. Considerando peraltro che le parole di Manfredi erano state dure.
Io mi sono dato un ordine, un obbligo, un compito: ricordare ogni anno, nel mio contesto pubblico molto piccolo, quelle due terribili date del 1992, il 23 maggio di Capaci e il 19 luglio di via D'Amelio. A volte preferirei non farlo, perché non mi pare di avere nulla di così importante da dire. Quello che conta almeno è saperlo, conservare come monito il ricordo dell'estate più calda della storia siciliana. A volte però sarebbe meglio il silenzio, vero, non interrotto da ipocriti applausi di alleggerimento della coscienza. Il silenzio che qualcuno dovrebbe infine consigliare sul serio a Crocetta: a tacere davanti agli insulti di Tutino a Lucia e poi rompere il silenzio alle parole incontestabili di Manfredi, non mi sembra si faccia una gran figura. Senza bisogno di tirare sempre in ballo l'anti-antimafia e l'omofobia.
Ecco, su una cosa taccio invece io, e l'ho fatto anche al lavoro, forse per lapsus, o per scelta, o per ragioni di spazio. Nell'articolo che ho scritto sul Quotidiano Nazionale, ho omesso questa frase di Crocetta: «Tutto accetterò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Non la capisco, davvero. Il silenzio non è solo omertà. A volte è una splendida opportunità.

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giovedì 16 luglio 2015

Penta rei

Alle Europee dell'anno scorso, la lista che in Italia si chiamò "L'Altra Europa con Tsipras" rappresentava un tentativo (riuscito giusto perché superò lo sbarramento del 4%...) di mettere in discussione un certo modo di fare politica in Europa. Naturalmente in Italia si riuscì come al solito a trasformare un esperimento interessante nell'ennesima lista-accozzaglia, tra reduci della sinistra parlamentare e non della Prima Repubblica ed esponenti dei movimenti e della "società civile". Ciò che partiva dal sostegno al programma politico di Alexis Tsipras è poi finito in polemiche, scontri, ipocrisie e litigi vari. Intanto, però, il leader della sinistra greca è pure diventato primo ministro, oltre ad aver creato una piccola "riserva indiana" nel Parlamento europeo, mentre in Italia continua a latitare una formazione di sinistra solida.
Ora Tsipras è alle prese con la difficile soluzione della crisi. E ancora l'Italia, a suo modo sempre raffazzonato, si distingue: da una parte la Brigata Kalimera della sconclusionata sinistra che tifa Alexis, poi le bandiere greche fatte sventolare qui e là (il primo, pare, è stato il sindaco di Ficarra, nel Messinese, Basilio Ridolfo, segretario provinciale del Pd – non renziano), con in mezzo una posizione ufficiale del governo a dir poco discutibile. Ecco, proprio nel momento in cui ad Atene andava in scena la maratona in Parlamento per il voto decisivo sulle riforme, il nostro Paese è riuscito a regalare un'altra perla.
Due senatori, ex Movimento 5 Stelle, entrambi cacciati con furore da Grillo, cioè i palermitani Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella (sono quelli che disubbidirono subito al blog, votando Pietro Grasso), hanno annunciato la creazione di una nuova componente all'interno del gruppo Misto di Palazzo Madama. Si chiamerà... "L'Altra Europa con Tsipras"! Fantastico. «Una scelta che viene compiuta in questo momento proprio per rafforzare la solidarietà alla Grecia, oggetto di un tentativo di umiliazione da parte dell'Ue, e che arricchisce le voci attive per la costruzione di una casa comune della sinistra italiana», dicono. Un paradosso squisitamente italiano, anzi anche un po' siciliano. Perché in effetti questo piccolo episodio racconta qualcosa che è più di una semplice interpretazione politica: soprattutto nei primi tempi della sua nascita, il Movimento 5 Stelle siciliano ha raccolto adesioni e consensi a sinistra, e infatti ha sfidato con grande capacità elettorale il debole centrosinistra dell'Isola. Non a caso, la vera opposizione a Rosario Crocetta arriva soprattutto dal M5S, che pure il governatore aveva cercato di blandire per averne i voti (appunto perché tendenzialmente "di sinistra"). Ma d'altra parte, la Sicilia ha regalato più di un dispiacere a Grillo & Casaleggio, con un'alta percentuale di dissidenti.
E ora i senatori Campanella, dipendente regionale in aspettativa, e Bocchino, astrofisico di Altofonte, creano in Senato una corrente pro Tsipras, dopo l'adesione ufficiale alla lista omonima ad aprile. La stessa lista alla quale partecipò l'anno scorso anche Sel, che però non è dentro la nuova componente del Misto. Insomma, due più realisti del re. Fino a ieri costituivano, da soli, la componente "Italia Lavori in Corso" (Ilic, come Lenin...). Un cantiere sempre aperto, la sinistra italiana.

P.S. Alle Europee, la lista "L'Altra Europa con Tsipras" prese in Sicilia il 3,57% (60.879 voti)

domenica 5 luglio 2015

Chi va a Palermo e non passa da Monreale...

Sincretismo vuol dire "fusione di dottrine di origine diversa, sia nella sfera delle credenze religiose sia in quella delle concezioni filosofiche", dice la Treccani. Indica dunque la contaminazione, anche in senso culturale. E infatti il "sincretismo culturale" è la ragione ufficiale per cui l'Unesco ha deciso di inscrivere nella lista del patrimonio dell'Umanità Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale. Non esiste in nessun altro luogo al mondo un sincretismo così: arabi e normanni insieme! Il Mediterraneo e l'Europa del Nord condensati in una grande contaminazione, un mix che ha trovato l'apoteosi nell'architettura palermitana del XII secolo.
L'itinerario Unesco comprende nove monumenti, di cui sette solo a Palermo: Palazzo Reale (cioè Palazzo dei Normanni, sede dell'Ars, finalmente senza lo scempio delle auto parcheggiate) con la Cappella Palatina, la chiesa di San Giovanni degli Eremiti e quella di Santa Maria dell'Ammiraglio (nota come chiesa della Martorana, quella della frutta di marzapane), la chiesa di San Cataldo, la cattedrale, il palazzo della Zisa, ponte dell'Ammiraglio. E poi, infine, ci sono le cattedrali, con i rispettivi chiostri, di Cefalù e Monreale. Così i turisti di tutto il mondo scopriranno il senso di uno dei più famosi proverbi siciliani: cu' va a Palermu e nun va a Murriali si nni parti sceccu (asino) e torna maiali. Adesso non ci sono più scuse: bisogna andare a Palermo, a Monreale e pure a Cefalù, a constatare come la Sicilia abbia costruito la sua grandezza culturale in un invidiabile "imbastardimento". A noi la purezza della razza è sempre sembrata una colossale truffa, dalle contaminazioni è nata un'identità (una sola?...) irripetibile.
Queste le motivazioni dell'Unesco:
Un esempio di sincretismo socio-culturale nell'Isola tra le culture dell'Occidente, dell'Islam e bizantina, che hanno dato vita a nuovi concetti di spazio, architettura e arte. Questi monumenti testimoniano inoltre la proficua coesistenza tra persone di diverse origini e religioni (musulmani, bizantini, latini, ebrei, lombardi e francesi).
La cattedrale di Monreale
Così sono saliti a sette i siti Unesco in Sicilia, e quelli italiani diventano 51. Record mondiale.
Ricordano le enciclopedie che "sincretismo" letteralmente voleva dire "coalizione dei Cretesi". Abitualmente a Creta non andavano d'accordo, erano sempre in lotta tra di loro, ma poi quando c'era da combattere contro un nemico comune riuscivano a dimenticare i contrasti. Ecco, non siamo a Creta, però questo risultato, banalmente ma non troppo, rappresenta alla perfezione cosa siamo in grado di fare quando ci mettiamo d'accordo. Contro il nemico comune che spesso siamo noi stessi. E naturalmente la battaglia è solo all'inizio.

venerdì 3 luglio 2015

Alexander Magno

Oggi sarebbe sicuramente ad Atene. Poi magari andrebbe a Lampedusa, a Ceuta e Melilla, in Ungheria, tra i russofoni della Lettonia, nei suoi amati Balcani, insomma tra i poveri, i derelitti, i disperati, le minoranze, i migranti. Oggi Alex Langer sarebbe in piazza Syntagma, a partecipare, senza farsi strumentalizzare, al momento più incerto ed esaltante della storia greca recente. E voterebbe 'no' al referendum di domenica, sicuramente. Ma non è questo che importa. Una volta fatto il suo dovere di cittadino europeo in Grecia, volerebbe alle altre frontiere del Vecchio Continente, dove serve qualcuno che ricordi i diritti e i valori dell'utopia europea.
Alex Langer si è ucciso venti anni fa, impiccato a un albero di albicocche sulle colline di Firenze. Era la coscienza critica e umanista che ormai non c'è più, nella presunta Europa unita. Manca il suo spirito di accoglienza, dialogo, scambio e confronto. Soprattutto manca alla spenta sinistra europea quell'afflato di comunità e solidarietà che animava Alex il "verde" e cattolico, altoatesino bilingue e tollerante, "ecologista e costruttore di pace". Il suo motto, che addirittura capovolge la retorica olimpica, era «più lentamente, più in profondità, con più dolcezza».
Nel biglietto che lasciò ai familiari, scrisse «non siate tristi, continuate in ciò che è giusto». E invece siamo ancora tutti tristi, anche quelli che abbiamo scoperto Alex molto tardi, quando ormai non c'era più. Tristi perché non sappiamo più fare quel che è giusto. Soprattutto quella sinistra che lui non riconoscerebbe più.
Una delle cose più interessanti scritte da Alex Langer è un'intervista del 1981 a Leonardo Sciascia, pubblicata l'11 febbraio su Tandem. Uno straordinario dialogo (qui il testo) sul senso di appartenenza, identità, isolamento e mescolamento. L'intellettuale di Vipiteno che interroga l'intellettuale di Racalmuto, un confronto profondo nord/profondo sud per capire che in fondo siamo tutti più uguali di quanto non vogliamo ammettere. «Provinciali è bello», il titolo. Provinciali e appartenenti a tante piccole patrie: intese però, spiegava Langer a Sciascia, come Heimat, «la patria dei luoghi, dei suoni e delle tradizioni conosciute e familiari», e non tanto nel senso "istituzionale" di Vaterland, «la patria delle bandiere, degli inni e delle battaglie».
La grandezza di Alex Langer era quella di imparare, assorbire dall'incontro con qualunque cultura "altra", gettare un ponte. E infatti chiudeva l'articolo così: «Alcune nostre nevrosi tirolesi (anche di sinistra) mi appaiono più sfumate, dopo questa conversazione con Leonardo Sciascia». Sicuramente anche Sciascia ha imparato qualcosa da Langer. Anche alla Sicilia servono maestri così. L'anno scorso il Premio internazionale Alexander Langer lo ha vinto Borderline Sicilia Onlus, associazione con sede a Modica che si occupa dei diritti dei migranti. Qualcuno continua «in ciò che giusto»...

Il Borsellino vuoto

Non ricordo quanti anni fa, non sono sicuro che fosse a Ballarò, comunque in una trasmissione del genere, ci fu un interessante e quasi surreale scambio di battute tra Rita Borsellino e l'allora senatore Pdl Carlo Vizzini (nella Prima Repubblica era nel Psdi). Rita era nel suo periodo politico e si sentiva sempre ripetere, più o meno esplicitamente, che stava sfruttando il (cog)nome del fratello Paolo. Vizzini quella volta disse a Rita che contestava le sue scelte politiche (si sa, Paolo era stato di destra) e subito correggeva il tiro, a scanso di equivoci, dicendo di aver "collaborato con suo fratello". Insomma, non è che criticando Rita Borsellino stava infangando la memoria del giudice ucciso, chiaro. Rita sommessamente fece notare che Paolo era suo fratello e la tragedia lei l'aveva vissuta in primissima persona. Ecco, qualche tempo dopo Vizzini, da redivivo socialista "di sinistra", sarebbe diventato uno dei più attivi e strenui sostenitori di Rita Borsellino in politica.
Lunga premessa per finire a parlare della nipote di Rita, Lucia Borsellino. Non c'è niente da fare: noi siciliani non ce le meritiamo certe persone. Abbiamo (parlo in prima persona perché in fondo la responsabilità è davvero collettiva, di tutti noi siculi, anche di chi non ha colpe dirette, ndr) preferito Totò Cuffaro a Rita Borsellino, a Palermo ci confortavano i giochi di potere trasversali più del programma di rottura di Rita, così come ci siamo fatte piacere le giravolte e le ipocrisie del Pd. E così abbiamo abbandonato anche Lucia Borsellino a combattere da sola la sua battaglia civile e professionale, per non disturbare i manovratori della politica ai quali dobbiamo sempre qualcosa. Lucia che da dirigente della sanità regionale aveva dimostrato grande competenza e capacità anche durante le giunte Lombardo, Lucia che da assessore con Crocetta era l'unica davvero titolata a rappresentare la rivoluzione siciliana tanto strombazzata. Strombazzata, ma non da lei, che con discrezione ha continuato a lavorare nonostante "l'ambiente circostante". Dopo un primo tentativo di uscire da quel teatrino, con dimissioni respinte a febbraio dopo lo scandalo della piccola Nicole morta in ambulanza, ora ha lasciato definitivamente. Singolare, però: c'è voluto un caso più che politico che tecnico per accelerare la rottura. L'episodio è simbolico, naturalmente. Il chirurgo e medico personale di Crocetta, Matteo Tutino, primario al Villa Sofia di Palermo, arrestato per truffa, falso, peculato e abuso d'ufficio («Quest'amicizia, sempre ostentata da Tutino, ha molto condizionato la vita di una grande azienda ospedaliera di Palermo», ha spiegato l'ormai ex assessore). La classica goccia che fa traboccare il vaso. E che certifica il fallimento della presunta rivoluzione crocettiana.
Ripeto, non ci meritiamo persone come Lucia, gente perbene e capace che dice cose così:
Oggi torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D'Amelio. Non capisco l'antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale. Sembra quasi un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire carriere. La legalità, per me, non è facciata, è una precondizione di qualsiasi attività.

giovedì 11 giugno 2015

Si Salvini chi può

Ricapitolando. I Paesi Ue che affossano il piano delle quote per la ripartizione dei migranti fanno schifo. Le regioni del Nord Italia che si rifiutano di accogliere i profughi invece fanno bene. Punti di vista, o di svista. La posizione della Lega Nord sul tema immigrazione, negli ultimi giorni, è di una chiarezza lampante, quasi imbarazzante. Se si tratta di attaccare la solita Europa dei finti buonisti che poi in realtà sono egoisti, allora giù con gli insulti ai nostri partner che lasciano sola l'Italia a gestire "l'invasione". Se invece si deve speculare per qualche voto in più (la campagna elettorale non finisce mai, neanche a urne chiuse), tutto sommato è comodo rinverdire i vecchi fasti dei tempi in cui il nemico era quello che viveva da Roma in giù.
Quindi Maroni e Zaia, con la partecipazione straordinaria di Toti e Forza Italia, tornano a recitare la parte dei nordisti preoccupati per il loro giusto benessere, con buona pace dei terroni. Perché, da come la Lega e il centrodestra stanno raccontando la vicenda Maroni vs. prefetti, sta passando il messaggio, strumentale, che le regioni del Nord stiano scoppiando. Il che può anche essere vero, se però si spolvera anche un briciolo di buonsenso e si ricorda che in valore assoluto il 34% (statisticamente più di un terzo) dei migranti accolti in Italia si trovano in Sicilia (22%) e Lazio (12%; cioè Roma, con tutto ciò che purtroppo ne consegue, vista Mafia Capitale...). Nella Lombardia di Maroni, terza, sono il 9%. Proporzionalmente alla loro popolazione, Lombardia, Veneto e Liguria scivolano nelle ultime posizioni della graduatoria, invece. Ma lasciamo perdere i numeri e parliamo di altri fatti – oltre che di qualche opinione.
Che fine ha fatto la campagna di conquista di Matteo Salvini al Sud? Non doveva prendersi anche le desolate lande meridionali per appropriarsi della leadership del centrodestra? Così diceva e così pareva. E invece, quasi per una specie di infantile ripicca (non dichiarata), Salvini ha reagito alla netta sconfitta in regioni e comuni del Sud abbandonando quelle stesse zone al proprio destino, rispetto alla questione immigrazione. Per poi cavalcare le provocazioni anticostituzionali dei suoi sodali settentrionali.
La Sicilia continua a essere solidale e accogliente, come più o meno avviene da secoli. Ma pure noi sotto sotto abbiamo un nostro razzismo, chiaro. E tutti i bluff politici prima o poi attecchiscono. Nel referendum del 1946 vinse la monarchia. Salvini può sperare di fare il viceré.

martedì 2 giugno 2015

Lillo e il vago biondo

Sembra un nome da cartone animato o da sketch comico, Lillo. O un vezzeggiativo infantile. Invece no. Ad Agrigento è diffusissimo: è il diminutivo di Calogero, terzo nome maschile più gettonato a Girgenti. E Lillo, cioè Calogero, si chiama anche il nuovo sindaco all'ombra della Valle dei Templi. In questa tornata di elezioni amministrative in giro per l'Italia, infatti, c'erano anche delle comunali in Sicilia. Gli occhi erano puntati su Enna, patria indiscussa del "rosso" Mirello Crisafulli (che a sorpresa va al ballottaggio), o sulla Gela del governatore Crocetta (il suo fedelissimo Fasulo se la vedrà al secondo turno con il grillino Messinese), ma anche sulla città che probabilmente più di tutte rappresenta i paradossi, le contraddizioni e le ipocrisie della Sicilia. Appunto Agrigento, che respira arie pirandelliane, echi del Gattopardo e ironie sciasciane, per non dire degli intrighi à la Camilleri.
E allora partiamo proprio dal papà del commissario Montalbano, per spiegare chi è il nuovo sindaco di Agrigento. Calogero Firetto, detto Lillo, classe 1965, era fino a una trentina di giorni fa il sindaco di Porto Empedocle, appunto patria del suo amico Camilleri (che di secondo nome, en passant, fa Calogero), nonché deputato regionale dell'Udc. Nel 2011, da uscente di centrodestra, era stato rieletto primo cittadino con il 93,31% (sic!), sconfiggendo il povero Paolo Ferrara dell'Italia dei Valori. Ed è forse proprio da lì, da quel trionfo bulgaro, che parte la rincorsa al comune di Agrigento, perlomeno nelle forme politiche. Infatti nel 2011 lo sostenevano (in ordine di voti): la lista civica Città Nuova, Udc, Mpa, Forza del Sud, Fli, Pd, le civiche Lista Sole e Sicilia Vera. Anticipatore delle larghe intese in stile montiano: un debole centrosinistra insieme all'effimero Terzo Polo. Nel 2015, per correre ad Agrigento, Firetto si è dimesso da sindaco di Porto Empedocle il 30 aprile, per poi ribadire ancora l'alleanza tra Pd e partiti di centro (in primis l'Ncd del compaesano Angelino Alfano). Ha vinto con il 59% dei voti.
Ma il bello viene prima, in realtà. Perché Firetto ha costruito la sua vittoria in appena un mese, chiamato in extremis dal Pd a guidare una coalizione di centrosinistra che con un tafazzismo di livello superiore aveva deciso di farsi guidare da un uomo di Forza Italia, Silvio Alessi. Poi Alessi è stato scaricato: l'atto di trasformismo era troppo pure per gli standard siciliani. Alla fine è spuntato il nome vincente di Lillo. Che ha sconfitto, guarda caso, proprio Alessi (oltre a un leghista veneto, tale Marcolin), finito alla testa di liste civiche chiaramente di centrodestra. Non è il caso di chiamarne una "Forza Silvio" e poi negare la vicinanza al mondo berlusconiano... Insomma, ricapitolando: Alessi aveva stravinto le contestate primarie di centrosinistra pur venendo da destra, poi il Pd lo ha gentilmente messo alla porta, dunque è stato arruolato il democristiano Firetto per portare voti moderati e utilissimi a spazzare l'ipotesi Alessi sindaco.
Lillo Firetto, laurea in economia e commercio, "quadro multinazionale" (come recita la sua scheda sul sito dell'Ars), più che vaga somiglianza con Gianni Cuperlo, amministrerà per i prossimi cinque anni la città dei Templi, ennesimo sindaco centrista a siglare una scomoda pax democratica. Di lui l'empedoclino Camilleri dice: «È un innovatore intelligente». Quando la realtà supera la letteratura.

sabato 30 maggio 2015

Patrimonio d'interesse

Qual è la "regione che vanta il Patrimonio Unesco più ricco d’Italia"? Non ho dubbi: rispondo sempre "la Sicilia". Ieri però ho vacillato, perché uno spot radiofonico mi ha rivelato che i campioni dell'Unesco d'Italia sono in realtà i lombardi. Così pare, così dice la Regione Lombardia. E in effetti i numeri non mentono: Lombardia batte Sicilia 10 a 8, tra siti (9 lombardi, 6 siciliani) e patrimoni immateriali dell'Umanità (la Trinacria ne ha due, la Rosa camuna uno).
Ma il punto è un altro. Quattro dei nove siti Unesco lombardi sono in realtà condivisi con altre regioni italiane e addirittura con Stati esteri (la Svizzera). Quindi, a rigor di logica molto pignola, i numeri cambiano. Figurarsi però se ha senso fare campanilismi su temi così universali. Anzi, da siciliano che ha vissuto due anni a Milano, devo riconoscere un grande merito: quello spot ufficiale pubblicizzava la festa della Regione Lombardia (29 maggio, celebrazione della battaglia di Legnano), e la bravura dei lombardi è proprio quella di saper promuovere con serietà "la regione che vanta il Patrimonio Unesco più ricco d’Italia".
Mentre la Sicilia, regione che vanterebbe un grandissimo patrimonio, tutto suo, da condividere con il resto del mondo e dell'Umanità, continua a peccare. Cementificazione, speculazione edilizia e industriale, degrado ambientale, vandalismo, sciatteria istituzionale, insensibilità politica: ci proviamo in tutti i modi a mettere a repentaglio il nostro immenso "heritage" (non solo Unesco).
Perciò ho tirato finalmente un sospiro di sollievo, quando ho letto che il Tar Sicilia ha respinto un ricorso assurdo e ignobile presentato da alcuni dipendenti dell'Assemblea Regionale Siciliana (la famigerata Ars, il nostro parlamentino regionale) contro la pedonalizzazione dell'area di Palazzo dei Normanni. Ricorso contro: il Comune di Palermo, la Fondazione Federico II e l'Unesco Sicilia (sic!). La pedonalizzazione priverebbe i solerti e indefessi dipendenti regionali del parcheggio davanti all'Ars. Ah, naturalmente, vietare quello spazio al traffico automobilistico è necessario al riconoscimento del "percorso Arabo-Normanno" (con il palazzo dell'Ars e la Cappella Palatina) candidato a diventare patrimonio Unesco.
Adesso fortunatamente il Tar ha bocciato questa ottusa presa di posizione. Però con motivazioni perlomeno parziali e incomplete, che puntano su questioni molto locali. I giudici dicono: non esiste un "diritto al parcheggio" per i dipendenti regionali, «semmai può non essere facilmente spiegabile come mai un provvedimento di tal genere (la pedonalizzazione, ndr) non sia stato adottato precedentemente». Insomma, il Comune avrebbe dovuto pensarci prima. Ma il Tar non accenna all'Unesco. Anche perché lo sanno tutti che la vera piaga di Palermo è il traffico...

sabato 23 maggio 2015

Gli eroi son tutti giovani e belli

La mafia è nemica della bellezza. Giovanni e Francesca Falcone erano una bella coppia. Ma solo ora, a 23 anni di distanza, mi sono reso conto di quanto fossero – pardon, siano – belli anche Vito, Rocco e Antonio. Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, i tre poliziotti della scorta di Falcone uccisi il 23 maggio 1992, anche loro a Capaci, anche loro sotto la devastante violenza del tritolo mafioso. Begli sguardi, bellissimi sorrisi. La mafia ha ammazzato questa bellezza. Erano giovani padri, mariti, fidanzati, al massimo trentenni.
 Vito                        Rocco                      Antonio
Detesto la retorica "istituzionale" in queste occasioni; se proprio deve esserci retorica, che sia quella delle emozioni, quella che mi porto dietro da quando ho 9 anni. E che mi toglie il respiro ogni volta che guardo le foto di quelle persone così belle e sorridenti. In particolare il largo sorriso di Vito Schifani oggi mi ha dato una scossa. Perché ho pensato a Rosaria, la moglie, quella bellissima e caparbia ragazza di 22 anni (Vito ne aveva 27, il figlio Emanuele "Manù" – ora nella Guardia di Finanza – era nato da appena 4 mesi) di cui tutti ricordiamo le frasi rivolte ai mafiosi durante i funerali. «Vi perdono, ma inginocchiatevi».
Ho pensato a un'altra foto, uno stupendo ritratto di Rosaria. In bianco e nero, lei a lutto, bella, giovane, di una serenità dolente. La foto è della grandissima Letizia Battaglia. Vidi quella foto, in originale, esposta (non capii mai fino in fondo il perché...) alla mostra immagini inquietanti / disquieting images alla Triennale di Milano a fine 2010, curata da Germano Celant e Melissa Harris. In mezzo a foto di violenza, morte, orrori e stranezze, spiccava anche quel ritratto. La cui forza dirompente, a suo modo "inquietante", stava negli occhi chiusi della giovane Rosaria. Lo stesso sguardo timido ma forte e intenso che faceva sorridere l'innamoratissimo – e bellissimo – Vito.

giovedì 21 maggio 2015

La Gioiosa Annarita

Gioiosa Marea è un nome bellissimo. È un paese in provincia di Messina, tra Patti e Capo d'Orlando. È il paese di Annarita Sidoti. Lo scricciolo di Gioiosa se n'è andato, a neanche 45 anni. Lo sport, non mi stancherò mai di ripeterlo, è una questione molto più seria di quanto vorrebbero far credere. E quando i nostri conterranei vincono, non è solo il lustro, la fama, la notorietà che anche un piccolo paesino potrà vantare. Anche nel mondo globalizzato, ci sono tante piccole patrie che sentiamo nostre e per le quali ci esaltiamo, anche solo per una vittoria sportiva. E quando Annarita Sidoti, 1 metro e 50 per una quarantina di chili, vinceva con quella curiosa andatura battendo marciatrici apparentemente più forti di lei, era tutto l'orgoglio siciliano a vincere. Lo ammetto. A volte i campanilismi sono risibili, altre volte no. Nel caso della piccola grande donna di Gioiosa, incollati davanti alla tv sentivamo tutti – e lo sentiamo ancora – un senso di partecipazione emotiva che veniva da quel sorriso e da quella forza, quella caparbietà che sembrava impossibile dentro quel corpicino. Annarita Sidoti era una straordinaria atleta, campionessa mondiale ed europea di marcia negli anni Novanta, una donna di carattere come solo certe piccole grandi donne siciliane sanno essere, una mamma, un modello. Ha fatto anche l'assessore allo sport a Gioiosa Marea, giunta di centrosinistra. Dopo le medaglie, il desiderio più grande, diceva vent'anni fa, è «fare una pista e un impianto sportivo al mio paese».
Ora, a 44 anni, Annarita ha lasciato Gioiosa (nata lì, morta lì). Per sempre, ma solo fisicamente. Perché Gioiosa Marea è Annarita Sidoti, e Annarita Sidoti è Gioiosa Marea. La marcia è finita ma il ricordo resterà sempre. Se l'è portata via un tumore al cervello contro il quale combatteva da anni. Mi dispiace davvero tanto. Sul serio. Senza retorica, abbiamo perso un simbolo della Sicilia. Che sa redimersi, altroché. Che marcia a testa alta anche se è più piccola degli altri. E vince tenendo i piedi saldamente per terra.

mercoledì 6 maggio 2015

Dura lex sed Rolex

Dopo aver già scritto al presidente del Consiglio e al ministro dell'Interno, con tanto di cassa di risonanza sulla stampa nazionale, non credo che arriveranno pure a me repliche dalla Rolex. Anzi, Rolex®: tra le lamentele di Gianpaolo Marini, ad della consociata italiana del gruppo svizzero, c'è infatti anche quella per l'utilizzo della parola «in caratteri minuscoli ed in forma sostantivata generica» che «non risponde a correttezza ed è suscettibile di diluire e pregiudicare il suo valore e la sua distintività» (esclusività insita nello stesso nome, che per alcuni deriverebbe dal francese "horlogerie exquise", letteralmente "orologeria squisita", ndr).
La ditta svizzera, simbolo di lusso e stile, e pure di tanti stereotipi sulla ricchezza, si è lamentata perché Renzi e Alfano, dopo le azioni dei black bloc a Milano contro Expo, avevano accusato i "soliti farabutti col cappuccio e figli di papà con il rolex" (un minuscolo che però non so come abbiano fatto a distinguere in video...). Insomma gli elvetici ci sono rimasti male per la pubblicità negativa.
Curioso. Perché, come gente più titolata ha notato prima e meglio di me, la Rolex-marchio-registrato non fiata quando viene fuori che suoi fan sono anche corrotti, corruttori, personaggi controversi e mafiosi di vario cabotaggio.
[Per la cronaca, uno dei più famosi testimonial (postumi) di Rolex è stato Che Guevara...]
La reazione piccata di Rolex, dunque, non è valsa in passato quando boss di spicco della mafia sono stati arrestati con gioielli di meccanica elvetica al polso. Nel 2007, per esempio, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, tra gli ultimi veri capimafia catturati in Sicilia, indossavano un Rolex Daytona ciascuno al momento dell'arresto. Così come l'anno prima Francesco Franzese, ex braccio destro dei presunti eredi di Provenzano, aveva in casa, o meglio nel covo in cui si nascondeva latitante, ben 15 orologi Rolex. Allora non si levò alcuna voce indignata, né dal quartier generale di Ginevra né da Milano, di cui Rolex Italia spa è "cittadino esemplare", come dice Marini. E probabilmente, nel 2013, non gli era arrivata all'orecchio la notizia di un pizzaiolo tra New York, Bagheria e i clan siculo-canadesi, tale Carbone, diventato pentito di mafia: aveva il Rolex d'oro di un defunto boss spagnolo del narcotraffico, e piuttosto che farsi "tradire" dal possesso di quell'orologio preferì confessare tutto ai carabinieri. Anche in quel caso, nessuno ha espresso «profondo rincrescimento e disappunto» per «l'inaccettabile affiancamento».
Il Rolex, checché ne dica il management, è uno status symbol pure per chi vive di crimine. Persino per i mafiosi che con un bell'orologio volevano corrompere Fantozzi (alla riscossa, 1990). Il ragioniere rifiutò. Non so se Rolex s'indignò con Villaggio per la pubblicità negativa...

sabato 25 aprile 2015

Vittima dell'errorismo

«La colpa della morte di Giovanni Lo Porto è dei terroristi». Penso e ripenso da due giorni a questa cosa. La notizia dell'uccisione del cooperante palermitano in Pakistan, durante un'azione armata degli Stati Uniti, mi ha provocato rabbia e disgusto. Senza anti-americanismi di maniera. Mi ha fatto rabbia sapere che un nostro connazionale, e pure uno dei migliori, rapito tre anni fa da al Qaeda, sia morto per colpa di un bombardamento alla cieca, per una prova di forza fine a se stessa, un atto di machismo, l'idea che si debba parlare solo il linguaggio delle armi. Rabbia e disgusto, perché la notizia l'abbiamo saputa, noi italiani, in ritardo e con la solita impotenza: il presidente americano Obama ce l'ha comunicato a fatto avvenuto, eravamo all'oscuro di tutto. Come quando nel 2012 Franco Lamolinara, ostaggio in Nigeria, morì in un blitz sproporzionato degli incursori britannici: l'Italia non ne sapeva nulla. E non parliamo di Nicola Calipari...
Ma, ripeto, lasciamo da parte ogni facile e fuorviante sentimento anti-americano. Il problema è un altro, o meglio sono tanti altri i problemi. Giovanni "Giancarlo" Lo Porto non era un volontario, non era uno sprovveduto, non era un avventuriero. Si mettano il cuore in pace quelli che hanno questa opinione di chi fa cooperazione internazionale e non indossa una divisa. Lo Porto è stato ammazzato da uomo inerme, perché il suo lavoro non prevede armi o uso della forza, nemmeno quella "istituzionalizzata" dietro il paravento dell'uniforme.
E qui arriviamo al punto di partenza. Quel virgolettato ("la colpa è di al Qaeda") è del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che si è accontentato naturalmente delle condoglianze americane di rito, dell'ammissione di responsabilità di Obama ed evidentemente dell'ineluttabilità della morte di un italiano perbene in un teatro di guerra, violenza e povertà. Lo stesso premier, però, ha ritenuto di dover sottolineare che la vera colpa ce l'hanno i terroristi che tenevano in ostaggio Giancarlo Lo Porto. Un sofisma totalmente inutile, del quale suppongo che la famiglia del cooperante possa fare benissimo a meno. Alla madre, che dignitosamente chiede di essere lasciata in pace con il suo dolore, non cambia nulla, immagino: suo figlio era sotto sequestro, lei è perfettamente consapevole delle colpe dei qaedisti.
Io mi faccio solo una domanda: Renzi intende dire che Giancarlo è da considerare "vittima del terrorismo", dunque destinatario dei benefici di legge e pensionistici? Domanda provocatoria, cinica e maliziosa, volutamente. Ma il rispetto dovuto a Lo Porto impone chiarezza, non parole gettate al vento come un drone, magari nel vuoto di un'aula parlamentare sorda, cieca, ipocrita.

mercoledì 15 aprile 2015

A19. Colpita e affondata

Risale a molti anni fa l'ultima volta che ho percorso la A19, l'autostrada che collega Palermo e Catania, dunque potrei avere dei ricordi appannati e inesatti, ma per quel che mi riguarda l'ho sempre considerata una strada decisamente inadeguata. E sono sempre stato convinto che non costituisse quell'asse strategico che ci si potrebbe immaginare. Poco trafficata, pochissimo curata, quasi priva di servizi (soprattutto in direzione Catania-Palermo), una lunga sequela di bassi viadotti e piloni a cavallo di letti perlopiù asciutti di fiumi in un paesaggio siciliano da stereotipo, svincoli praticamente nel nulla. Insomma, una strada alla quale difficilmente si potrebbe dare il titolo di "autostrada". Ma tant'è, assomiglia alla vecchia A3 (anche se, paradossalmente, checché se ne dica, la Salerno-Reggio è migliorata: ciò non toglie che sia nuovamente bloccata per il crollo, tragico e mortale, di un viadotto...).
Proprio il crollo di un viadotto, l'Himera, vicino a Scillato nel Palermitano, ha fatto scoprire più o meno l'esistenza di quell'autostrada nata male. Quei trecento metri di strada travolta da una frana hanno portato la A19 sotto i riflettori. E si è parlato di "Sicilia divisa in due". Io ho parecchi dubbi. Dubbi, non certezze. Sensazioni, non prove. Però, percorrendo più spesso la A18 (Messina-Catania-Siracusa, prossimamente estesa fino a Gela) e la A20 (Messina-Palermo), ho un'idea mia della differenza tra le tre principali arterie autostradali della Sicilia. Rispetto alle altre due, la A19 non ha pedaggio, è gratis (e questa è spesso la scusa per lasciare le infrastrutture semi-abbandonate...), e non è gestita dal Consorzio per le Autostrade Siciliane, il Cas, bensì dall'Anas. Proprio come la famigerata autostrada dall'altra parte dello Stretto. E infatti se ne sta parlando per gli scandali legati alle gestioni dell'Anas di Pietro Ciucci, lo stesso uomo che Berlusconi volle alla guida della società Stretto di Messina Spa. I piloni di Scillato sono il pretesto. Ciucci si dimetterà ma non ne uscirà con le ossa rotte.
Di rotto c'è invece molto in Sicilia, proprio su quell'asse Palermo-Catania. Perché quello che fa amaramente sorridere, rispetto agli allarmi sulla "Sicilia divisa in due", è che per l'Isola questa situazione contingente è solo un peggioramento di una realtà già consolidata. Le truffe, pubbliche e private, sulle costruzioni e le infrastrutture tutto sono tranne che nuove. I crolli idem. Le frane e gli smottamenti, figurarsi. Ci vorranno, pare, due anni per ricostruire tutto il ponte crollato a Scillato, e tre mesi almeno per la bretella d'emergenza. Per costi milionari. Dunque, nel frattempo, si ipotizzano altri modi per ripristinare minimi collegamenti tra i due capoluoghi.
Il sindaco di Catania, Enzo Bianco, e la società di gestione dell'aeroporto di Palermo, Gesap, hanno fatto appello alle compagnie aeree per istituire "al volo" collegamenti tra Punta Raisi e Fontanarossa. Interessante che il primo interlocutore preso in considerazione sia stato Ryanair. Soluzioni low cost? Eppure ora anche Alitalia si è detta disponibile. Negli anni '60-'70, per la cronaca, con l'autostrada ancora in costruzione, Palermo e Catania erano unite dai Fokker turboelica dell'Itavia (antenata della compagnia di bandiera): il volo durava mezzora.
E queste sono le "fantasie". Finiamo con la cruda realtà, che cancella le ipocrisie. Qualcosa di concreto è stato fatto: un treno in più PA-CT (orario: 17.29-20.30) e un altro CT-PA (orario: 5.28-8.39). Un intervento di emergenza che ha a malapena raddoppiato i servizi – diretti – precedenti. Sì, perché in ogni caso, prima del crollo di Scillato, c'era un solo treno da Palermo a Catania (orario: 6.33-9.51) e uno da Catania a Palermo (orario: 15.21-18.40). Adesso sono due e due... Come due sono le considerazioni, a uso e consumo delle prefiche della "Sicilia divisa in due": ci vogliono più di tre ore sui 240 chilometri della linea, elettrificata dagli anni Novanta; i treni non diretti, con cambio a Messina, ci mettono 5 (cinque) ore e 20 (venti) minuti. Se questi sono i treni, peccato che non c'è un traghetto...