domenica 5 aprile 2020

#Siciliacheresiste

Un breve post dopo tanti mesi di silenzio. E riprendo a parlare nel periodo più complicato della storia italiana degli ultimi anni, sicuramente il più complicato a mia memoria personale. Dovendomene occupare a livello professionale, l'emergenza Coronavirus, l'ormai famigerato Covid-19, sta condizionando anche le mie giornate. Giornate dure per tutti.
In un periodo in cui si moltiplicano le iniziative di solidarietà e le campagne #iorestoacasa, oggi è spiccato lo spot della Barilla "Grazie Italia", con il ringraziamento a chi combatte contro il virus, ai dipendenti, all'Italia che resiste (#italiacheresiste). Io non amo generalmente gli spot della Barilla, per alcuni messaggi che trasmettono o per certe incongruenze (perché per esaltare la pasta italiana scegliere un sirtaki greco come sottofondo???), ma questo, con la voce narrante di Sophia Loren e la storica musica di Vangelis riarrangiata e la collaborazione della Scuola Holden, è diverso. E poi, mi ha colpito da siciliano la scelta di due straordinari scenari della mia terra per raccontare questa Italia che resiste (in Sicilia i positivi sono stati finora 1.994 e i decessi 116). Nello spot appena dopo uno spettacolare panorama di Firenze, al minuto 0'02'', spunta il duomo di San Giorgio nella mia Modica e subito a seguire la scenografica piazza Duomo di Siracusa. Bellezze incomparabili, come ancora Venezia e Roma, e insieme con la gente che sta lottando con il suo lavoro e con i suoi sacrifici personali contro la pandemia che ha spazzato certezze ma non ha spezzato lo spirito dell'Italia. E della Sicilia.


giovedì 26 settembre 2019

La cattiva stidda

Una rappresentazione del tatuaggio a stella (stidda)
La maxi operazione contro la stidda fra la Sicilia e la Lombardia ha riportato sotto i riflettori la cosiddetta 'quinta mafia', meno conosciuta delle grandi organizzazioni criminali come Cosa Nostra o la 'ndrangheta. Ma che cos'è di preciso la stidda?

LA STORIA - Come spesso capita nella storia del crimine, anche nel caso della stidda non è possibile definire chiaramente quando questa ha avuto inizio. Indicativamente la 'quinta mafia' (detta così perché arriva dopo Cosa Nostra, camorra, 'ndrangheta e la pugliese Sacra corona unita) si è affacciata alla cronaca intorno agli anni Settanta-Ottanta del XX secolo. Il collaboratore di giustizia Leonardo Messina rivelò che a metà degli anni Ottanta molti mafiosi della provincia di Caltanissetta, alcuni dei quali "messi fuori confidenza" (cioè espulsi dalle cosche di Cosa Nostra), si sarebbero riorganizzati in nuovi gruppi criminali, autonomi e anzi 'ribelli' nei confronti del'organizzazione più grande e potente. Nel 1987, a Gela, la rivalità tra Cosa Nostra e stidda assunse i contorni della guerra armata, con agguati, faide e un centinaio di omicidi in un triennio.

LA DIFFUSIONE - La stidda nasce a Palma di Montechiaro, nell’Agrigentino, ma trova la sua maggiore diffusione nella provincia di Caltanissetta e nella parte più occidentale di quella di Ragusa, tra Vittoria e Comiso. Ancora oggi, il ministero dell'Interno identifica una zona geocriminale della Sicilia sud-orientale (Caltanissetta e Ragusa), contrassegnata proprio dalla presenza della stidda. Principalmente è diffusa dunque nella Sicilia meridionale, mentre gli stiddari sono praticamente assenti nelle zone settentrionali (Palermo, Trapani, Messina). Ma, come le altre mafie, anche la stidda è ormai radicata in alcune aree del Nord Italia.

LA STRATEGIA - Gli stiddari sono organizzati in gruppi saldamente legati e consorziati, non in cosche prive di collegamenti. Uno degli elementi caratteristici è il ricorso alla violenza, che diventa decisivo nello sviluppo rapido delle carriere criminali e nell'affermazione di giovani emergenti. Nel 1990 quattro killer della stidda uccisero il giudice Rosario Livatino. Tra gli episodi più cruenti, il 2 gennaio 1999, la cosiddetta strage di san Basilio a Vittoria (Ragusa): cinque persone assassinate all'interno del bar di un distributore di carburante, tra cui due ragazzi estranei alla criminalità. La presenza della stidda tra Gela e Vittoria avrebbe frenato e contrastato apparentemente la dilagante espansione di Cosa Nostra in quelle aree, ma in realtà la quinta mafia è stata in qualche modo funzionale alla mafia della Sicilia occidentale, perché l'impegno delle forze dell'ordine e della magistratura è stato rivolto prevalentemente alla sconfitta dei clan stiddari, lasciando invece a Cosa Nostra una certa libertà di agire sul territorio. A partire dagli anni Novanta, tuttavia, c'è stata una vera e propria spartizione delle attività criminali tra Cosa Nostra e la stidda. L’organizzazione principale si occupa dei grandi appalti e dei legami con il mondo della politica, della finanza e dell’imprenditoria; la 'quinta mafia', maggiormente ancorata alla realtà locale, si dedica invece alle attività classiche del crimine mafioso: traffico di droga finalizzato al fabbisogno locale, estorsioni e usura, gestione di bische clandestine, prostituzione, controllo armato del territorio.

IL SIGNIFICATO - Il termine stidda in siciliano significa stella. Per spiegare il nome si sono fatte tre ipotesi:

  • nel gergo mafioso il termine assumerebbe il senso di una costellazione di gruppi malavitosi che gravitano attorno all'organizzazione principale
  • sarebbe il nome di un tatuaggio fatto in carcere che gli stiddari portano come segno di riconoscimento (cinque segni verdognoli disposti a cerchio fra il pollice e l'indice della mano destra, a formare una stella)
  • il riferimento sarebbe alla Madonna della Stella, patrona del comune di Barrafranca, in provincia di Enna. La tesi nacque dalle rivelazioni di Antonino Calderone, il quale dichiarò per primo che in quel paese "a parte la Famiglia appartenente a Cosa Nostra, vi è un'altra Famiglia, composta in gran parte da espulsi da Cosa Nostra, detta la Famiglia degli Stiddari".

[Articolo pubblicato su Quotidiano.net]

venerdì 31 maggio 2019

Astenuto per forza. Straniero in patria

«Se non voti, ti fai del male. Se non voti, non cambia niente». Già, hai ragione Adriano Celentano. Chiedo scusa a te e a tutti. Sono colpevole: questa volta (anche questa volta...) non ho votato. E dunque non ho il diritto di lamentarmi. Anzi. È pure colpa mia se lascio agli altri il privilegio di decidere per me il governo, il partito di maggioranza, la rappresentanza italiana all’Europarlamento. Al limite la delega si fa per l’assemblea di condominio... Alle elezioni, no.
Ma ora che mi sono preso la colpa e ho chiesto scusa pure al Molleggiato (che quelle frasi, tra l’altro, le cantò in onore del Movimento 5 Stelle), forse è arrivato il momento di spiegare perché tanti elettori italiani al momento decisivo non si presentano alle urne. Astensionismo? Disaffezione? Anti-politica? No, non solo. È come quando si parla della gente che non lavora: ci sono i disoccupati, che il lavoro comunque lo cercano; poi gli scoraggiati, e la parola dice tutto; gli inattivi invece non hanno il lavoro e non lo cercano nemmeno. Ecco, con le elezioni è la stessa cosa: c’è chi potrebbe votare e non lo fa, ma c’è anche chi vorrebbe votare ma non può.
I motivi sono logistici e burocratici, non mancherebbe sicuramente la volontà.
Basta mantenere la residenza in Sicilia ma vivere a Bologna (ancora prima a Ravenna e Milano), per ritrovarsi escluso dalla possibilità di esprimere un sacrosanto diritto-dovere come quello del voto. Quando si tratta di elezioni, la categoria del ‘fuorisede’ non ha limiti d’età. Non esiste il voto elettronico, né posso votare in un collegio diverso da quello di residenza. Solo in caso di referendum nazionali, ma con procedure macchinose e paradossali, è stato possibile votare da fuorisede. Però ho dovuto accreditarmi come rappresentante di lista, per poter entrare in un seggio lontano da casa mia. Insomma, altro che segretezza del voto...
Il Movimento 5 Stelle, quello a cui Celentano dedicò l’inno anti astensionismo, ora valuta il voto elettronico. Le soluzioni, dunque, potrebbero esistere, oltre al cambio di residenza.
Non vorrei essere costretto a emigrare ulteriormente: i miei parenti nati in Venezuela possono votare per le nostre elezioni. Loro sono italiani all’estero, io non vorrei essere considerato straniero in patria.

[Il mio primo commento pubblicato sul Quotidiano Nazionale]