giovedì 3 giugno 2021

L'autodifesa della Razza

Glielo faccio dire direttamente a lui, a Nello Musumeci (perché io mi vergognerei tantissimo):
"In queste settimane di interim ho potuto toccare da vicino la qualità degli operatori della Sanità siciliana, la loro abnegazione e l'impegno da tutti profuso nel corso di questi lunghi mesi di pandemia. Non mi hanno meravigliato gli appelli rivolti da molti operatori e rappresentanze sindacali, certamente non tacciabili di vicinanza con il nostro governo, che hanno chiesto di riprendere il percorso amministrativo avviato con l'assessore. Dal primo momento ho detto che le indagini giudiziarie e le responsabilità politiche devono essere separate, nel pieno rispetto per il lavoro della magistratura e dei princìpi che regolano la nostra vita democratica. Per questo ho insistito con Ruggero Razza affinché potesse riprendere il ruolo che gli avevo assegnato nel novembre del 2017. Ho fiducia che questa scelta possa contribuire positivamente a concludere un percorso amministrativo avviato in questi anni con i risultati che tutti conoscono".
Capito? "Le indagini giudiziarie e le responsabilità politiche devono essere separate". Quindi, secondo il presidente della Regione Siciliana, l'ex assessore alla Salute, il suo delfino Ruggero Razza (che molti infatti vedono in pole per candidarsi per il dopo Nello), può tranquillamente tornare sulla poltrona che ha dovuto lasciare a marzo per l'inchiesta sui dati del Covid gonfiati ("i morti vanno spalmati"). Un capolavoro di garantismo, ma - per carità! - la politica non c'entra. No, certo.
Come sa benissimo Musumeci, amministratore esperto con alle spalle un lungo curriculum nelle istituzioni, il lavoro non lo fa solo l'assessore in quanto persona ma l'assessorato in quanto struttura. Se gli operatori della Sanità siciliana hanno apprezzato "il percorso amministrativo già avviato", dubito che questo si sia interrotto per l'assenza di una singola persona. A meno che, curiosamente, il presidente non stia ammettendo che durante il suo interim non abbia fatto granché...
Musumeci ha storicamente goduto di stima anche da parte di molti suoi avversari politici. Con questa mossa, ne ha persa molta. Anzi, l'ha spalmata. Non dico con che cosa.

martedì 1 giugno 2021

La Brusca realtà

Provo a ragionare brevemente a mente fredda.
Giovanni Brusca, il mafioso autore di almeno 150 omicidi, quello che strangolò e sciolse nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, quello che schiacciò il pulsante della bomba di Capaci, quello che ha aperto la strada al processo sulla trattativa Stato-mafia, quello che ha svelato i retroscena delle stragi del 1993, quello "scannacristiani" che semplicemente chiamavano u' Verru, il porco, quello che dice di aver avuto la svolta dopo aver incontrato Rita Borsellino, quello e tanto altro insomma è un uomo libero.
Fa venire i brividi anche solo pensarlo, figurarsi dirlo.
Per chi come me è cresciuto nel culto (sì, culto) di Giovanni Falcone, la notizia non lascia indifferente. Ma è doloroso parlarne, perché se Brusca è libero dopo 25 anni di carcere, pure con 45 giorni d'anticipo, è "grazie" a Falcone. Se non fosse per la legge sui pentiti e i benefici per chi collabora con la giustizia, Brusca starebbe all'ergastolo - immagino ostativo, peraltro. Falcone, come prima il generale Dalla Chiesa con il terrorismo, aveva capito che per sconfiggere quel "fenomeno umano" (parole sue) che è la mafia bisognava minarla dall'interno. La questione dei pentiti è troppo controversa perché ne possa parlare un dilettante come me. Ma è un dato di fatto che i colpi più duri alla mafia sono stati inferti grazie alla collaborazione di boss spietati, criminali senza scrupoli, scannacristiani e porci.
Non sta a me dire se sia giusto o no che Brusca sia libero. Sono indignato anche io, come tutti. Ma - al netto del garantismo a targhe alterne e delle reazioni sbraitanti della politica che forse scopre la mafia solo quando succedono queste cose - purtroppo, e ripeto purtroppo, con assoluto rispetto parlando, ha ragione Maria Falcone, sorella del mio mito Giovanni, quando parla di "grande dolore" ma sottolinea che "è la legge", legge voluta dal fratello, legge senza la quale lo Stato non avrebbe combattuto con intelligenza la mafia. Questa è l'unica trattativa che ha funzionato.

martedì 18 maggio 2021

L'importanza di chiamarsi Francuzzu

Era una sera di primavera del 2000, mi pare. Dentro il duomo di San Giorgio di Modica un evento straordinario, un concerto gratuito del maestro Franco Battiato. Da pochi mesi era uscito Fleurs, il suo primo disco di cover. Purtroppo i posti dentro non erano tanti, io mi trovai come tantissimi sulle scalinate meravigliose del gioiello barocco della mia città, fuori avevano messo apposta un maxischermo. Fu comunque il mio primo concerto di Battiato. Ora che tutti citano versi delle sue canzoni, alcuni parecchio scontati, io mi limito a fare una breve riflessione che spieghi perché sono così triste per la sua scomparsa. Scomparsa mi sembra termine più azzeccato rispetto a morte: è scomparso, non si è più fatto vedere, per ricomparire chissà dove, chissà quando, chissà come...
Battiato ha cantato in un numero imprecisato di lingue, pure arabo e tedesco, e un po' di siciliano, certo. Quella sera cantò in francese una delle cover del suo disco del 1999, J'entends siffler le train. Ecco, il ricordo che dedico a Battiato e all'influenza che ha avuto sulla mia vita, soprattutto a partire da quella adolescenza, è la reazione del pubblico a quella canzone. Mi ha insegnato tanto, davvero. Intorno a me sentii diverse persone dire "ma come pronuncia male il francese!", una coppia credo milanese invece cantava con una dizione inappuntabile. Più ci penso e ripenso, lì ho capito Battiato. Un uomo talmente assetato di ricerca e conoscenza da lanciarsi anche in territori inesplorati o a lui ignoti, senza la paura di essere giudicato. Anzi. La sua sperimentazione è ciò che ci ha fatti crescere, tentando di stargli dietro, esplorare mondi lontanissimi e strade temporanee senza tempo né spazio. Così forse sarebbe stato contento di sentire un pubblico che cantava meglio di lui!
Ma non posso pensare a Battiato senza pensare alla nostra terra. No, non parlo della estemporanea e poco fortunata esperienza nella giunta Crocetta, ma della Sicilia che era dentro i suoi testi, la sua ricerca, il suo pensiero. Non sono tante le canzoni in siciliano, in realtà. Ma una è il manifesto vero di Francuzzu, Stranizza d'amuri. Dove la stranizza è la magia di un amore, di un amore per la vita, che resiste ccu tuttu ca fora c'è 'a guerra. Secondo me l'ha capito anche quella coppia milanese, indipendentemente da come pronuncia il catanese. Abbiamo capito tutti che Franco ci ha spinti a scoprire oltre, altrove, altrimenti, altro. Ndo vadduni da Scammacca o nell'Egitto prima delle sabbie, vagando per i campi del Tennessee o scherzando a raccogliere ortiche per le strade di Pechino. Per finire dove è tutto cominciato, nella sua Ionia che c'è ancora ma non esiste più. Proprio come lui.

lunedì 10 maggio 2021

Solo lo Stretto necessario?


La prima volta che feci la conoscenza del Ponte sullo Stretto avevo 6-7 anni. Ricordo ancora un modellino avveniristico alla Fiera di Messina, allestito dalla sempiterna società Stretto di Messina S.p.A. Pareva il futuro. Mio nonno sosteneva che sarebbe stata pure una grande attrazione turistica. Invece no: era, è e sarà l’eterno passato che ritorna. La Fiera non esiste più, sarà demolita entro il 2022. Chissà dov’è finito il modellino. Ma il Ponte c’è sempre, nel dibattito, nelle fantasie e negli incubi della gente. Almeno una volta era chiaro chi era contrario e chi favorevole. Dei 5 Stelle non si poteva dubitare: nel 2017 l’allora candidato presidente della Regione Sicilia Giancarlo Cancelleri si rifiutava di inserirlo nel suo programma (manco per stroncarlo). Ma nel 2021 il sottosegretario per le Infrastrutture e la mobilità sostenibili, Giancarlo Cancelleri, dice che il Ponte si farà in 10 anni: «Serve per lo sviluppo del territorio e dell’Italia».
E allora rieccolo, il progetto bocciato definitivamente dal governo Monti nel 2011 e ora riesumato, purché si cambi la sua caratteristica principale, la campata unica più lunga al mondo. I motivi per essere contrari restano gli stessi: la sismicità dell’area (in breve: 1908, Messina, tsunami), il dissesto idrogeologico, l’impatto ambientale, l’arretratezza di tutte le altre infrastrutture stradali e ferroviarie in Sicilia e Calabria. I motivi per essere favorevoli, presumibilmente, non sono cambiati neanche quelli. Ma tornare a parlarne è l’ennesima boutade all’italiana. E chi ama i luoghi comuni può rispolverare il solito Gattopardo.


[mio commento pubblicato su Quotidiano Nazionale]

martedì 30 marzo 2021

Vitti 'na Razza

A inizio marzo, l'assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, annunciò che gli 11mila disabili gravissimi siciliani - che avevano sottoscritto con la regione lo specifico Patto di cura - avrebbero ricevuto la vaccinazione anti Covid a domicilio con Moderna. Mio padre è uno di questi. O meglio, sarebbe stato uno di questi. L'iter prevedeva che gli assistiti non avrebbero dovuto fare alcuna richiesta o prenotazione e solo attendere di essere contattati dalle Asp (aziende sanitarie provinciali). Morale: quasi un mese dopo la direttiva di Razza è sembrata più un annuncio mediatico che non un piano concreto. Non ho i dati e sarei molto contento di essere smentito, ma informandomi con chi si trova in una situazione analoga a quella di mio padre mi pare che ben pochi abbiano usufruito di questo servizio, sulla carta straordinario. L'annuncio di Razza arrivò in realtà subito dopo la pesante denuncia del comitato 'Siamo handicappati, no cretini', il cui succo era "vaccinano tutti ma non i disabili gravi e chi li assiste". E allora magicamente arrivò la direttiva. Fino a dieci giorni fa, però, secondo quanto diceva lo stesso comitato, ancora non c'era un elenco chiaro dei caregiver, appunto gli assistenti familiari.
Com'è andata a finire? Mio padre ha fatto il vaccino questa mattina, ma con Pfizer e dopo averlo prenotato come "soggetto estremamente vulnerabile", peraltro dopo un insostenibile e illogico ingorgo burocratico dovuto al rinnovo anticipato (e non comunicato) della sua tessera sanitaria, più un girone infernale e scandaloso di telefonate e email di assistenza senza risultato tra un ufficio e l'altro.
Ora il nome di Razza è diventato di dominio pubblico nazionale, essendosi dimesso dalla carica dopo lo scandalo vergognoso dei dati gonfiati che l'assessorato chiedeva di comunicare all'Iss per evitare nei mesi scorsi che la Sicilia finisse nella famigerata zona rossa. "Spalmare il numero dei morti" è quanto di più schifoso si possa sentire. Incommentabile. Restiamo nel garantismo costituzionale e non emettiamo sentenze né condanne. Ma lo schifo è indescrivibile. Soprattutto perché poi penso a tutti gli intoppi che, non solo in Sicilia chiaramente, ci sono stati nella gestione della pandemia, e di cui la campagna vaccinale è solo l'ultimo capitolo in ordine di tempo.
Dunque è bene che il destro Razza, fedelissimo del presidente Nello Musumeci, si sia dimesso, la speranza è che ora la regione si dia una mossa. Perché ce n'è Coviddi, eccome.

Màkari chista è Sicilia

Il pubblico di Rai1 è talmente fidelizzato da garantire a qualsiasi fiction vada in onda un grande successo. Màkari, la serie tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri con protagonista il giornalista Saverio Lamanna, non è sfuggita alla regola. Ma non è solo questione di pubblico "fedele", è stata fatta bene, ben scritta, ben recitata, ben girata, bella fotografia. Insomma un prodotto di qualità. Guardando ieri l'ultimo episodio, a un certo punto ho avuto una rivelazione: contemporaneamente stavano recitando ben tre attori, tutti siciliani, che in altre occasioni, tra cinema e tv, hanno interpretato Totò Riina. Questo mi ha portato a una riflessione.
Claudio Gioè (il protagonista Lamanna), Domenico Centamore (Peppe Piccionello), Antonio Alveario (vicequestore Goratti), un palermitano, un catanese di Scordia, un messinese: tre attori molto diversi tra loro, tre attori molto bravi, protagonisti o caratteristi. Tutti e tre hanno portato sullo schermo una loro rappresentazione del boss dei boss, il più sanguinario capomafia della storia recente.
Ricordo che rimasi colpito quando Gioè, fresco di interpretazione del migliore amico di Peppino Impastato ne I cento passi, poi diede il volto a Riina nella serie Il capo dei capi, serie su cui scoppiò la solita polemica sulla legittimità o meno di dare protagonismo a un personaggio così negativo. Centamore e Alveario invece hanno interpretato Totò 'u curtu rispettivamente nella serie e nel film La mafia uccide solo d'estate, dove però la figura del boss era tratteggiata, per quanto possibile, con i toni volutamente grotteschi e (dis)umanizzanti dell'opera di Pif. Una presa in giro del capomafia spietato, in un certo senso.
Ecco la riflessione, dunque. Màkari non affronta il tema della mafia, il che non è un problema. Queste fiction dimostrano che la Sicilia, terra di letteratura e tanta finzione (e di realtà a volte inverosimile...), può essere benissimo raccontata anche senza parlare di mafia. E non perché farlo porterebbe discredito alla Trinacria. Però non è una contraddizione che quegli attori si siano cimentati in un ruolo difficile e delicato come quello di Riina. Sicuramente è una sfida attoriale importante immedesimarsi in personaggi così controversi. La Sicilia non è solo mafia, ma l'esigenza di raccontare quel drammatico fenomeno rimane indispensabile.

martedì 16 febbraio 2021

Montalbano ero

Andrea Camilleri l’aveva detto: «Il commissario Montalbano finirà con me». Da fine sceneggiatore qual era, il Maestro di Porto Empedocle aveva scritto anche questo finale. L’ultimo capitolo della saga si è chiuso il 16 luglio 2020, un anno dopo la morte di Camilleri, con Riccardino, abbozzato addirittura nel 2005. Allo stesso modo, però, calerà presto il sipario sulla fiction di Rai1 campionessa di ascolti (repliche comprese): l’8 marzo andrà in onda l’ultimo episodio Il metodo Catalanotti, che ruota tutt’attorno al grande amore di Camilleri, il teatro. Giù il sipario, appunto... Sarà l’ultimo episodio perché dopo 22 anni, ha svelato Peppino Mazzotta alias ispettore Fazio, non se ne gireranno più: oltre a Camilleri sono morti anche lo storico regista Alberto Sironi e lo scenografo Luciano Ricceri.
Apriti cielo, anzi bedda matri! Scoppia la rivolta. No, non (solo) tra gli spettatori, ma in quell’angolo estremo d’Europa (copyright lord Berkeley, XVII secolo) che è la provincia di Ragusa. Qui, dove in certi punti si è a sud di Tunisi, la gente non ci sta. Qui sono stati girati i 37 episodi della serie, fingendo nel Val di Noto barocco patrimonio Unesco i già fittizi luoghi dei romanzi di Camilleri (in realtà agrigentini). E il de profundis della serie ha gettato nello sconforto un intero territorio. Ragusa, Modica, Scicli, le borgate marinare, ma anche le località del Siracusano come Noto: tutti hanno beneficiato di una vetrina pazzesca e hanno visto crescere – prima del virus mallitto – le presenze turistiche del 14% ogni anno dalla messa in onda del primo episodio. Da tutta Italia partono pure i tour organizzati verso i luoghi di Montalbano; il b&b di Punta Secca che ospita la casa di Salvo è uno dei soggetti più fotografati di tutta la provincia; i turisti vogliono visitare l’ufficio del commissario (che poi è la stanza del sindaco di Scicli). «Girate almeno Riccardino», implorano ora gli amministratori locali.
Già nel 2014 ci fu la minaccia di trasferire il set dalla Sicilia alla Puglia e tutti insorsero. Ma era solo una questione di soldi. Roba che Camilleri e il suo amico Salvo avrebbero liquidato con un ghigno. Ora invece c’è poco da ridere...


[mio commento pubblicato su Quotidiano Nazionale]